il più vicino

Cattedrale e Zola 28-29 ottobre 2023

Ancora una domanda da parte dei detrattori di Gesù, domanda che voleva essere insidiosa, come quella sul tributo a Cesare di domenica scorsa, ma che offre al Signore la possibilità di portarci al cuore del nostro rapporto con Dio: “Qual è il grande comandamento?”

A proposito di “comandamento”, se andiamo a rileggere le antiche Scritture, la prima volta in cui troviamo questa parola è proprio all’inizio, nel libro della Genesi, nel racconto della creazione:  «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino» (Gen 2,16); insieme con il divieto di mangiare l’albero della conoscenza del bene e del male.

Potremmo dire in altre parole che il primo comandamento, nel quale risplende l’impronta e l’immagine di Dio nel cuore dell’uomo, è il comandamento della gioia. Dio comanda all’uomo di essere felice, di godere dei suoi doni, ma senza impadronirsi di quella gloria che appartiene a lui solo; cioè senza cercare di farsi Dio di se stesso.

In tutta la storia della rivelazione, Dio non ci nega mai la gioia e la felicità: piuttosto ci rimprovera di non riuscire ad essere veramente felici, a causa della nostra inclinazione al male.

L’uomo pensa di essere se stesso quando può fare come gli pare; quando agisce in modo istintivo, in preda all’ira, alle passioni, agli istinti; quando pretende di decidere ciò che è bene e ciò che è male, ma in questo modo diventa schiavo di se stesso e condannato all’infelicità.

Gesù, dunque, rimette al centro le questioni veramente fondamentali: prima ci fa riconoscere che, come la moneta porta l’impronta di Cesare, così la nostra identità più profonda porta l’impronta di Dio che ci ha creato. Ora ci insegna che lo scopo per il quale siamo creati è Dio e Dio solo: è godere del suo amore e diventare suoi figli.

«Ci hai creati per te», dirà Sant’Agostino nel momento più sincero e luminoso della sua conversione: «Ci hai creati per te e il nostro cuore non trova pace, fino a quando non riposa in te».

“Amerai il Signore tuo Dio”: questo è dunque il segreto della felicità e della gioia. Il precetto appartiene alla Legge antica ma, sulle labbra di Gesù, diventa qualcosa di radicalmente nuovo. Ora non ci appare più come solo come una norma, una regola da osservare formalmente: con Gesù è diventata un “ev-angelo”, una buona notizia.  

Queste parole antiche, molto prima di essere una regola, sono diventate per noi una possibilità che si riapre, la possibilità in Cristo di ritrovare quella felicità per la quale siamo stati creati. Con Gesù scopriamo che Dio non ci sta dicendo “devi“, ma “puoi“.

Amare Dio, significa tendere a diventargli simile, perché chi ama vive dell’amato: l’amore di Dio è vera possibilità di divinizzazione per l’uomo.

I discendenti di quell’Adamo che nel giardino pretendeva di essere Dio attraverso la via dell’arroganza, possono ora diventare figli di Dio, percorrendo la via dell’amore. 

In una lettera scritta dopo il lungo e umiliante periodo di sospensione dal sacerdozio che gli venne inflitto dal suo Vescovo, padre Marella scrisse: “L’orgoglio mi avrebbe perduto, la carità, l’amore, mi ha salvato”.

Amare Dio – dice il Signore – con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”.

Con tutto il cuore: tutti sappiamo (spero) che nel linguaggio biblico “cuore” non è tanto simbolo di vaghi sentimenti come nella cultura contemporanea. Potremmo pensare all’espressione “mi sta a cuore”, che indica priorità assoluta, decisioni concrete, progetti.

Con tutta l’anima: cioè con tutta la vita, con tutte le energie e le possibilità.

Con tutta la mente: è la nostra razionalità, l’intelligenza che ci fa riconoscere la verità, separandola dalle passioni umane. Il nostro modo di pensare deve conformarsi a Dio non alla mentalità del mondo.

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Dopo il primo e grande comandamento, non esiste più, nel passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento, nel passaggio dalla Legge al Ev-angelo, una serie infinita di regole e osservanze, ma un secondo comandamento che è “simile al primo”. «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Attenzione: non è uguale – badate – ma simile. Simile proprio come l’uomo è somiglianza di Dio.  

“Prossimo” in grammatica è il superlativo di vicino: in poche parole “prossimo” significa “il più vicino”.  

Nell’Antico Testamento questa parola serviva a creare delle distinzioni, a non confondere gli amici con i nemici. L’odio – diceva in sostanza la Legge antica – riservalo per il nemico; e conserva il tuo l’amore per il prossimo.

Ma il cuore del Nuovo Testamento, il cuore della fede cristiana, è la rivelazione che proprio colui che era per natura assolutamente lontano – cioè Dio stesso – si è fatto lui stesso nostro vicino, il più vicino: Dio si è fatto nostro prossimo. Questa è la luce nuova che ci permette di comprendere come “buona notizia”, “ev-angelo”, quanto stava scritto nella Legge.

Il Vangelo ora non ci chiede più di dividere gli altri in meritevoli o di odio o di amore, come nell’Antica Alleanza: ci dona invece la forza di farci noi “prossimo”, di andare noi incontro all’altro, chiunque egli sia, proprio perché Dio è venuto incontro a noi, nel suo Figlio.

Solo alla luce di Gesù Cristo possiamo comprendere quelle antiche parole: «Ama il prossimo tuo come te stesso»: non era un invito – come qualche volta si sente dire – al narcisismo, a guardare prima di tutto a noi stessi. Significa piuttosto “amalo, il prossimo, proprio come tu stesso sei amato, come tu stesso sei oggetto dell’amore di Dio”. 

Ogni uomo (perfino il nemico) vale tanto quanto vale il sangue del Figlio di Dio, per questo ogni uomo è prossimo: perfino chi tradisce, chi rinnega – anche il nemico – deve essere amato, tanto quanto ognuno di noi è amato da Dio anche dentro i suoi tradimenti, i suoi rinnegamenti, il suo peccato.

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Dove troveremo la forza di amare così? Dove l’umanità troverà la forza di credere nell’amore più forte dell’odio, delle vendette, delle guerre, delle discriminazioni? La troveremo solo conservando lo stupore di essere noi per primi amati da Dio. Il Dio Altissimo, clemente e misericordioso, non è rimasto infinitamente distante da noi, ma si è fatto vicino: Dio si è fatto prossimo. Il nostro prossimo è Dio.

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