Il figlio dei due sì

Cattedrale 30 settembre / 1 ottobre 2023

«O Dio, tu riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono…»: così abbiamo pregato nella suggestiva orazione che apre la celebrazione di questa domenica. Teniamo sullo sfondo questa idea così profonda: l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nel fatto di perdonare.

Dal profeta Ezechiele, nella prima lettura  abbiamo ascoltato quello che molti pensano nel loro cuore: riteniamo ingiusto il modo di agire di Dio, perché troppo spesso a questo mondo i malvagi, i furbi, i corrotti, i potenti si spartiscono la torta mentre i miti, i pacifici, i poveri ci rimettono sempre: se Dio è giusto, se Dio è onnipotente, – è il pensiero che si insinua – perché non impedisce le tante cose terribili che accadono nel mondo?

La fede che professiamo – dentro alle fatiche della vita in questo mondo – ci invita a confessare il Creatore del cielo e della terra e a credere con tutte le nostre forze che egli è l’onnipotente, ma riconosciamo che Dio esercita il suo potere in modo diverso da come vorrebbero gestirlo gli uomini: sembrerebbe addirittura che Dio abbia volutamente posto un limite al proprio potere, proprio per dare spazio alla libertà delle sue piccole creature che ama.

Di fronte ai nostri rifiuti, anche di fronte al nostro peccato, l’Onnipotente si rende impotente, lasciando libero l’uomo di compiere le sue scelte; ma su una cosa non si lascia vincere: non si lascia vincere nell’amore. 

A ricambiare l’amore di chi ci ama, sono capaci tutti; ma amare chi tradisce, chi rinnega, chi volta le spalle, addirittura chi accusa: questa è la grandezza insuperabile dell’amore di Dio. “Dio rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono”.

Nel Vangelo abbiamo ascoltato ancora una parabola ambientata nella vigna; c’è una comprensione progressiva di questo mistero, infatti questa volta non è più, come nel brano di domenica scorsa, un padrone che chiama dei servi, ma un padre che manda i suoi figli.

Il primo figlio rispose: “«Non ne ho voglia»; ma poi, pentitosi, ci andò” (Mt 21,29).  L’altro, invece, disse al padre: “«Sì, signore», ma non andò” (Mt 21,30). 

Si vedrà subito che nei due figli sono ritratti i capi dei sacerdoti e gli anziani da una parte, i pubblicani e le prostitute dall’altra. È interessante che queste due categorie vengono qualificate come «figli» e non, per esempio, «figli» i primi e «servi» i secondi. 

In partenza, dunque, almeno dal punto di vista di Dio, tutti hanno diritto allo stesso titolo. Non sembra fosse questo il modo di pensare di capi e farisei, e forse non è neanche il nostro, ed è sempre bene che ci venga ricordata questa uguaglianza di fondo, che spenga ogni orgoglio e ci prepari a ritrovare il criterio verso il quale ci guida Gesù con la sua parabola.

Se la partenza è uguale, non lo è l’arrivo, e la conclusione rovescia ancora una volta le attese. Sono gli stessi capi a tirarsi la zappa sui piedi, secondo un modo di procedere caro a Gesù, che conduce i suoi uditori a pronunciare un giudizio che, senza che se ne accorgano, li autocondanna. La differenza tra i due figli diventerà netta, perché il giudizio non si fa su quanto dicono, ma su quello che fanno o non fanno.

Di questi tempi, vale forse la pena di ricordare che ciò che salva ladri e prostitute non è il fatto di essere ladri e prostitute, ma l’aver creduto al messaggio di Giovanni, l’essersi pentiti per credergli e cambiare la propria vita. Oggi spesso si sente sbandierare dai pulpiti lo slogan sorridente: «Dio ti ama così come sei!», che è vero di per se. Peccato però che non si ricorda il resto, e cioè che «Dio ti ama come sei, ma non ama quello che sei: poiché ti ama, ti vuole diverso, ti vuole nuovo…». 

Quindi è evidente che Gesù non si riferisce a pubblicani e prostitute nell’esercizio della loro professione, ma nella loro pronta disponibilità a rimettere in gioco se stessi. 

Qual è la differenza tra queste due categorie di persone: i capi dei sacerdoti e i farisei sono portati dalla loro posizione a illudersi sulla salvezza e credono di averla in qualche modo comprata con la loro condotta di vita; ladri e prostitute, invece, sono paradossalmente più portati ad avere coscienza del proprio peccato: percepiscono che l’amore di Dio è un dono e non un diritto e per questo sono più aperti alla salvezza.

Qualche volta accusano i preti di parlare ai presenti, per predicare in realtà contro gli assenti. Invece questa parola deve farci riflettere molto, anzi, deve scuotere proprio noi che siamo qui. 

Questo non significa affatto che tutti coloro che vivono nella Chiesa e che addirittura lavorano per essa siano buttare e siano tutti  lontani da Gesù e dal Regno di Dio. 

Ma per nessuno si può dare per scontata la condizione necessaria: il cuore aperto, che si lascia toccare dall’amore di Cristo e diventa strumento del suo amore. 

Oggi ciascuno di noi deve chiedersi con sincerità: come è il mio rapporto personale con Dio, nella preghiera, nella partecipazione alla Messa domenicale? Desidero un vero rapporto con lui e lo coltivo con la preghiera, con la disponibilità a portare nella vita concreta la fede e i valori che professo con le labbra?

Oggi si sente molto parlare di rinnovamento e addirittura di riforma della Chiesa: il Vangelo sommessamente ci ricorda che il rinnovamento non comincia cambiando le strutture della comunità, ma soltanto attraverso la disponibilità alla conversione e attraverso una fede rinnovata.

Vorrei concludere con un ultimo pensiero. Il Vangelo di questa Domenica parla di due figli: uno che dice no e fa sì; l’altro che dice sì e fa no. Ma oltre a questi due figli ce ne sta un terzo misterioso. È quello che dice il sì e fa il sì.

Il terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui. Gesù, entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto e sofferto fin dentro la morte. 

San Paolo ce lo ha ricordato con le parole del bellissimo inno che si cantava a Filippo che lui trascrive nella sua lettera: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, annichilì se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini e si è reso obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (cfr Fil 2, 6-8). 

In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per noi e ci ha redenti dalla nostra superbia e dalla durezza del nostro cuore. 

Ora è tempo di celebrare e rivivere nel sacramento eucaristico il suo sacrificio. Piegheremo le ginocchia davanti al suo Nome e proclameremo la fede dei credenti: “Gesù Cristo è il Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10).

Chiediamo a Dio il coraggio e l’umiltà di camminare sulla via della fede, di attingere alla ricchezza della sua misericordia e di tenere fisso lo sguardo su Cristo, l’uomo del sì, che da forza e valore ai nostri propositi di bene.

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