24ma domenica del tempo ordinario A
«La mia Chiesa», «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Sono ancora queste parole che Gesù disse a Pietro davanti ai discepoli che reggono e danno luce alla pagina evangelica che abbiamo ascoltato.
“Edificare la sua Chiesa”: in una parola questo è esattamente il cuore e il senso della missione di Gesù: cioè riunire attorno a sé l’umanità dispersa, fino a farci diventare un solo corpo, fino a far circolare nelle nostre vene il suo stesso sangue, la sua vita, la sua anima, la sua divinità.
Chiesa è unità profonda di persone distinte. Se ci pensate, tutto converge attorno a questo disegno perché, in fondo, Dio stesso è Chiesa: è unità di persone distinte.
È proprio per riunire in unità d’amore tutti gli uomini che Dio ha inviato nel mondo il suo Figlio – Dio fatto uomo – perché egli diventi il centro di attrazione di tutto l’universo.
Gesù è il Figlio nel quale il Padre si compiace. Amando lui e guardando a lui, gli uomini possono amare dal basso ciò che Dio stesso ama dall’alto, partecipando così, anche se imperfetti e limitati, al suo stesso amore, purissimo e perfetto.
Nient’altro che questo è la Chiesa, il progetto di Dio: il popolo di quelli che amano e si lasciano amare.
«Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita – abbiamo ascoltato in San Paolo – perché “se viviamo, viviamo per il Signore”, perché egli sia davvero Signore di tutti, “Signore dei vivi e dei morti”.
È evidente che non si tratta di un processo istantaneo, né automatico. L’opera di Dio dentro di noi è un cammino lento, paziente: è un cammino segnato da cadute, fallimenti e perfino da scandali, divisioni, gravi mancanze nell’amore e nella verità, a causa della nostra lentezza e della nostra resistenza nell’accogliere il dono di Dio.
C’è un realismo molto profondo negli insegnamenti che ci sono stati offerti domenica scorsa e oggi.
Domenica scorsa l’insegnamento riguardava soprattutto le mancanze contro la verità e contro l’amore. «Se il tuo fratello commetterà una colpa».
E Gesù ci ha detto che riguardo a questo non bisogna fare sconti: dobbiamo fare tutto il possibile per risanare e recuperare. Sulla verità e sull’amore non si fanno sconti. Chi sbaglia deve con pazienza e tanta misericordia essere ricondotto alla verità del vangelo.
Oggi invece Gesù, provocato dall’apostolo Pietro, ci fa entrare nei rapporti interpersonali, tra fratello e fratello; ora il tema è “se il mio fratello commette colpe contro di me…”.
Ancora la parola “fratello”: parola tra le più sante del Vangelo, che identifica senza ombra di dubbio i membri della Chiesa: è in questo modo che i cristiani fin dalle origini, si riconoscevano tra di loro.
Ma “fratello” non è una etichetta semplicemente anagrafica o esteriore. Chiedersi chi è il mio fratello è come chiedersi chi è dentro alla Chiesa o fuori di essa. E questa è una questione molto seria e delicata.
Abbiamo più volte riflettuto sul fatto che la linea che separa e divide la Chiesa dal mondo, è una linea invisibile, misteriosa, che trapassa dentro il cuore di ognuno, come ci ricorda Simone che venne chiamato nello stesso momento da Gesù “Pietro” e “satana”…
Questa linea può passare – e passa di fatto – dentro il cuore di ogni uomo, anche del non battezzato, perché in ogni uomo lo Spirito di Dio è libero di agire e suscitare semi di verità e di amore.
La Chiesa è santa, come stiamo per ripetere nel Credo, ma il gregge visibile di Cristo non ha il monopolio dello Spirito: nella realtà noi possiamo incontrare segni della sua santità anche fuori dai confini visibili della Chiesa, perché appunto i confini della Chiesa sono un mistero, come è mistero lo Spirito di Dio e il cuore stesso dell’uomo. Solo Dio lo conosce.
Ricordate il Vangelo di domenica scorsa? «Se il tuo fratello non ascolterà neanche la Chiesa, sia per te come un pagano e un pubblicano?». Questo non era affatto un invito a smettere di amarlo, era anzi l’invito ad amarlo ancora di più, perché noi siamo debitori del vangelo nei confronti di tutti gli uomini e specialmente dei più lontani.
Pagani e pubblicani non sono le persone da odiare o dalle quali tenerci lontani, come si leggeva nell’Antico Testamento, ma persone per le quali non darci pace, fino a quando non siano state conquistate all’amore di Dio.
Così quando – come nel vangelo di oggi – il Signore ci dona la legge del perdono al fratello, noi dobbiamo sentire il bisogno profondo di estenderlo ad ogni uomo: e anzi Gesù ci arriverà a comandarci perfino l’amore al nemico.
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Una delle cause più forti del malessere sociale è data proprio dall’imperversare dell’odio e dei rancori, che innescano una catena interminabile di rappresaglie e quindi di sofferenze.
E spesso le difficoltà nel perdono, nascono dal fatto che sovrapponiamo dinamiche psicologiche in una realtà che è soprattutto di natura spirituale, cioè riguarda la relazione di noi tutti con Dio.
Perdonare non significa “voler bene”, se diamo a queste parole il comune significato di “sentimento spontaneo”. Non siamo chiamati a questo.
Non c’è nulla di spontaneo nel perdono. Quando Gesù dice come oggi “perdonare di cuore”, non fa appello alla spontaneità dei sentimenti, ma alla volontà, alla libertà che circonda e sostiene il nostro atto di fede.
Perdonare non è “voler bene”. È piuttosto “volere il bene” dell’altro, e questo può anche voler dire metterlo nelle condizioni di comprendere la situazione in cui si trova, anche di espiare nel limite del possibile, per permettergli di ritrovare la sua dignità.
Altrimenti il perdono sarebbe un colpo di spugna, un dare ragione non tanto al malvagio, quanto al male stesso; non tanto al peccatore, quanto al peccato!
Proprio come Dio ha fatto e fa per ognuno di noi. Il perdono che Dio ci dona non è un colpo di spugna, un far finta di nulla. Il perdono di Dio è invito alla conversione. Il perdono di Dio sanguina, fa male, vale il sangue del suo Figlio. Perché Dio ama il peccatore, ma detesta, odia il peccato.
È proprio la parabola di oggi che ci illumina: “Appena uscito, quel servo trovò – traduco letteralmente – un altro servo come lui”.
Il cuore di ogni rapporto con l’altro è di riconoscere in lui un fratello – cioè uno come me – perché ogni uomo porta nativamente impressa l’immagine di Cristo, ogni uomo vale tanto quanto vale il Sangue di Cristo, di quello stesso sangue di cui anche noi siamo debitori.
Un perdono così – una vita così – non si improvvisa. Richiede una comunione continua con questa sorgente di grazia che è il sangue del Redentore e con la forza del suo Spirito. Richiede preghiera e vita di comunione.
Questo perdono può darcelo solo il Signore. Ogni volta che viene celebrata l’Eucaristia si immette nella nostra storia di uomini un’energia di bene che fronteggia dentro al cuore gli assalti sempre ricorrenti dell’animosità e della vendetta, perché ogni volta si rende attuale e disponibile il trionfo della redenzione e della misericordia divina sulla malvagità umana.
Per il corpo immolato del tuo Figlio di cui stiamo per nutrirci, e per il suo sangue versato, o Padre di misericordia, rimetti a noi i nostri debiti, perché anche noi impariamo a perdonare di cuore ai nostri debitori.
