roccia e scandalo

2/3 settembre 2023, Cattedrale

«Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!». «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».

Non ci siamo spostati di un passo: siamo ancora lì, alle sorgenti del Giordano, in mezzo a ruscelli e grandi massi che venivano trasportati per fare bella la filo-romana città di Cesarea, la città di quel Filippo al quale il fratello Erode aveva rubato la moglie.

La confessione di fede di Pietro segna una svolta: da quel momento, infatti, Gesù cominciò a spiegare ai discepoli che egli “doveva” – anzi con una forzatura grammaticale l’evangelista riferisce letteralmente che egli “deve” – andare a Gerusalemme e soffrire molto, fino alla morte in croce e alla risurrezione il terzo giorno.

Non “doveva”, ma “deve” andare a Gerusalemme, perché la passione, morte e risurrezione di Cristo ha un valore universale, che attraversa il tempo e lo spazio e si compie anche per noi, oggi, provocando la nostra fede e la nostra coscienza.

Gli evangelisti sono concordi nel riferire che il momento in cui Pietro proclama la sua fede segna questa svolta drammatica: Gesù per la prima volta comincia a parlare apertamente della tremenda passione che avrebbe sofferto a Gerusalemme.

Quando Gesù usa la parola “croce”, non la intende nel senso delle sofferenze inevitabili che prima o poi capitano a tutti nella vita.  La croce di Cristo non è né una metafora né tantomeno un ornamento. 

La croce di Cristo pesa quanto pesa il peccato e il male che c’è nel nostro cuore; ma allo stesso tempo, misteriosamente innalza verso le vette dell’amore puro, dell’amore di Dio.

Se, per salvarci, il Figlio di Dio deve soffrire e morire crocifisso, non è certamente per un disegno crudele del Padre celeste.  La causa è la gravità della malattia da cui deve guarirci: un male così serio e mortale da richiedere il suo sangue, cioè la sua vita interamente donata. 

Se il peccato dice: “la vita è per me; io sono il dio di me stesso”, la passione di Cristo dice: “il mio corpo per voi; il mio sangue per voi”, “non sia fatta la mia, ma la tua volontà”.

Solo con la sua passione e morte, Gesù può sconfiggere il peccato e quel trionfo del peccato che è la morte, ristabilendo la sovranità di Dio.

Questo dunque significa essere “il Cristo” come aveva riconosciuto Pietro e non un “povero cristo tra i tanti, l’ennesimo poveretto che soffre ingiustamente”, come pensava l’opinione pubblica; proprio perché è il Figlio di Dio, Dio da Dio, luce da luce, della stessa sostanza del Padre, l’atto estremo del suo amore è al tempo stesso un atto umano e sovrabbonda di obbedienza filiale e di perfezione e può così salvare tutti coloro che si affidano a lui e vivono per lui.

Anche il mondo, a suo modo, è capace di amare, ma il mondo ama il suo simile, ama il suo interesse, ama chi lo ricambia. Perfino i pubblicani – aveva detto Gesù nel discorso della montagna – amano quello che li amano: in fondo non c’è nessun merito. Anche i pagani salutano quelli che li salutano: non c’è nulla di speciale (cfr Mt 5,46-47).

Ma l’amore altissimo e soprannaturale di Dio, che Gesù è venuto a rivelare, trova la sua massima espressione umana nel perdono, anzi nell’amore al nemico, fino al dono della vita e… quel nemico siamo noi. Lo ricorderà San Paolo nella lettera ai Romani: “Dio dimostra il suo amore verso di noi per il fatto che mentre eravamo ancora nemici egli ha mandato il suo Figlio” (cfr. Rom 5,8).

Era dunque necessario mettersi nelle mani degli uomini – dei nemici – per rendere accessibile questo modo nuovo, soprannaturale di amare, un amore così gratuito da essere inconcepibile per il mondo. 

Solo un Dio può amare fino a questo punto: soffrire tanto da parte di quel popolo che aveva circondato di un amore appassionato e geloso, quel popolo che siamo noi; precipitare nell’abisso del tradimento, della violenza gratuita, dell’odio cieco, fino ad essere ucciso sulla croce… e continuare ad amare… e arrivare a morire per amore; fare di quell’orrore subìto in modo apparentemente passivo, la manifestazione più alta dell’amore, del dono di sé.

Decisamente Gesù non si limita ad amare chi lo contraccambia, non pone limiti all’amore, perché Dio è senza limiti.

E proprio là sotto la croce, provocato da questo sovrumano estremo dell’amore, il centurione esclamerà: «Davvero costui era il Figlio di Dio».

* * *

Per Pietro, e per ciascuno dei discepoli, questo è un passaggio decisivo. Il rischio era quello di immaginare il Cristo di Dio come una persona umanamente potente, vittoriosa, vincente. 

Questo però non è il pensiero di Dio. La verità di Dio è l’amore e l’amore non si impone con la forza o con la persuasione delle seduzioni di questo mondo.

Così Pietro si fa avanti, lo afferra per un braccio, vuole separarlo dal gruppo, come quando si cerca di evitare agli altri una brutta figura e gli dice: “Non pensarlo neppure. Tu sei il Cristo. Tu sei il vincitore. Tu sei potente”. 

“Perché dici che devi andare a Gerusalemme, che devi subire queste cose? Tu sei il Signore, chi c’è più grande di te che può importi la sua volontà?”.

Simone non poteva capire che proprio quando si mostra come dovere,  come necessità, l’amore manifesta il suo volto più luminoso e più puro.

E Gesù che gli aveva appena detto solennemente “Tu sei Pietro”… ora lo chiama – come non aveva mai fatto con nessuno, neppure con i suoi peggiori nemici – “satana”!.

Lo aveva nominato “Pietro”, cioè masso fondamentale della costruzione: ora gli dice che è  “scandalo”, cioè letteralmente una di quelle insidiose pietre sporgenti lungo il selciato delle strade romane che provocano dolorose cadute e inciampi. 

Gli aveva appena riconosciuto la beatitudine di chi si lascia illuminare da Dio e non dalle potenze umane e ora lo condanna in modo netto: “Non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Ma quello che deve essere stato più doloroso di tutto è forse quando gli ha voltato la faccia e ha ricominciato a mostrargli le spalle: “Vai dietro di me!”. 

In un attimo Pietro ha ricordato quando sulle acque agitate del lago, Gesù gli aveva detto “Vieni!”: vieni verso di me, io sono la meta, io sono l’abbraccio, io sono colui che cerchi e desideri. 

Ora con freddezza e tremendo distacco lo rimette al posto di prima: “Stai dietro di me”, cioè cammina, ma senza raggiungermi; cerca, desidera, ma senza trovare pienamente…

Chi decide di stare dietro a Gesù, cioè di prenderlo come Maestro e modello di vita – prima ancora che approdo, meta del cammino – deve sapere che camminare non basta: da oggi ogni passo sarà una battaglia, perché non si vive in un campo neutrale, ma in un mondo ostile, un mondo che pretende adorazione, che ti illude di farti padrone di te stesso, mentre invece ti rende schiavo.

* * *

Ancora una riflessione si impone, proprio a partire da Simone il pescatore.

“Pietro” e “satana”; la “roccia” e lo “scandalo”: in questi due modi frontalmente opposti, Gesù lo ha chiamato nel volgere di pochi istanti: il riferimento solido di quella Chiesa che Gesù chiama “mia” e il fronte di quel mondo che inganna e fa cadere.

Allora, dove sta il confine tra la Chiesa e il mondo? Dove il confine tra la santità e il peccato? Dove sta quella Chiesa che è infallibile e sulla quale gli inferi non hanno potere, e quel mondo che è regno di satana e della idolatria? Pietro è dentro o fuori?

Quel confine passa attraverso il cuore di Simone, passa in mezzo al cuore di ogni discepolo. 

La battaglia dunque è dentro di noi, tutta dentro di noi. In ognuno di noi c’è qualcosa di Pietro e qualcosa di satana.

La Chiesa resta santa, indefettibilmente santa, ma noi da questa Chiesa, per quanto possiamo esserne istituzionalmente coinvolti, possiamo esserne assolutamente estranei a causa del peccato e la storia del papato ne è una evidente testimonianza.

Lo diciamo ogni giorno in una bellissima preghiera della messa: «Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa».

C’è tutto un mondo anche dentro di noi che deve essere illuminato dalla fede, per portare la gioia di essere “suoi” negli affetti, nei desideri, nelle speranze, nei progetti, nei pensieri profondi.

«Oπίσω μου» «Dietro di me!»: è l’ordine secco e perentorio che Gesù impone a Pietro e a ciascuno di noi. Qualcuno ha detto che se perdessimo tutti i comandamenti e tutti gli insegnamenti di Gesù questo schietto «Oπίσω μου» ci basterebbe per arrivare fino al cielo.

Stare alle spalle di Gesù, dietro di lui che è orientato al Padre, nelle nostre preghiere, nel modo di guardare le cose: aggrapparsi a lui è l’unico senso di quel “rinnegare se stessi”.

Domenica dopo domenica. Giorno dopo giorno. Ci mettiamo dietro al Signore per imparare da lui che cosa significa veramente “perdere” e che cosa significa “guadagnare”, fino a quando risplenderà senza ombre tutta la bellezza di Cristo e della Chiesa che è sua.

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