Tutti i Santi
Questa festa di tutti i Santi è una finestra aperta su un mondo infinitamente più grande di noi, anzi – diciamolo francamente – è una finestra aperta sul paradiso.
Noi istintivamente associamo il paradiso al futuro, al mondo che deve venire oltre la nostra morte, oltre la nostra storia.
Ma il paradiso non è al futuro: il paradiso è già adesso, perché Cristo già adesso ha vinto il peccato e la morte e ha impresso il sigillo della salvezza su tutti coloro che gli appartengono.
144mila: è il numero simbolico e denso di significato riportato dal brano densissimo di Apocalisse. Il linguaggio caratteristico dell’ultimo libro della Bibbia, linguaggio presente in realtà in numerosi testi della Scrittura, è figlio della cultura semitica, particolarmente affascinata – per una serie di motivi – dal significato simbolico dei numeri. 144mila deriva dal numero 12, che è il numero del Popolo di Dio. Come l’antico Israele discendeva dalle 12 tribù dei figli di Giacobbe, così il nuovo Israele, che è la Chiesa di Cristo, ha come fondamento i 12 apostoli, i pescatori di Galilea, ai quali Gesù ha affidato la missione di annunciare il vangelo a tutti i popoli.
12*12*1000, significa che il piccolo seme del Vangelo, piantato in quel terreno così fragile che è il cuore di coloro che hanno creduto, porta molto frutto e diventa un popolo, una fraternità, una comunione che abbraccia il tempo e lo spazio e che nulla può dividere, perché appartiene a Cristo e porta il suo sigillo.
È un popolo che misteriosamente diventa “una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, popolo e lingua”.
Questa moltitudine che acclama il nome di Cristo, l’Agnello immolato, non viene divisa dal passare del tempo o dalle distanze dello spazio.
Ci viene in aiuto, per comprendere meglio, un passaggio del Concilio Vaticano II, nella Lumen Gentium (49), la Costituzione che parla della Chiesa:
“Fino a che il Signore non verrà nella sua gloria, (…), alcuni dei suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri, compiuta questa vita, si purificano ancora, altri infine godono della gloria contemplando «chiaramente Dio uno e trino, qual è». Tutti però, sebbene in grado e modo diverso, comunichiamo nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo e cantiamo al nostro Dio lo stesso inno di gloria. Tutti quelli che sono di Cristo infatti, avendo lo Spirito Santo, formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in lui“. (Lumen Gentium, 49).
Dunque, una sola Chiesa. Se Cristo ha vinto la morte, niente, neanche la morte può separare quelli che gli appartengono.
Credo che questo insegnamento che viene dal cuore della fede cristiana sia molto prezioso, soprattutto nel nostro tempo e nella nostra cultura, che è molto schiacciata sull’attimo presente e che punta sempre di più a farci cadere nell’inganno di credere che il mondo è fatto di ciò che il nostro naso riesce a percepire e a comprendere.
Quante volte, anche noi credenti, censuriamo il nostro sguardo sulla realtà, e lo imprigioniamo nelle categorie delle cronache quotidiane.
Se quando un cristiano dice la parola “Chiesa” e il concetto che ha in mente non comprende anzitutto la beatissima Vergine Maria, gli angeli, i martiri, i santi di ogni ogni tempo e di ogni luogo, non sta affatto pensando alla Chiesa come è, ma a un fenomeno puramente storico – a tratti affascinante o perfino inquietante – ma non a ciò che è la Chiesa in realtà.
Siamo così stupidamente impegnati a essere la Chiesa di oggi, e a pensare di essere noi i costruttori di una chiesa così o una chiesa cosà, che non ci rendiamo conto di essere parte di qualcosa di immenso, che attraversa i tempi e i luoghi, che parla le mille lingue dei tempi e dei luoghi, ma che in realtà canta la stessa lingua della paternità di Dio.
È ancora l’apostolo Giovanni che ce lo ricorda nella seconda lettura: il mondo non conosce questo mistero grande, il mondo con le sue sole forze umane non può comprendere il nostro segreto. «Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui».
Siamo e continuiamo ad essere povere creature, siamo pieni di limiti, di peccati e di paure. Ma Dio ci ha tanto amati, da farsi simile a noi, perché noi possiamo diventare simili a lui, la sua famiglia.
Con il battesimo diventiamo quello non siamo per natura: diventiamo figli di Dio!
Fin da adesso lo siamo, ricorda ancora San Giovanni, ma anche noi battezzati non riusciamo a comprendere fino in fondo questo dono: «noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è».
Quando ho regalato ad una amico persiano il Vangelo nella sua lingua, gli ho chiesto di leggerne un brano: era la pagina di oggi, le Beatitudini. E lui mi ha detto che il titolo riportato nella sua edizione si traduceva così: “la via della felicità”.
Tutto il Vangelo è in realtà la via della felicità. Dio vuole che siamo felici. Il mondo pensa che felici sono i ricchi, i potenti, i violenti, i forti.
Il Vangelo dice invece “beati i poveri in spirito, beati i misericordiosi, beati i puri di cuore, beati i miti”. Questa è la via della felicità, il segreto di chi appartiene a questo popolo immenso.
Anzi, in realtà questo è il ritratto di Gesù: è Gesù il vero povero, misericordioso, puro e operatore di pace. Gesù è la via da percorrere per conoscere la verità e avere la vita.
Sapete che anche l’evangelista Luca riferisce le beatitudini, ma in un modo che ci fa molto pensare. Riferisce che Gesù alzò gli occhi sui discepoli e disse: «Beati voi poveri; beati voi che ora avete fame; beati voi che ora soffrite…». Ma subito dopo, continuando a guardare gli stessi discepoli aggiunge: «Ma guai a voi ricchi; guai a voi che siete sazi; guai quando tutti parlano bene di voi».
C’è molto da riflettere. Noi siamo allo stesso tempo beati e maledetti. La linea di divisione tra il paradiso e l’inferno, finché siamo in questa vita, ci attraversa il cuore. Siamo fino al collo in lotta contro noi stessi e con il male che portiamo dentro.
Cari fratelli, le nostre Chiese sono piene delle immagini dei santi e delle loro reliquie che sembrano circondare e abbracciare la nostra assemblea: ci ricordano che in questa vita difficile siamo sempre circondati da questo popolo invisibile, ma reale; che c’è una moltitudine immensa che ci accompagna e prega per noi.
Un filosofo medievale diceva: «Noi siamo nani sulle spalle dei giganti».
Maria Santissima, madre di Dio e madre nostra, tutti gli uomini giusti a partire da Abele, i patriarchi, i profeti, gli apostoli, i martiri, i bambini innocenti, tutti i santi che hanno percorso la via della felicità, gli uomini giusti e buoni di ogni tempo, non sono prigionieri di una storia passata, ma ci sostengono con la loro amicizia nel cammino della vita.
