Ventunesima domenica del tempo ordinario A
Il nostro appuntamento domenicale con la parola del Signore, ci invita oggi a risalire il corso del fiume Giordano, fino alle sorgenti presso Cesarea di Filippo, quasi ai piedi delle alture innevate dell’Hermon. È una zona amenissima, ricca di acqua, grotte e vegetazione.
Il Giordano è la vera fonte di vita per tutta la regione della Terra Santa e alimenta anche il pescosissimo Mare di Galilea: è come se il Signore ci spingesse oggi a risalire all’origine del nostro essere Chiesa, della nostra appartenenza a lui.
Qualche informazione su questa località singolare ci aiuterà a comprendere meglio gli accadimenti.
La città di Cesarea di Filippo era in quel momento un grande cantiere. Questo Filippo era uno dei figli di Erode il Grande, la cui moglie si era messa con il fratello Erode II, causando la morte di Giovanni il Battista.
Per affermare il nuovo corso, Filippo voleva costruire una città imponente che per piaggeria volle fosse chiamata con il nome del Cesare, l’imperatore romano. Enormi massi di pietra giungevano delle cave non lontane, verso la nuova città.
A poca distanza dal luogo in cui si trovavano, c’era una grotta che gli Ebrei guardavano con un misto di devozione e di timore. In ogni caso un posto dal quale tenersi lontani.
Perché in quella grotta c’era una delle sorgenti delle acque benedette del Giordano, il fiume amico, fonte di vita per tutto Israele. Ma quella stessa grotta veniva usata dai pagani per celebrare i culti orgiastici del dio Pan, la divinità dall’aspetto satanico, un dio violento, un dio non proprio amico, se proprio dal suo nome proviene la parola “panico”.
Una tradizione popolare diceva che quella fosse una delle porte degli inferi; forse è proprio questo che offre a Gesù l’occasione di rassicurare i discepoli: «Le porte degl’inferi non prevarranno sulla mia Chiesa».
Mentre Filippo costruisce con successo la sua città, le cose per “la città” di Gesù – per la comunità dei suoi discepoli – sembravano non andare per niente bene: la sua ultima visita a Nazaret e alle città della Galilea era stata un fiasco, con polemiche continue; come ricordato, Erode aveva messo a morte Giovanni Battista; il gruppo dei discepoli era decimato; Pietro quasi annegato nel lago aveva mostrato la fragilità della sua fede; il contrasto con i farisei era continuo e cresceva l’impazienza dei discepoli davanti a tanta gente che reclamava miracoli.
Improvvisamente Gesù intavola un dialogo che appare abbastanza innocuo con i discepoli, che infatti subito si infervorano: “Cosa dice la gente di me? Chi sono io per loro”.
Su questo punto i discepoli erano ferratissimi. Di chiacchiere in giro ce n’erano molte sul suo conto, ognuno aveva la sua opinione. E gli apostoli le prendevano come complimenti, visto che il loro rabbi veniva paragonato a personaggi come Elia o Geremia, comunque ai più grandi campioni della loro fede, i martiri e i profeti.
In ogni caso il paragone era sempre con un morto: scambiare il Vivente per un morto però è il modo più elegante per ucciderlo. Lo si riduce a un monumento funebre che non scomoda più che tanto; richiede solo ammirazione e venerazione.
Gesù blocca subito l’elenco con un secco “ma”. “Ma voi… voi chi dite che io sia?”.
Era evidente che Gesù si aspettava altro. Non cercava la voce dell’opinione pubblica, ma la voce della sua Chiesa.
Era come se Gesù chiedesse – quel giorno a loro e oggi a noi – perché gli camminavano dietro… avevano macinato chilometri e chilometri, sopportando la folla che pretendeva miracoli, rabbini che tendevano insidie sui cavilli della Legge, malati, indemoniati, il caldo, la polvere, la sete…
E oltretutto aleggiava uno strano clima. Gesù aveva in serbo qualcosa di drammatico per loro. Ancora non lo sapevano, ma si trattava niente meno che del primo annuncio esplicito della sua morte così violenta e totalmente ingiusta.
Simone parla a nome di tutti. Un impulso misterioso lo aveva guidato a dire parole antiche che però assumono un significato nuovo e inaspettato: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio».
“Cristo” e “Figlio di Dio”, non sono per niente parole nuove. Erano titoli che nell’Antico Testamento si trovano con una certa frequenza: i salmi, ad esempio, ne sono pieni. Sono i tipici appellativi del re davidico. “Cristo”, – o in ebraico “Messia” – significa “unto con olio, consacrato”. Chiunque svolgesse una missione per conto di Dio riceveva questo titolo.
Il Re spesso veniva chiamato anche “figlio di Dio”, come nel salmo 2 e nel salmo 109, per indicare una predilezione speciale di Dio per il re da lui consacrato.
È curioso, perché quel Rabbi che aveva insegnato ai suoi discepoli a non rimanere prigionieri della lettera, ma a cercare nella Bibbia la profondità dello spirito, ora sembra dare proprio alle antiche Scritture un nettissimo significato letterale.
Se le parole “Cristo” e “Figlio di Dio” nell’antico testamento suonavano più o meno come delle metafore, sulle labbra di Simone risplendono nel loro più puro valore letterale: Gesù è “il” consacrato, non con olio ma con lo Spirito Santo; Gesù è realmente “il” Figlio di Dio, Dio da Dio, luce da luce.
Non uno dei tanti Messia, ma “il” Cristo. Non un semplice prediletto, ma “il” Figlio, generato – non creato – del Padre.
«Beato sei tu, Simone, figlio di Giona». Secondo alcuni studiosi, in questo appellativo con il quale Gesù si rivolge all’apostolo c’è un filo di ironia. Dal quarto vangelo, sappiamo il padre di Simone e Andrea si chiamava Giovanni (Gv 1,42; 21,5.16.17).
Ora Gesù sembra storpiare questo nome e lo fa diventare Giona, un nome poco usato a quei tempi, che ricordava uno dei personaggi più strani della Bibbia.
Gesù, che è stato appena riconosciuto come “Figlio di Dio”, da a Simone del “figlio di Giona”. Come se gli volesse dire: “Assomigli tutto a quel profeta – a quell’unico cocciuto profeta della Bibbia – che ha fatto sempre il contrario di quello che Dio gli chiedeva, ma che comunque alla fine fu suo malgrado, il testimone della sua grande misericordia…”.
“Tu sei Pietro e su questa pietra…”. Risulta dai Vangeli che Simone fosse già soprannominato in questo modo, ma ora “Pietro” diventerà il suo nome esclusivo. Notate che “Pietro” non esisteva fino ad allora come nome di persona. E forse proprio il luogo in cui ci troviamo – a pochi passi dalle imponenti cave da cui venivano estratte le pietre per la città di Cesarea – ci aiuta a comprenderne il senso.
Pietro e pietra (petros e petra) non sono il maschile e il femminile della stessa parola, ma due diverse parole. “Petros” indica la pietra estratta dalla cava, esattamente come quelli che venivano trasportati verso i palazzi della nuova città.
Mentre “petra” indica la rupe imponente, un massiccio roccioso che può divenire una cava di estrazione.
«Tu sei “petros” e su questa “petra” edificherò la mia Chiesa». La Chiesa è fondata su Cristo e non sugli uomini. «Nessuno – dirà san Paolo – può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3,11).
E sulla roccia che è Cristo che è fondata la Chiesa, perché le origini della Chiesa sono nella verità e nell’amore di Dio, non nella disponibilità degli uomini: «Nessuno ponga il suo vanto negli uomini, – dice ancora Paolo – perché voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (cfr 1Cor 3,21-23).
Certo della fragile fede di Simone, figlio di Giona, Dio farà uno strumento prezioso di unità, nella misura in cui rimane radicato nella roccia che è Cristo. Lo ricorderà anche sant’Agostino: “Pietro deriva da Pietra, come Cristiano deriva da Cristo”, ed è così che dobbiamo comprendere il servizio fondamentale dei pastori nel gregge di Cristo.
Ma ora notate come Gesù calca l’accento: la “mia Chiesa”, dice Gesù. È una parola – Chiesa – così importante nel vocabolario della nostra fede eppure presente solo due volte nel vangelo, e qui è accompagnata da un possessivo netto: la “mia” Chiesa.
Chiesa è una parola che mal sopporta i genitivi: non siamo la Chiesa “di” Bergoglio o “di” Ratzinger, neppure siamo la Chiesa “del” papa o “di” qualche patriarca o prete, o di qualche fondatore di movimenti!
Strettamente parlando, non siamo neanche la Chiesa “di” Bologna o d’Italia o d’Europa, anche se usiamo queste espressioni, perché la Chiesa non riceve la sua consistenza da questo mondo.
E a rigore non siamo neanche la Chiesa “del” terzo millennio, come non esiste una Chiesa “del” medioevo o del post-concilio o una Chiesa delle origini. Perché se è di Cristo, la Chiesa ha come orizzonte non questo mondo con le sue epoche e culture, ma solo il regno Dio, il regno dei cieli, della quale sulla terra è sacramento.
La Chiesa è l’umanità sottratta al dominio del mondo e che appartiene profondamente a Cristo, fino al punto di essere con lui una cosa sola, un solo corpo, la “mia” Chiesa!
A volte qualcuno tende a presentare il mistero della Chiesa come qualcosa di secondario rispetto alla relazione personale con Cristo, come se, in fondo, la Chiesa fosse solo una specie di sottoprodotto della evangelizzazione: se si annuncia il Vangelo bisogna pur organizzare quello che ci stanno…
Gesù ha un’opinione contraria. Lo scopo preciso per cui si annuncia il vangelo è esattamente perché da tutta l’umanità sia convocata la sua Chiesa.
La Chiesa è sua, solo sua. Essendo sua non può che essere una, come Dio è uno, come il Signore è uno.
E, per quanto possa sembraci incredibile, la Chiesa è santa, indefettibilmente santa e senza peccato, perché è di Cristo e, se qualcuno attribuisce a Cristo qualcosa di peccato o di male, semplicemente bestemmia.
Certo i cristiani sono peccatori, non però in quanto sono Chiesa, ma in quanto rinnegano la Chiesa alla quale sono chiamati.
La Chiesa è veramente strumento di salvezza perché tutto ciò che è di “Cristo” non può non essere fonte di salvezza.
In questa Chiesa, fondata sulla roccia che è Cristo, c’è il ministero personale di Pietro e quello collegiale degli Apostoli.
“Ciò che legherai sulla terra sarà legato in cielo”: attraverso il servizio di uomini spesso così inappropriati e inadeguati (che somigliano tanto a quel Giona), la terra è realmente collegata al cielo.
È nella Chiesa, e solo nella Chiesa, che “la terra”, cioè l’area di ciò che è provvisorio, ambiguo e destinato a passare, ha il suo reale punto di appiglio nel cielo, cioè lo spazio di ciò che è definitivo, luminoso, salvifico, eterno.
Essere Chiesa significa sconfiggere le porte degli inferi e non essere inghiottiti dalla morte eterna. Come Gesù.
“La mia Chiesa”: non un prodotto di scarto del vangelo, ma il vero motivo per cui il Figlio di Dio si è fatto uomo: radunare attorno a sé una nuova umanità, sottratta al mondo, per farla diventare esclusivamente “sua”.
