Trentunesima domenica del tempo ordinario A
Gesù si trova a Gerusalemme. Sono gli ultimi giorni della sua vita. Il brano evangelico di questa domenica è l’inizio del suo ultimo discorso pubblico, che sfocerà in una violenta requisitoria contro le guide spirituali del popolo (per sette volte dirà “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti!”).
Il brano della prima lettura, tratto da Malachia – l’ultimo degli antichi profeti – mostra come Gesù con questo insegnamento si muove nella linea dei profeti che condannavano i capi di Israele.
Il Signore con molta franchezza denuncia e smaschera i difetti vistosi dei capi del popolo: scribi e farisei, cioè i teologi, gli intellettuali che col loro prestigio culturale esercitano un notevole influsso sul popolo e lo frenano nell’aprirsi al suo Vangelo.
Gesù non contesta la loro autorità di maestri incaricati di spiegare la Legge, ma una serie di abusi molto gravi.
– “Dicono e non fanno”. Parole e fatti si contraddicono. La loro prassi di vita non è coerente col loro insegnamento e lo scredita.
– Sono esigenti e rigidi con gli altri, ma accondiscendenti con se stessi.
– Quello che fanno lo fanno per ostentazione. Sono malati di esibizionismo. Non fanno il bene per se stesso e nell’intento di piacere a Dio, ma solo per essere visti e riscuotere l’ammirazione della gente.
Quando l’evangelista Matteo riportava nel suo racconto questa critica di Gesù, pensa sicuramente ai capi farisei che nel suo tempo guidavano la comunità giudaica, da cui la Chiesa aveva preso le distanze e da cui era anche perseguitata.
Ma l’evangelista intendeva pure correggere le stesse identiche contraddizioni che anche all’interno della comunità cristiana manifestano coloro che, rivestiti di autorità o titolari di qualunque incarico, se ne servono per il proprio prestigio o per interessi personali.
La Chiesa per Gesù deve essere una realtà alternativa alla società di allora e di oggi.
Nella sua famiglia tutti sono “fratelli”, perché “uno solo è il Padre vostro, quello del cielo”, e tutti sono discepoli “perché uno solo è il vostro Maestro (cioè Gesù) …una sola è la vostra guida, Cristo”.
Tutti perciò, senza eccezione, godono di una uguale dignità, perché ciascuno è figlio e discepolo allo stesso titolo.
Gesù esige che nei rapporti ciò che differenzia tra loro i discepoli passi in secondo piano, mentre in primo piano deve stare ciò che è comune.
Ciò che hanno in comune, il dono uguale per tutti, è appunto la loro relazione con Dio e con Gesù: Dio è l’unico vero Padre di tutti e Gesù è l’unico vero Maestro e Guida.
I cristiani, prima di essere qualcosa di diverso l’uno dall’altro, prima di svolgere compiti differenti, sono in una posizione di uguale dignità, perché figli di un unico Padre, quindi fratelli, e discepoli di un unico Maestro Gesù.
Allo stesso tempo, Gesù non nega la presenza nella Chiesa di un’autorità, che sarà esercitata in nome di Lui, l’unico Signore, e come un servizio d’amore: “Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato (da Dio) e chi si abbasserà sarà innalzato (da Dio)”.
Credo che questa considerazione sia estremamente preziosa, in un tempo in cui la comunità dei credenti è chiamata a riflettere a tutti i livelli sul tema della corresponsabilità e della partecipazione di tutti alla vita della Chiesa.
In molti c’è una specie di preoccupazione per la creazione di nuovi ruoli, ad es., per le donne o di costituire i laici in posti di dirigenza delle strutture ecclesiali.
Non è questo il luogo nel quale possiamo entrare in questo tipo di considerazioni, ma non possiamo non riconoscere – alla luce della Parola di Dio – che anche in questi processi di discernimento e di revisione della prassi ecclesiale, esiste sempre la sottile, ma pericolosissima tentazione di impostare il problema in termini mondani, cioè in termini di potere e di ruoli.
E mentre ascoltiamo nel Vangelo che Gesù rimprovera Marta di non comprendere che il posto migliore nella comunità non è quello di chi gestisce, ma quello di chi si siede e rimane in ascolto, vediamo invece che molti ambiscono alla possibilità di alzarsi e prendere la parola ed esercitare ruoli.
Ogni generazione di cristiani ha registrato problemi nelle forme storiche e concrete dell’esercizio dell’autorità pastorale nella comunità ecclesiale, ma credo che fino a quando imposteremo il problema in termini di potere e di autorità non ne usciremo: arriveremo semmai alla piaga della clericalizzazione dei laici o a quella della banalizzazione del ministero.
La vera soluzione viene dal Vangelo ed è già chiaramente indicata dal Concilio (LG cap. V) ed è quella di riaffermare con forza la vocazione di tutti e di ciascuno alla santità.
Se ognuno di noi – laico o prete, monaco o cardinale, uomo o donna – scoprisse la gioia immensa di poter cambiare il mondo cominciando dalla propria conversione… se ognuno di noi riconoscesse che la vera dignità di un credente consiste nel suo battesimo, nella chiamata alla fede e alla santità, vivrebbe la diversità delle vocazioni con la gioia di essere parte di un popolo immenso, in cui c’è qualcuno che solo apparentemente sta più in alto e che anzi, quanto più in alto sta, tanti più rischi corre per la sua anima.
“Temo ciò che sono per voi. Mi rallegro di ciò che sono con voi”, diceva Sant’Agostino: “per voi sono vescovo, con voi sono cristiano!”.
Ho già ricordato un’altra volta una battuta molto illuminante del card. Caffarra. Una volta una ragazzina con tono un po’ impertinente gli chiese: “Perché le donne non possono diventare prete?”. E il Cardinale rispose serafico: “Perché il sacerdozio è servizio e nella Chiesa la donna è regina. Non possiamo chiedere alle donne di fare le serve”.
Non è solo una battuta: la Chiesa, come ricorda spesso il Papa è donna, perché è la Sposa di Cristo e il suo prototipo più perfetto è Maria Santissima.
Nella Chiesa serve certamente il servizio di Pietro (cioè la gerarchia), ma lo scopo del servizio di Pietro è che tutti – Pietro compreso – diventino Maria, diventino un cuore che ascolta, che accoglie di doni di Dio e li fa fruttificare nella carità.
