i diritti di Dio

Cattedrale, Reale -21/22 ottobre 2023

Provo sempre una certa commozione quando ritrovo nelle Scritture le prime righe della prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi perché si tratta in assoluto della più antica testimonianza scritta del Cristianesimo.

Questa lettera venne scritta da san Paolo per i cristiani di Salonicco, mentre si trovava a Corinto, dove si fermò, per un anno e mezzo tra il 52 e il 53 dopo Cristo.

Erano trascorsi solo una ventina di anni dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. L’illuminazione di Paolo sulla via di Damasco, dopo il martirio di Stefano era avvenuta attorno all’anno 35 e una decina di anni dopo sarebbe iniziata l’attività missionaria dell’apostolo, con suoi viaggi che lo resero il più grande missionario di tutti i tempi.

È bello ricordarlo oggi, mentre celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale. 

La lettera, come abbiamo ascoltato, riporta la firma di tre persone: Paolo, Silvano e Timoteo, perché la missione non è mai l’azione di un eroe solitario, non è un hobby personale, ma sempre un atto ecclesiale e comunitario. 

Ciò che suscita forte impressione è che, già subito fin dalle prime righe della lettera, appaiono insieme quelle che la catechesi dei secoli successivi identificherà come le “virtù teologali” (la fede, la speranza e la carità), cioè il riflesso della vita stessa di Dio nella vita concreta dell’uomo.

(Se avete voglia di fare un ripasso, possiamo ricordare che il Catechismo distingue le virtù cardinali, dalle virtù teologali.

Le virtù cardinalisapienza, giustizia, fortezza e temperanza – erano già enunciate dalla filosofia classica e descrivono i pilastri etici di una vita umana orientata al bene.

Delle virtù teologali invece, – fede, speranza e carità – sappiamo anzitutto che sono un dono di Dio, al quale l’uomo è chiamato a corrispondere: appunto come dicevo “il riflesso della vita stessa di Dio nella vita concreta dell’uomo”.

È evidente che in questo inizio della sua lettera, Paolo non intendeva fare una trattazione teorica delle virtù. Piuttosto vuole esprimere la sua gioia e la sua gratitudine a Dio per la vita di una concreta comunità di credenti – quella di Tessalonica, appunto – nella quale riconosce una impronta della presenza e dell’opera di Cristo stesso.

Vedete come sono declinate le virtù: Paolo elogia «l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore»: come vedete le virtù sono espresse con una forte nota di concretezza.

Dagli Atti degli Apostoli sappiamo che il primo passaggio di Paolo per Tessalonica era stato a dir poco rocambolesco: gli bastarono tre sabati nei quali predicò in sinagoga, spiegando e dimostrando “che il Cristo doveva morire e risuscitare dai morti” e che “il Cristo è quel Gesù che io vi annunzio” (At 17).

E non poteva non esserci – insieme all’impegno appassionato di Paolo – un’opera invisibile ma potente dello Spirito di Dio, se – come riferisce ancora Atti – “alcuni di loro furono convinti e aderirono a Paolo e a Sila, come anche un buon numero di Greci credenti in Dio e non poche donne della nobiltà” (At 17,1-4), fino al punto che scoppiò in questa importante città di mare una sommossa che costrinse gli apostoli alla fuga…

Ma torniamo a come Paolo descrive la nuova vita dei Tessalonicesi.

Una Fede “operosa”: cioè non un puro esercizio intellettuale e culturale, che pure era necessario per della gente che aveva una cultura e una sensibilità religiosa estremamente distante dal cristianesimo; ma una fede che si radica decisamente nella concretezza della vita.

Una Carità “faticosa”: che vuol dire una ricerca del bene che non era frutto di uno spontaneismo “tutto cuore”, ma risposta ad una chiamata soprannaturale, lotta contro gli istinti contrari, continua conversione al bene e alla verità.

E poi una Speranza “ferma”: l’immagine che sta dietro alle parole originali è quella del giogo, al quale ci si sottomette non per umiliarsi, ma per incanalare le energie e portare frutto con perseveranza.

Quanto avremmo da riflettere, ricordando questi fatti, in un’epoca come la nostra, fatta di slogan, parole d’ordine, chiacchiere inutili, un’epoca nella quale è stata inventata la parola “evangelizzazione” ma che vede la cristianità sostanzialmente muta.

Come abbiamo appena ascoltato, Paolo scrive che “il nostro Vangelo non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”. 

Come frutto di questa domenica dedicata particolarmente alla missione della Chiesa in tutto il mondo, chiediamo che si imprima con forza nella nostra coscienza e nel nostro impegno di credenti la forza così limpida di questa testimonianza.

* * *

Mi sembra che valga anche la pena, di soffermarci un poco sulla prima lettura che abbiamo ascoltato, che ci prepara a meditare più direttamente il brano del vangelo: si tratta di una profezia di Isaia riferita alla fine dell’esilio babilonese.

Ciro, il potente e grande shah dei Persiani, che con un editto del 539 avanti Cristo consentì agli Israeliti di ritornare in patria e di ricostruire il tempio di Gerusalemme, viene additato da Dio addirittura come un eletto, un messia, un liberatore del popolo di Dio.

È un caso unico in tutte le Scritture dell’Antico Testamento, in cui a un pagano viene apertamente attribuita non solo una missione per la salvezza del popolo, ma addirittura di essere uno strumento eletto perché il mondo intero possa conoscere la verità di Dio. 

«Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me».

Che cosa ci insegna questa pagina così suggestiva? Anzitutto che dentro alle grandi vicende della storia, agli incontri e agli scontri dei popoli e delle culture, così come dentro i piccoli casi delle nostre vite personali, delle nostre famiglie e di ogni uomo, c’è sempre la mano e la guida di Dio.

Dio non esiste solo per quelli che credono in lui. Esiste per tutti. Si è rivelato ad Abramo e a Mosè e in Gesù Cristo ci ha mostrato il suo volto ed è capace di suscitare il bene ovunque, anche nei contesti più improbabili. Non dimentichiamolo mai.

* * *

La pagina del Vangelo ci porta ad una consapevolezza ulteriore. Si parla di Dio e dell’imperatore dei Romani. (Cesare è l’appellativo che, in onore di Giulio Cesare, veniva attribuito a tutti gli imperatori).

Si parla dunque dell’unico Dio e di un sistema politico, economico, culturale in quel momento così lontano dal nome di Cristo, ma che era il mondo nel quale vivevano  concretamente i primi discepoli.

Farisei ed erodiani, nemici tra di loro riguardo all’atteggiamento da tenere con i Romani, si alleano per tendere una insidia a Gesù, che in cambio ci lascia uno degli insegnamenti più preziosi e fecondi della nostra fede.

«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e (ripetuto) rendete a Dio quello che è di Dio». 

Rendete, dunque, cioè “restituite”: c’è un diritto di Cesare, cioè dello Stato o più in generale del mondo concreto nel quale ci tocca di vivere, ma c’è soprattutto un diritto di Dio.

Se vivi in questo mondo, in questo Stato, devi dare a questo mondo, a questo Stato, ciò che corrisponde secondo giustizia e diritto. Significa che bisogna pagare le tasse, obbedire alle leggi, promuovere il bene e la giustizia e la dignità dell’uomo.

Ma se l’immagine di Cesare è impressa su una moneta e su tutto ciò che essa rappresenta, dove sta impressa invece l’immagine di Dio, se non nel cuore dell’uomo, nella sua coscienza, nella sua volontà, nella sua inalienabile dignità?

Questo significa che il credente deve essere sempre cittadino attivo del mondo concreto in cui vive, anche quando fosse completamente estraneo e perfino ostile a Dio e al suo Cristo. Ma non per questo potrà mai scendere a compromessi con la sua coscienza illuminata dal Vangelo.

Perché passa questo mondo, passano i Cesari, gli shah e i regimi di questo mondo. Ma ciò che è di Dio non passerà mai.

Può capitare, e capita di fatto, che il rispetto di Cesare sia in contrasto con il diritto di Dio sul nostro cuore e sulla nostra vita. Non per nulla il nostro Redentore “patì sotto Ponzio Pilato” (cioè sotto Tiberio Cesare) e tanti nostri fratelli di fede, ieri come oggi, hanno pagato con persecuzioni e martirio la loro fedeltà a Cristo.

Ma ciò non toglie che ameremo sempre la nostra patria, rispetteremo le autorità e le istituzioni facendo legittimamente tutto il possibile perché possano anch’esse corrispondere al disegno e alla volontà di Dio, come accadde misteriosamente a Ciro, il grande shah dei persiani.

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