non è un talent show

Se facessimo l’elenco di tutte le cose che ci mettono ansia, che ci fanno paura, in fondo non faremmo altro che toccare con mano che la somma di tutte le nostre paure è la fine, la morte.

La temiamo perché è il segno estremo della nostra impotenza e del nostro limite, la temiamo perché sfugge completamente alla nostra possibilità di controllo.

L’apostolo Paolo ci ha consegnato nel breve passaggio della seconda lettura un insegnamento molto diretto e molto prezioso.

«Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte». (1Ts 5,1)

La Scrittura ci fa un dono enorme a liberarci dalla curiosità malsana di conoscere tempi e momenti. Anche Gesù nei vangeli ha più volte voluto togliere questo pensiero dalla testa dei suoi discepoli.

Non ci serve sapere quando. Anzi ci farebbe molto male saperlo. Se conoscessimo il giorno e l’ora, tutta la nostra vita sarebbe attratta da quel giorno e da quell’ora. Vivremmo davvero per quell’attimo, vivremmo per morire. Perderemmo di vista la vita stessa.

Ci leviamo dalla testa l’ansia dell’ultima ora, per poter vivere ogni ora come se fosse l’ultima, anzi come se fosse la prima, l’ora della scoperta di un amore che ci avvolge e ci sostiene.

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C’è anche un altro insegnamento illuminante nelle Scritture: non è per niente detto che che gli sconvolgimenti della storia, come quelli che stiamo vivendo, siano un segno della fine imminente. 

Piuttosto Paolo oggi ci ha detto: «Quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”, allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire». (1Ts 5)

Come dire che sono proprio i momenti nei quali ci sentiamo più tranquilli che sono quelli che dobbiamo temere, perché abbassiamo le difese, cominciamo a piantare radici troppo profonde su questa terra, mentre noi siamo fatti per moltiplicare i doni di Dio, la fede, la carità e la speranza.

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In fondo – per venire alla parabola evangelica di questa domenica – proprio questi sono i talenti che Dio ci ha donato. 

Gesù ci regala questo racconto non tanto per incitarci a mettere in gioco i nostri doni naturali. Non c’è bisogno di scomodare Dio per incitarci a questo! La vita non è un Talent Show.

Gesù si riferisce piuttosto ai doni soprannaturali che ci sono stati affidati. Il racconto infatti dice che quel padrone consegnò ai servi “i suoi propri beni”: mentre nel nostro linguaggio comune i talenti sono le doti umane, per il vangelo sono invece cose divine, sono ciò che lui ha fatto per noi.

Il talento che abbiamo ricevuto è il prezzo incalcolabile della sua Passione e della sua vita donata; è il perdono, è la dignità, è l’amore che ci rigenera. E il talento in più che guadagniamo noi, è ciò che noi facciamo per gli altri nella carità e nella testimonianza della verità; è la nostra risposta al suo amore che rende figli.

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Il dono è lo stesso per tutti, ma allo stesso tempo ognuno è diverso dall’altro. Dice la parabola: A uno cinque, a un altro due, all’altro uno: “Secondo le capacità di ciascuno”. Lo diceva se non sbaglio don Milani: «Non c’è nulla che sia più ingiusto che fare parti uguali tra diseguali».

Fuori da uno sguardo di fede, la diversità dei doni diventa motivo invece di rivalsa e di divisione. Nella prospettiva della fede, invece, la varietà dei doni è il segreto della comunione. Infatti, la reazione del terzo servo è proprio questa: se ne va, si allontana dagli altri, si scava la sua buca. Agisce per paura: vede in Dio e negli altri una minaccia per la sua felicità. «Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra».

Il servo della parabola aveva sotterrato il talento: si era tolto anche il disturbo di pensarci. Scende il gelo nel suo cuore. Questa indifferenza: è il vero cancro della vita spirituale.

Dio diventa – se va bene – una semplice decorazione di qualche ricorrenza festiva, fino a quando, piano piano…

  • senza il Giorno del Signore, le giornate diventano tutte uguali…;
  • senza la Parola di Dio, le parole di tutti gli uomini valgono allo stesso modo, o forse valgono qualcosa di più le parole di quelli che urlano…;
  • senza la preghiera e la vita di grazia, la coscienza comincia a fare il callo all’abitudine, al peccato…;
  • senza l’amore di Dio, il bene si riduce – se va bene – a qualche prestazione di volontariato, che però non scalda il cuore….

Ci avete fatto caso? Quel terzo servo che sotterra il talento non fa niente di male, non viola nessun precetto, nulla fa di sbagliato: restituisce al padrone esattamente quanto ha ricevuto, nulla di meno.

È l’atteggiamento di chi si sente a posto con la coscienza perché non ha fatto niente di male: è la colpa di omissione, la più pericolosa di tutte, perché di solito non lascia rimorsi: “Uccidere… non ho ucciso, rubare… non ho rubato…”. Non faccio niente di male. E niente di bene…

La paura della punizione o dell’inferno, o anche solo la falsa sicurezza di non aver fatto niente di male, ci rende dei santarelli sbiaditi e inutili. È l’indifferenza che seppellisce il dono di Dio.

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A questo punto, della nostra riflessione non possiamo però non rilevare la meraviglia dell’accostamento che ci offre la liturgia di oggi.

Attraverso la prima lettura, tratta dai Proverbi di Salomone, siamo illuminati su che cosa significhi “trafficare il proprio talento”.

I Proverbi ci restituiscono la dolcissima immagine di una mamma; della sua laboriosità tenace e della sua dolcezza; ci parla di una vita donata per la costruzione della propria famiglia e della carità per i poveri; ci parla di quella bellezza che non invecchia, che riempie di fiducia il marito, perché è la bellezza di una vita interamente donata.

È quella maternità della Chiesa che tutti noi – a cominciare dalle donne – dobbiamo realizzare, con la fedeltà alla nostra vocazione e la complementarietà dei nostri talenti.

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