25ma domenica ordinario A
Vorrei partire da alcune considerazioni sul breve brano che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratto dalla lettera dell’Apostolo Paolo ai cristiani della Chiesa di Filippi, una colonia romana della Macedonia, oggi regione settentrionale della Grecia.
Paolo giunse in questa città in seguito ad un sogno, perché fino a quel momento la sua attività apostolica era rimasta sempre nell’ambito dell’Anatolia, oggi diremmo in Turchia.
Quella fu la prima volta che il nome di Cristo venne annunciato in Europa. Siamo circa nell’anno 50, davvero pochi anni dopo la morte e la risurrezione di Gesù.
Il racconto commovente è contenuto negli Atti degli Apostoli, che fa il nome di una certa Lidia, una donna pagana, ma simpatizzante del Dio di Israele, commerciante di tessuti, che si sentì toccare il cuore dalle parole di Paolo e fu battezzata insieme alla sua famiglia nelle acque del piccolo fiume Zygakti: il primo battistero d’Europa.
Le cose andarono subito male per Paolo e per i suoi compagni; ne successero di tutti i colori. Finirono in carcere, in carcere subirono un terremoto, e per una serie di circostanze, proprio carcerieri e carcerati, diventarono insieme con Lidia, il primo nucleo della prima comunità cristiana in Europa.
Quando Paolo scrive la lettera ai Filippesi, molti anni dopo, si trovava già a Roma in catene e la prospettiva di essere condannato a morte era molto vicina.
Da una parte sente nel cuore il desiderio di essere ancora di aiuto alla comunità nascente; dall’altra la prospettiva del martirio fa ardere il suo cuore nel desiderio di essere con Cristo.
La lettera contiene anche il testo di un canto – lo riascolteremo domenica prossima, ma lo si canta ogni domenica ai primi vespri – un canto forse nato proprio in quella comunità che trasformò in preghiera le parole della predicazione di Paolo.
In questo inno si esalta il mistero di Cristo, il Figlio di Dio che si spogliò della sua gloria divina e annientò se stesso, obbediente fino alla morte, anzi alla morte di croce. E, “per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome più grande di ogni altro nome”.
Il cristianesimo nasce da una sconfitta, da quel Gesù di Nazaret che appeso alla croce appare come l’ultimo degli uomini, ma che con la sua vita donata fino in fondo, manifestò la grandezza dell’amore di Dio.
Dunque cambia tutto. Nasce un modo nuovo di vedere e di giudicare le cose.
“Per me infatti vivere è Cristo e morire è un guadagno”. Il caso è serio: o queste sono le parole di un pazzo (che chiama addirittura “guadagno” la morte) o sono le parole di chi ha veramente scoperto un mondo nuovo: “essere con Cristo”, dice Paolo, è la più grande fortuna per l’uomo.
Ecco, un nuovo modo di vedere e di giudicare le cose: è proprio quello che accade nel racconto di questa strana parabola che abbiamo ascoltato nel Vangelo, degli operai che, pur lavorando un numero diverso di ore, vengono pagati tutti con la stessa moneta.
Come sapete, i diversi orari della giornata in cui gli operai vengono assunti sono interpretati in modi molto diversi dai Padri della Chiesa che ne danno tante interpretazioni, tutte suggestive e tutte possibili.
L’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, il tramonto… sono lette talvolta come le varie fasi della storia della salvezza, dalla creazione ad Abramo, a Mosè, fino a Gesù Cristo, il cui avvento segna l’arrivo dell’ultima ora. E quindi la parabola sarebbe un grande giudizio sulla storia dell’umanità in rapporto a Dio.
Qualcun altro le interpreta come le varie fasi della vita di una persona: c’è chi arriva a conoscere la grazia e la misericordia di Dio all’inizio della vita e chi ci arriva per vie tortuose, magari all’ultima ora e apre il cuore alla chiamata del Signore. In questo caso, si parla del giudizio sulla nostra storia personale e sulla nostra risposta a Dio che ci chiama alla fede.
Potremmo pensare in questo caso a quell’assassino brigante che fu crocifisso accanto a Gesù e un istante prima di morire si sentì dire: “Oggi sarai con me in paradiso”…
Fino all’ultima ora il padrone ingaggia e contratta. E poi prende un impegno, si indebita con quegli operai. Notate: con i primi si era accordato per un denaro, con gli altri si era accordato per dare loro “quello che è giusto”.
Secondo il buonsenso di questo mondo, “primi” sono quelli che hanno lavorato di più e che dunque pensano di avere diritto ad una paga più cospicua.
Ma agli occhi di Dio, al contrario, quelli proprio che pensano di esserla guadagnata la loro lauta ricompensa e si sentono quasi di poter accampare un diritto davanti a Dio diventano gli ultimi: in altre parole è come se in fondo in fondo, pensassero di essersi salvati da soli: ho fatto quello che dovevo, ho rispettato le regola, mi sono comportato bene, ho sopportato con pazienza… il paradiso me lo sono guadagnato… (sotto sotto, era il modo di pensare dei farisei).
Ecco un primo insegnamento della parabola sul quale riflettere: siamo i “primi” ma diventiamo gli “ultimi” quando il nostro cuore diventa talmente arido e gretto da non riconoscere più la gratuità assoluta dell’amore di Dio: il paradiso non è una conquista, un guadagno; non lo compriamo con qualche opera buona, ma è sempre un dono che ci sorpassa, infinitamente più grande della nostra capacità.
Proseguendo nel ragionamento, potremmo dire a noi stessi: Devi sopportare “il peso della giornata e il caldo”? È indubbio: devi sopportare tuo marito, tua moglie, la suocera, pazientare coi figli, essere giusto con i tuoi vicini…? devi essere testimone di verità scomode nei tuoi ambienti di vita, di lavoro, nella politica, nella società…? e magari sei sempre in minoranza proprio per quello in cui credi…! devi pazientare sotto il peso delle malattie, delle sofferenze, cercando di trovare un senso a quello che stai vivendo…?
Sì, è indubbio che tante volte essere parte di questa vigna del Signore possa apparirci un peso da sopportare…
E poi magari ti passa davanti l’ultimo convertito che si mette a cantare giulivo che Dio è buono…
Il vangelo di questa domenica ci aiuta a non perderci nel mare della vita.
A non perdere di vista l’onore, la meraviglia, la fortuna immensa di essere stati chiamati, di essere parte del suo popolo, della sua Chiesa; a non dimenticare mai che ce ne stavamo su quella piazza dei disperati, senza storia e senza futuro e che la chiamata alla fede ci ha fatto essere qualcuno, ci ha veramente chiamati alla vita.
Sì, c’è una giustizia: il bene è il bene e il male è il male. E per Dio non sono affatto la stessa cosa.
Ma più di tutto è vero che per il solo fatto di essere stati chiamati, la nostra vita è diventata qualcosa di bello e di nobile. Stavamo sulla piazza, in mezzo al niente e siamo diventati i collaboratori di Dio. La vera ricompensa è quella di essere stati tolti dalla strada e chiamati a essere con lui.
Nei libri liturgici bizantini, si tramanda il testo di una omelia di San Giovanni Crisostomo che dovrebbe essere il modello per la predica della notte di Pasqua.
«Se uno è devoto e amico di Dio goda di questa solennità bella e luminosa.
Chi ha faticato nel digiuno quaresimale, goda ora la sua ricompensa.
Chi ha lavorato sin dalla prima ora, riceva oggi il giusto salario.
Se uno è arrivato dopo le nove, celebri grato la festa.
Se uno è giunto dopo mezzogiorno, non dubiti perché non ne avrà alcun danno.
Se uno ha tardato sino alle tre, si avvicini senza esitare.
Se uno è arrivato solo alle cinque di sera, non tema per la sua lentezza: perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo.
Dio concede il riposo a quello delle cinque, come a chi ha lavorato sin dalla prima ora.
Per l’ultimo ha misericordia, il primo lo riempie di onore. Accoglie le opere, ma gradisce anche la buona volontà. Onora l’azione, ma loda anche l’intenzione.
Entrate dunque tutti nella gioia del nostro Signore: primi e ultimi, godete la ricompensa. Ricchi e poveri di opere, festeggiate insieme. Casti e pigri, celebrate questo giorno.
Quanti avete digiunato e quanti non l’avete fatto, oggi siate lieti.
Tutti godete il banchetto della fede. Tutti godete la ricchezza della bontà.
Nessuno lamenti la propria miseria, perché ci è stato donato un regno.
Nessuno pianga le proprie colpe, perché dalla tomba è venuto il perdono.
Nessuno tema la morte, perché la morte del Salvatore ci ha liberati».
