perdutamente amata

Cattedrale, 14-15 ottobre 2023

Il cuore della nostra fede cristiana è senza dubbio la Pasqua di Cristo, evento di umiliazione e di gloria, di dolore e di amore, di morte e di vita che è accaduto due millenni fa, ma che ci tocca tutti, qui e ora.

Ebbene la Pasqua del Signore è cominciata con un banchetto alla vigilia della sua passione; e proprio il banchetto è, come abbiamo ascoltato, l’immagine ricorrente dei brani biblici di questa domenica.

Mangiare insieme alle persone che frequentiamo e soprattutto quelle che ci sono care è una delle nostre esperienze più semplici e gratificanti. 

Gesù ha condiviso ripetutamente questa esperienza, e l’ha fatta diventare l’immagine più bella per esprimere quella unione profonda, quella pace e quella festa che caratterizzeranno il nostro destino eterno, secondo il disegno di Dio.

Di Gesù si può dire di tutto, della sua schiettezza, della sua libertà nel parlare e nel trattare con le persone senza alcuna remora, eppure i vangeli ci testimoniano che mai e per nessun motivo ha guastato una cena o ha rovinato il clima gioioso di un banchetto.

Il Cardinal Biffi scriveva che nel vangelo di oggi c’è condensato in un solo versetto tutto il mistero della nostra fede, la chiave per comprendere tutta la rivelazione cristiana: «Il Regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio».

Perché il disegno di Dio è un immenso invito alla festa, un cosmico banchetto di nozze per il suo Figlio amato.

Forse è proprio questo il motivo per cui la missione del Figlio di Dio venuto in mezzo a noi iniziò a Cana con un banchetto e ancora con un banchetto si concluse, come dicevamo, quando sotto i segni del pane e del vino, il Figlio di Dio si consegnò a noi come «Corpo dato» e «Sangue versato», come Agnello del sacrificio “che toglie i peccati del mondo”, come “pane vivo” che ci scampa dalla morte e ci da forza per il nostro cammino verso la patria eterna.

Matrimonio ed Eucaristia sono l’inizio e il culmine della missione di Gesù: possiamo anche notare che tanto il sacramento del Matrimonio (santificato a Cana) quanto quello dell’Eucaristia (istituito nel cenacolo) dureranno finché dura la storia, finché, come si dice nel rito, “morte non vi separi”.

Finché siamo in cammino in questo mondo, Matrimonio ed Eucaristia sono la fonte di costante rigenerazione di una nuova umanità creata nell’amore naturale con il Matrimonio e ricreata nell’amore soprannaturale con l’Eucaristia. 

Ma arriverà il giorno in cui tutti i sacramenti cesseranno, quando anche l’ultima generazione di credenti avrà raggiunto il traguardo del Regno di Dio.

Di là non ci saranno sacramenti, che contengono la realtà dell’amore, ma restano pur sempre segni: di là ci sarà l’amore nella sua pienezza.

Finché viviamo in questo mondo sappiamo di poter trovare nei sacramenti non solo la presenza del Signore, ma anche la sua forza, la sua consolazione e la sua gioia: ma in paradiso non ci sarà marito o moglie, non ci sarà eucaristia, non ci sarà perdono, non ci sarà la Scrittura: ci sarà invece il pieno possesso dell’amore, perché Dio, cioè l’Amore, sarà tutto in tutti.

L’unico matrimonio che ci sarà è quello tra Cristo e l’umanità rinnovata; l’unica Eucaristia sarà quel banchetto senza fine di cui ci ha parlato il profeta Isaia, quando Dio «eliminerà la morte per sempre…asciugherà le lacrime su ogni volto, farà scomparire da tutta la terra, la vergogna del suo popolo» che è il peccato.

Il regno dei cieli, dunque, «è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio». 

Queste nozze straordinarie, tra Dio e l’uomo, sono già iniziate quando «l’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria ed ella concepì per opera dello Spirito Santo», cioè quando colui che è «generato, non creato, della stessa sostanza del Padre», unì in modo fedele e indissolubile alla sua persona la nostra natura creata: quando l’unica persona del Figlio di Dio unì in se stesso il divino e l’umano, quando l’eterno e onnipotente Figlio di Dio divenne un bambino da crescere, Figlio di Maria. 

E questo immenso disegno nuziale di Dio si va di giorno in giorno compiendo nella vita della Chiesa: quella vita di grazia e di carità, attraverso la quale non solo l’umanità come natura, ma ogni uomo, come persona concreta, diviene una cosa sola con Cristo.

Tutti noi, per la vita battesimale che abbiamo ricevuto in dono, già facciamo parte di questa realtà santa e bellissima. 

Il disegno di Dio però, lo sappiamo bene e non ce lo nascondiamo, non si è ancora compiuto definitivamente in noi. 

Lo possiamo constatare ogni giorno, quando il nostro peccato e la nostra fragilità spirituale e materiale ci fa rendere conto che siamo ben lontani dall’essere pienamente uniti al Signore. 

Possiamo ripensare qui ad una parola che Gesù disse la sera dell’ultima Cena, stando a tavola con i discepoli: «Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione» (Lc 22,15). 

Questo desiderio ardente non fa tanto pensare al desiderio dello sposo di unirsi alla sua sposa? Gesù ha desiderio di noi, ci attende. 

Ma noi dobbiamo chiederci: francamente abbiamo desiderio di lui? C’è dentro di noi la spinta ardente ad incontrarlo? Cerchiamo la sua vicinanza, quel diventare “una cosa sola con Lui”, di cui egli ci fa dono nella santa Eucaristia? Oppure siamo indifferenti, distratti, pieni di altro? 

***

Come quella di domenica scorsa, la parabola che abbiamo ascoltato oggi è una sintesi di tutta la storia della salvezza, dalla prima chiamata alla fede del popolo di Israele a cui Dio mandò i suoi primi servi, i profeti; fino a quando, dopo la drammatica distruzione di Gerusalemme conseguente al rifiuto (distruzione a cui allude con impressionante realismo la parabola), Dio mandò altri servi, gli apostoli: essi avevano l’ordine di estendere questa volta l’invito a tutti gli uomini, di qualsiasi condizione, cattivi e buoni, per celebrare la festa del suo Figlio.

Come cristiani, però, ci sentiamo interpellati in tutto lo svolgersi del racconto, anche nella prima parte, che storicamente allude a Israele, perché la tentazione di non curarci di Dio e di pensare ai nostri piccoli interessi o addirittura di mostrare disprezzo per le cose di Dio e per i suoi inviati, è sempre ricorrente nella storia dei credenti.

«Andarono chi al suo campo, chi ai suoi affari…». Si rifiuta il Signore semplicemente perché si va dietro al dio mammona, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi.

Bisogna che lo riconosciamo: Gesù conosce  bene la realtà dei posti vuoti al suo banchetto, la risposta negativa, il disinteresse per lui e per la sua vicinanza. 

E i posti vuoti al banchetto nuziale del Signore, con o senza scuse, sono per noi, ormai da tempo, non una parabola, bensì la triste realtà proprio di quei paesi come il nostro, con quali Dio ha manifestato una predilezione speciale, rispetto ad altri popoli.

***

I servi, dunque, radunano tutti quelli che trovano, buoni e cattivi, e la sala si riempie: la bontà del re non ha confini e a tutti è data la possibilità di rispondere alla sua chiamata.

Qui il racconto si ricollega con la parabola della zizzania nel campo: finché vive in questo mondo la Chiesa non è da identificare con il popolo dei buoni. La linea di separazione tra bene e male, tra fede e incredulità, tra carità e astuzie mondane ci attraversa il cuore. Quando il vangelo dice: “buoni e cattivi” non lo dice per indicare due categorie distinte, ma per parlare di ciascuno di noi.

C’è una condizione indispensabile per restare a questo banchetto di nozze: è quella di indossare l’abito nuziale. 

Per capire il senso di questa immagine biblica, possiamo ricordare San Gregorio Magno, che in una celebre omelia si domandava: «Che genere di persone sono quelle che vengono senza abito nuziale? In che cosa consiste questo abito e come lo si acquista?» 

E spiega: «Quelli che sono stati chiamati e vengono hanno in qualche modo fede. È la fede che apre loro la porta. Ma manca loro l’abito nuziale dell’amore. Chi vive la fede non come amore non è preparato per le nozze e viene mandato fuori. La comunione eucaristica richiede la fede, ma la fede richiede l’amore, altrimenti è morta anche come fede».

Per confezionare un vestito, diceva Gregorio, è necessario telaio composto da due legni: simbolicamente l’amore di Dio e l’amore del prossimo. Questo è il senso dell’abito nuziale per il grande padre della Chiesa.

Ecco, tutti noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la fede al suo banchetto, ma dobbiamo indossare e custodire l’abito nuziale, cioè la carità, vivere un profondo amore a Dio e al prossimo.

Questa celebrazione eucaristica che stiamo vivendo è una misteriosa anticipazione della festa finale del Cielo: ogni domenica il Signore ci invita con l’ardente desiderio di unirsi a noi, ma dobbiamo parteciparvi con l’abito nuziale della sua grazia. 

Ed è il sacramento della Riconciliazione Dio che ci offre sempre la possibilità di ripristinare l’integrità e la bellezza dell’abito necessario per la festa.

L’Eucaristia, il Matrimonio, la Confessione… tutto questo un giorno finirà perché resterà soltanto quella grande, meravigliosa unione che Dio desidera da sempre con l’umanità.

«Alleluia. Rallegriamo ed esultiamo. Sono giunte le nozze dell’Agnello, la sua sposa è pronta». (Ap 19).

È il cantico che ogni domenica la Chiesa innalza nella liturgia del tramonto, quando rende grazie al suo Sposo per l’ardente e appassionato desiderio, con il quale sa di essere perdutamente amata.

Lascia un commento