il Re che separa

Zola Cattedrale 26 novembre 2023

Verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli”. No, questa non è una parabola, ma l’insegnamento definitivo. 

Dopo questo discorso di Gesù, la narrazione dell’evangelista Matteo che ci ha accompagnato durante l’anno liturgico che finisce, entra nel racconto della passione, morte e risurrezione del Signore.

È l’“ultimo insegnamento” non solo in senso cronologico o narrativo, ma in senso teologico: nel linguaggio della fede “ultimo” è sinonimo di “definitivo”. Non si tratta solo dell’ultimo anello di una catena o del fotogramma conclusivo di un film. Si tratta invece di contemplare ciò che è destinato a passare e ciò che invece resterà per sempre.

Questa domenica che chiude il ciclo dell’anno liturgico, celebra la regalità del Signore Gesù. 

La nostra annuale rievocazione di tutti i misteri della fede, che riviviamo nelle festività e nelle ricorrenze dell’anno liturgico, si chiude con la chiara, esplicita, appassionata esaltazione di Cristo, Re dell’universo, il Figlio di Dio fatto uomo, crocifisso e risuscitato.

Oggi non celebriamo un aspetto del mistero di Cristo, un episodio o un momento della sua storia. Ma guardiamo a lui come al capo attorno al quale ogni storia, ogni momento, ogni mistero della vita ritrova il suo posto, il suo ordine e il suo senso.

In questo orizzonte, ripensiamo e riviviamo l’attesa di lui; la sua nascita nella povertà di Betlemme; la sua manifestazione nella carne umana; la sua origine e la sua manifestazione come figlio eterno di Dio; le sue parole e i segni da lui compiuti, fino al tradimento, alla condanna e alla passione subita per noi. Poi la risalita gloriosa e definitiva della sua risurrezione e ascensione al cielo, dove siede alla destra del Padre.

E tutto questo lo abbiamo visto intrecciarsi con quello che abbiamo vissuto nelle ultime 52 settimane, nella buona e nella cattiva sorte, nelle vicende della nostra storia concreta, nelle tremende cronache di guerra, nei traguardi e nei fallimenti, nei lutti, ma anche nelle speranze che ci hanno animato.

Ogni giorno, ogni domenica, abbiamo incontrato – o non abbiamo voluto incontrare – il Signore Gesù, come fonte di perdono e di pace, come forza per comprendere e per amare, come motore della nostra speranza e del nostro impegno nel mondo.

Re dell’universo, non significa che Gesù è sovrano delle galassie interstellari, ma che è il Re di tutte e singole le cose e noi oggi vogliamo piegare le ginocchia davanti a colui che è sovrano di tutto ciò che è autenticamente umano: dei nostri progetti, delle nostre speranze, dei nostri desideri, dei nostri affetti, delle nostre relazioni, del lavoro, della politica, della vita umana dalla sua più concreta biologia, fino alle sue più alte idealità.

Qualche volta, anche dentro agli ambienti ecclesiali, si coltiva l’impressione che credere o non credere in lui tutto sommato sia irrilevante, che – in fondo – contino solo i comportamenti, al di là delle convinzioni o delle intenzioni. 

È urgente invece riconoscere che, a seconda che si accetti o non si accetti Gesù Cristo come sovrano e come senso di ciò che esiste, tutto cambia: la nostra vita, la nostra morte, la nostra sete di gioia, le inevitabili sofferenze, i giorni lieti e quelli difficili… tutto cambia.

La fede, nella sua concretezza, significa accogliere Gesù Cristo come unico Signore e Salvatore: è questa fede che crea la nuova umanità, contrapposta all’umanità vecchia, incredula, senza speranza e senza amore.

Lo abbiamo appena ascoltato. Il re che presiederà l’ultimo giudizio “separerà gli uni dagli altri”. Questa separazione tra fede e incredulità, tra mondo e regno dei cieli è già presente in realtà nella nostra vita: sappiamo bene che la nostra vita scorre spesso nell’ambiguità del grano e della zizzania nello stesso campo, dei pesci buoni e dei pesci cattivi nella stessa rete.

Per questo non dimenticheremo mai  che il giudizio appartiene solo a Dio: solo Dio scruta e conosce il cuore dell’uomo, perché la linea di separazione tra fede e incredulità trapassa dentro il nostro cuore. 

Fede e incredulità si combattono dentro di noi, e se ogni giorno noi credenti dobbiamo confessare le nostre incredulità, sappiamo anche che in ogni uomo, perfino nel più lontano dalla fede in Cristo, esiste una iniziale conformazione a Cristo. 

Perché Cristo è il Signore di tutti, non solo dei cristiani e ovunque si trovino nel mondo semi di amore e di verità, questi vengono da Lui, da Cristo.

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Qualche volta la pagina evangelica che abbiamo appena ascoltato, viene come isolata dalle altre e intesa come se la vita cristiana possa ridursi semplicemente a una questione di fare o di non fare: come se tutto si riducesse a dei comportamenti, mentre le convinzioni di fede centrerebbero poco. Invece la vera questione è espressa chiaramente: “per chi lo hai fatto”; lo hai fatto “per me”?

Il Vangelo che abbiamo ascoltato, ci rivela chiaramente che alla fine gli uomini saranno discriminati a seconda che se hanno amato o non hanno amato lui. “Lo avete fatto/Non lo avete fatto a me”.

Sì, Gesù ci ricorda con forza e con severità che l’amore deve avere una sua concreta operosità nei confronti dei poveri, dei deboli e dei sofferenti, perché Dio per primo si è chinato sulle nostre sofferenze e infermità fisiche e spirituali e si è fatto nostro prossimo.

Ma la chiave di volta del giudizio è: “Lo avete fatto a me. Non lo avete fatto a me”.

Il nostro amore è una risposta all’amore di Dio, perché Dio ci ha amati per primo.

E oggi dovremmo chiederci non solo se ci sono opere concrete di carità nella nostra vita, ma anche: per chi sono queste opere? Cosa cerchiamo nella carità? Cerchiamo la nostra gratificazione? 

Non è che facciamo del bene, solo perché ci fa sentire bene, perché in esso cerchiamo la nostra gratificazione? Non dimentichiamo che questa era proprio la tentazione dei Farisei, che si sforzavano in ogni modo di osservare le regole della legge, per avere la soddisfazione di sentirsi a posto: in fondo la sottile soddisfazione di salvarsi da soli, di non aver bisogno di Dio.

* * *

Il vangelo è molto concreto. Ci ricorda che l’amore per Cristo non è etereo e disincarnato. Si traduce sempre in qualcosa di personale: non siamo chiamati ad amare l’umanità, ma il prossimo, il fratello che ci sta accanto.

Non siamo chiamati necessariamente a risolvere il problema della fame nel mondo, ma a dare da mangiare al fratello che ho davanti, perché il Figlio di Dio si è fatto nostro prossimo.

L’amore vero consiste nel riconoscere in ogni uomo nostro prossimo, un fratello, che vale quanto vale il sangue di Cristo, nostro comune Signore e Redentore.

Per questo la vera carità, il vero amore, nasce qui, all’altare del Signore. Per questo, finché camminiamo in questo mondo non rinunceremo mai a riunirci per ascoltare la sua parola, per nutrirci del suo Corpo e del suo Sangue. 

Solo chi piega le ginocchia davanti al Signore, sarà capace di piegarsi davanti al vero bisogno del suo prossimo.

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