ciò che è umano

Zola Predosa, Madonna di San Luca, Cattedrale – 8 ottobre 2023

«Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).

È la calda esortazione finale che Paolo lascia ai cristiani di Filippi, al termine della sua lettera, di cui abbiamo letto alcuni passi in queste ultime domeniche.

Qualcuno ha osservato come giustamente questo ideale altissimo di coltivare costantemente la virtù, la giustizia, i pensieri nobili, corrisponda alla migliore filosofia dei tempi di Paolo e sia molto vicino all’ideale greco dello stoicismo, che ha molti punti di contatto con gli insegnamenti morali dell’apostolo.

Ma è evidente che questa sapienza non deriva per Paolo da ragionamenti astratti, da una ricerca puramente speculativa: perché verità, nobiltà, giustizia, purezza, amabilità, onorevolezza, virtù non sono altro che il riflesso concreto, nella vita degli uomini, di quella luce che è Cristo stesso.

Dio si è fatto uomo, dunque in tutto ciò che è autenticamente umano, noi possiamo trovare un riflesso di Cristo e, allo stesso modo, guardando a Cristo, noi possiamo scoprire che cosa è veramente umano, che cosa contribuisce a realizzare, a formare, sostenere, elevare la nostra umanità.

A questo proposito, a volte ci viene il sospetto che in fondo, in fondo, Gesù Cristo non sia veramente uno di noi… “Fatto simile a noi in tutto – dice la nostra fede cattolica – eccetto il peccato”…

Ecco, dentro di noi cova il sospetto che, non avendo niente a che fare con il peccato, il Signore non sia poi “in tutto e per tutto” diventato uno di noi: lui è troppo pulito, non sa cosa significa galleggiare nel fango, come noi comuni mortali…

Ma è proprio l’impostazione del ragionamento che in realtà è sbagliata: quando infatti diciamo che “si è fatto simile a noi in tutto, eccetto il peccato”, non lo diciamo perché crediamo che a Cristo manchi qualcosa per essere veramente uomo, ma perché proprio in lui riconosciamo che cosa è umano e cosa è disumano; il peccato è qualcosa di estraneo all’uomo: il peccato non ci rende più umani; è proprio il peccato invece che ci dis-umanizza.

Allora, se dalla migliore filosofia raccogliamo questo invito a coltivare sempre pensieri nobili e pienamente umani, dalla grazia di Cristo impariamo a dare un contenuto forte a questa verità, a non scambiare il bene per il benessere; a non scambiare la verità con le opinioni della maggioranza; a non pensare che amabile sia ciò che ci solletica.

Coltivare ciò è giusto e buono. La regola che Paolo ci consegna è la strada migliore per crescere in una vita santa. Noi spesso non conosciamo in modo diretto qual è la volontà di Dio su di noi, nella concretezza delle circostanze. 

Allenarci a custodire pensieri veri, nobili, puri è una strada privilegiata per custodire in noi i doni di Dio, con il sostegno della sua grazia.

In tempi di comunicazione pervasiva, di mezzi tecnologici che assorbono la nostra attenzione e ci abituano, fin dalla più tenera età, a subire contenuti mediatici di ogni tipo in modo compulsivo e assolutamente passivo, oggi dovremmo forse domandarci, con onestà, come coltiviamo la nostra formazione interiore, come costruiamo la nostra cultura, se siamo veramente in cerca di una strada autenticamente umana e quindi cristiana.

* * *

È in fondo il tema della centralità assoluta di Cristo nella vita concreta dell’uomo, che risplende anche nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato.

Vale la pena di ricordare che la parabola dei vignaioli assassini, così come quella dei due figli che abbiamo ascoltato domenica scorsa, ci porta cronologicamente nel cuore della settimana santa: Gesù era già entrato a Gerusalemme, accolto dalla folla che con rami di palme gridava “Osanna”; quella stessa folla che di lì a poche ore, avrebbe urlato la sua condanna: “Crocifiggilo!”.

La parabola di oggi racconta in fondo, la storia del popolo che Dio aveva prediletto tra tutti i popoli, quel popolo che tristemente non ha riconosciuto la voce dei profeti e che di lì a poche ore avrebbe trascinato fuori dalla città e condannato a morte il Figlio del Padrone, il Figlio inviato dal Padre.

Detto marginalmente – se ce ne fosse bisogno – questo racconto non può assolutamente essere messo in relazione con alcuna forma di antisemitismo, perché è una parola che è sempre attuale ed è rivolta ad ogni generazione, compresa la nostra, di noi che qui e oggi siamo chiamati a lavorare nella vigna del Signore: perché Cristo è morto a causa del nostro peccato e del peccato di ogni uomo. 

La questione centrale alla quale la parabola ci costringe a riflettere è proprio il rapporto che abbiamo con Cristo, con il Figlio di Dio venuto in mezzo a noi.

Se nel brano del profeta Isaia, Dio si lamentava perché la vigna nonostante tutte le cure non producesse dolce uva, ma solo grappoli acerbi e amari, denunciando così le ingiustizie e le malvagità commesse da membri del suo popolo, nel Vangelo la questione è molto più diretta ed esplicita: qui vediamo chiaramente come il disprezzo per l’ordine impartito da Dio si trasformi in disprezzo verso il suo Figlio; non è la semplice disubbidienza ad un precetto divino, è il vero e proprio rifiuto di Dio. 

Quanto denuncia la pagina evangelica interpella dunque il nostro modo di pensare e di agire. 

Il Vangelo non parla solo dei tempi storici di Cristo, del mistero della Croce in quel momento di due millenni fa, ma della presenza della Croce in tutti i tempi. Interpella, in modo speciale, i popoli che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo. 

Se guardiamo la storia, siamo costretti a registrare non di rado la freddezza e la ribellione di cristiani incoerenti.

Sempre, in varie forme, ritorna l’assurda  tentazione di fare fuori il “Figlio” per “avere noi l’eredità”, cioè per prendere il suo posto, per diventare signori di noi stessi, per decidere noi il bene, la verità e la giustizia, secondo il nostro interesse e secondo il nostro comodo.

C’è sempre chi, avendo deciso che “Dio è morto”, dichiara “dio” se stesso, ritenendosi l’unico artefice del proprio destino, il proprietario assoluto del mondo. 

Sbarazzandosi di Dio e non attendendo da Lui la salvezza, l’uomo crede di poter fare ciò che gli piace e di potersi porre come sola misura di se stesso e del proprio agire. 

Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, dichiara Dio “morto”, è veramente più felice? Diventa veramente più libero? Quando gli uomini si proclamano proprietari assoluti di se stessi e unici padroni del creato, possono veramente costruire una società dove regnano la libertà, la giustizia e la pace? 

O forse non ci bastano le cronache quotidiane per toccare con mano come invece si estendono l’arbitrio del potere, gli interessi egoistici, l’ingiustizia e lo sfruttamento, la violenza in ogni sua espressione? Svuotando il cielo, alla fine, è che l’uomo si ritrova più solo e la società più divisa e confusa.

* * *

Insieme a questo, nelle parole di Gesù vi è una promessa: la vigna non sarà distrutta. Se anche esiste la possibilità concreta che qualcuno (pochi o tanti) perdano colpevolmente il dono della fede e della grazia, il Signore non si allontanerà mai dalla sua vigna e la affiderà ai suoi servi fedeli. 

I costruttori, cioè fuori di metafora, gli uomini che contano potranno anche considerarla una inutile pietra di scarto, ma per Dio il Cristo è e resta la testata d’angolo che regge tutto l’universo. Ucciso, ieri come oggi nel cuore di tanti, Cristo non resta nella tomba, ma la sua apparente disfatta segna l’inizio di una vittoria definitiva.

Ecco dunque l’esortazione forte che oggi sentiamo rivolta a ciascuno di noi. Ogni volta che vediamo il Crocifisso vediamo la somma di tutto il male che c’è nel mondo e di un male che c’è anche nel nostro cuore. Ma riconosciamo anche in lui soprattutto il nostro Redentore, il Regno di Dio in persona, venuto in mezzo a noi.

Cerchiamolo sempre il Redentore, cerchiamolo nella sua parola e nei sacramenti della fede: ma cerchiamolo anche in ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, in ciò che è virtù e merita lode.

In Cristo possiamo riconoscere che cosa è umano e cosa invece disumanizza. E in tutto ciò che è autenticamente umano, ovunque si trovi, c’è un riflesso della sua bellezza e della sua verità.

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