Trentaduesima domenica del tempo ordinario At
Ci sta accompagnando in questo ultimo scorcio dell’anno liturgico la prima lettera dell’apostolo Paolo ai Tessalonicesi, che è la più antica testimonianza scritta del cristianesimo.
Era molto forte, tra i primi cristiani, il desiderio di arrivare all’incontro vivo con il Signore Gesù.
Ma ad un certo punto sorge un problema, che genera una difficoltà in quella comunità: capita che qualcuno di loro muore. È un fatto normale, ma la loro speranza così grande aveva fatto loro immaginare che i discepoli di Cristo sarebbero stati tutti in vita, quando si manifesterà nella gloria.
Tra l’altro possiamo notare che anche Paolo mostra, in questa prima fase della sua predicazione missionaria, di avere questa stessa convinzione. Scrive infatti: «noi che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore…».
Vorrei attirare la vostra attenzione sul primo versetto del brano di oggi, che mi sembra molto illuminante, non solo per chiarire un punto importante della catechesi cristiana, ma anche per comprendere che cosa significhi in fondo essere cristiani, cioè quale sia l’immensa fortuna del dono della fede.
«Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza».
C’è anzitutto un problema di ignoranza o di mancanza di conoscenza. È un tema con il quale noi cristiani dell’era delle tecnologie, dobbiamo fare un poco la pace, perché respiriamo una cultura che tende a convincerci sempre di più che la fede stia nell’area dei sentimenti del cuore, delle emozioni che ci toccano intimamente e che è qualcosa di così impalpabile che ognuno di noi è in fondo libero di credere in ciò che si sente e come si sente.
Per Paolo invece la fede è anzitutto una questione di conoscenza: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza». La fede non è solo questo, ma anzitutto questo: una forma di conoscenza.
Il nostro naso, i nostri occhi, la nostra intelligenza hanno una percezione limitata della realtà; la fede è un supplemento divino di sguardo, di comprensione: è il dono di vedere oltre ciò che si vede e si tocca.
E, insieme al tema dell’ignoranza, c’è anche quello della tristezza, che direttamente è qui la tristezza causata dal lutto per la morte di un amico o di un congiunto, ma che in realtà è sostanzialmente quella tristezza che segna profondamente la vita quotidiana di chi vive senza speranza, senza orizzonte, senza prospettiva.
Un cristianesimo puramente emozionale, una religiosità fondata solo su valori e su esperienze umane ci condannerebbe alla tristezza, perché renderebbe inaccessibili le vere sostanziali radici della nostra speranza.
Sapete cosa sono le parole di circostanza? Come quando devi affrontare un amico che ha subito un lutto e devi fargli le condoglianze… è una fortuna che esistano le frasi fatte, in quei momenti veramente imbarazzanti… ma sarebbe drammatico e veramente triste se la nostra fede non avesse da offrire uno straccio di conoscenze certe (vogliamo dire dogmi?) alle quali aggrappare la speranza.
«Se crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti».
La morte di Cristo con la sua risurrezione – ricorda l’Apostolo – è il cuore della nostra fede: tutto quello che noi sappiamo di Dio – ma anche di noi stessi – quello che sappiamo della nostra origine e del nostro destino, cioè del senso della nostra vita, noi lo conosciamo alla luce della morte e della risurrezione di Cristo.
L’apostolo – ancora convinto che sarà in questa vita quando il Signore ritornerà – chiarisce che in quel giorno i morti si uniranno ai vivi e che saremo rapiti (che bella immagine, che ha il sapore di un amore molto mediterraneo!)… poi il tema si fa talmente esorbitante da non poter essere più espresso in termini discorsivi… ed entra in gioco l’immaginazione: suoneranno le trombe – come quelle che distrussero le mura di Gerico – e poi “saremo nelle nubi”; ma soprattutto “saremo per sempre con il Signore”.
Dispiace un poco che la traduzione abbia reso con “morti”, là dove Paolo scrive invece i “dormienti”: che è un’altra delle parole-chiavi del cristianesimo.
Sapete che la parola “cimitero” in greco significa “dormitorio”: questa parola si afferma con il cristianesimo, che non crede più alle “necropoli”, alle città dei morti ormai separati da noi, ma guarda alla morte come ad un sonno provvisorio, non dunque come una realtà definitiva e senza ritorno.
E forse, come cristiani – proprio partendo da uno degli elementi più incandescenti della nostra fede – dovremmo anche un poco anche interrogarci sulla quasi scomparsa dei segni della nostra fede nelle pratiche attuali di sepoltura (o di non sepoltura) dei nostri morti, e anche sul nostro modo di onorare i defunti e di custodire quei legami di comunione che non sono spezzati dal sonno della morte.
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E a proposito di dormire, anche la pagina evangelica ci riporta a questa immagine, che separa in due la parabola delle dieci vergini. Come abbiamo ascoltato, tra la vigilia e la festa di nozze c’è una pausa di sonno, che allude certamente alla morte.
Per capire meglio il racconto di Gesù dobbiamo rifarci alle tradizioni orientali del matrimonio.
L’usanza, praticata ancora in molte regioni orientali, vuole che la sposa, insieme con le sue amiche, attenda a casa sua l’arrivo dello sposo, che arriva scortato dal corteo festoso dei suoi amici. Poi tutta la compagnia di amici e amiche, scorta i due giovani alla casa di lui dove avviene la festa nuziale.
La parabola dunque ci richiama quel clima di attesa che precede una festa tanto importante: da sempre, quando si celebra un matrimonio, tutti si aspettano che le cose filino alla perfezione.
In mezzo alle due scene della parabola c’è una notte e un sonno dal quale tutti si risvegliano all’improvviso: si tratta di un risveglio che svela i veri sentimenti delle giovani amiche.
La prima scena che vede la presenza di 10 ragazze ci parla della Chiesa che vive oggi nella storia: alcune sagge, altre stolte. È come la rete che i pescatori tirano a riva con pesci buoni e pesci cattivi. O come il grano seminato nel campo che si trova infestato dalla zizzania.
Finché viviamo in questa vita, il bene e il male, la fede e l’incredulità, la carità e l’ipocrisia, appaiono sempre sempre mescolati.
Allora quello che accade dopo il sonno e al momento del risveglio, cioè alla risurrezione finale, non è tanto un giudizio, ma una manifestazione.
Noi immaginiamo spesso il giudizio universale come il momento in cui conosceremo il nostro destino eterno. In realtà non si tratta tanto di una decisione di Dio, ma della manifestazione evidente di ciò che già adesso c’è o non c’è nel nostro cuore.
All’arrivo dello sposo non accade nulla di nuovo: semplicemente diventa evidente la stoltezza di quelle ragazze, una stoltezza che era presente già prima della notte, nella loro vita.
Non ci sarà allora nessuna possibilità di compassione, perché adesso, in questa vita, è il tempo della misericordia, adesso è la possibilità di cambiare.
È adesso che possiamo condividere l’olio della nostra fede e del nostro amore, perché in questa vita, adesso, oggi, ciò che si condivide in realtà si moltiplica.
Ma nel giorno del grande risveglio, si svelerà pienamente quello che Gesù è e quello che siamo noi.
Già adesso Gesù è il Signore, già adesso è lo sposo ardente e fedele. Anche se in questa vita spesso ci sembra lontano e perdente, il Signore già adesso ha vinto il peccato e la morte.
Quello che noi chiamiamo il suo ritorno, in realtà non sarà altro che la evidente manifestazione della sua presenza e della sua vittoria.
Ma anche noi saremo pienamente manifestati per quello che siamo: per quanto abbiamo amato la sua verità e la sua luce, per quanto lo abbiamo cercato e servito in questa vita, per goderlo nell’altra.
«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».
