Prima domenica di Avvento B
“La volontà di andare incontro al Cristo che viene”: questa è la grazia che abbiamo chiesto a Dio, aprendo la liturgia di questa prima domenica di Avvento.
Il ché ci suggerisce subito che sono due i movimenti che animano questo tempo liturgico: Dio che viene in mezzo a noi e l’uomo che cammina verso di lui.
Riflettevo sul fatto che spesso diciamo di non avere tempo. Curioso che mentre le nuove tecnologie dovrebbero progressivamente semplificarci la vita e renderci più liberi dalle incombenze, noi siamo sempre più assorbiti dalle cose, in un flusso continuo di notizie e accadimenti, nella civiltà dell’aperto 24h su 24, in un mondo artificiale che non distingue più il giorno e la notte, noi viviamo di attimi, assorbiti dall’istante e non siamo più capaci di distinguere e preservare l’ordine delle priorità.
“Non ho tempo”: lo diciamo anche della preghiera, della partecipazione ai sacramenti, del silenzio orante.
A proposito di tempo, proviamo a fare una distinzione. Il trascorrere del tempo può essere visto in due maniere diverse: una semplice e banale “cronologia”, quando descrive solamente una tabella di marcia e la scansione di eventi uno dietro l’altro; oppure una “storia”, e diciamo “storia”? quando possiamo riconoscere che le vicende hanno un senso, un orientamento, hanno un filo che le conduce, sono orientate verso una meta.
Ecco l’Avvento rinnova per noi la gioia di scoprire che Dio ha tempo per noi; anzi Dio stesso ha voluto che la nostra vita potesse non essere solo cronologia, una sequenza di eventi come su un curriculum, ma fosse storia, una storia d’amore, la storia di un incontro, di una crescita, di una traguardo d’amore.
Prima ancora che con un rimprovero per la freddezza dell’amore, oggi è Gesù stesso che ci viene incontro con una buona notizia: “Dio ha tempo per noi!”.
La grazia della fede è la fortuna immensa di scoprire in Cristo che la nostra vita non è solo un susseguirsi di giorni, di fatti più o meno esaltanti, di vicende che si consumano mentre passano uguali a se stesse: la nostra vita è storia, c’è un finale che è un traguardo, una meta, un’orizzonte che da senso a tutto e che può avere perfino la forza di rendere sopportabile anche il dolore.
Il tempo, dunque, questa concreta vita di gioia e di dolore, di speranza e di timore, di consolazione e di desolazione, questo tempo di avventura e di noia, di laboriosità, ma anche di stanchezza e frustrazione è già dunque in se stesso un segno dell’amore di Dio, un dono che l’uomo, come ogni altra cosa, è in grado di valorizzare o di sciupare; di cogliere nel suo significato, o di trascurare con superficialità.
Il tempo è pieno di Gesù, della possibilità di incontrarlo, di amarlo, di servirlo, di adorarlo.
Nell’anno liturgico che abbiamo cominciato avremo come riferimento l’evangelista Marco (in alcuni periodi insieme a Giovanni) e apriamo oggi il suo vangelo non dalla prima pagina (che ascolteremo domenica prossima), ma paradossalmente dall’ultima: le parole di Gesù che ci sono state riportate, sono le ultime pronunciate, prima di iniziare il tremendo dramma della sua Passione.
È il momento in cui il Signore ci consegna indicazioni precise per affrontare il corso più o meno lungo della storia. Qualche volta cerco di preparare l’omelia rileggendo il testo originale e mi è venuto oggi un sorriso, quando ho visto le prime parole di oggi in greco, perché c’è un verbo che sembra più comprensibile in greco che in italiano: là dove noi abbiamo ascoltato « Fate attenzione, vegliate», il testo di Marco dice «βλέπετε ἀγρυπνεῖτε».
“βλέπετε” è proprio guardare con attenzione.
Ma è il verbo che traduciamo con “vegliate” che è soprendente e simpaticissimo.
“ἀγρυπνεῖτε” è un verbo curioso: “agr-” ricorda la campagna, da questa radice viene “agricoltura”…; “ypneite”, da “ypnos” è il sonno… letteralmente sarebbe “dormite in campagna, dormite all’aperto”… È sicuramente un verbo che risente molto del clima agricolo e pastorale dei tempi antichi.
Chi seguiva il gregge nelle sue transumanze, non poteva permettersi il lusso di dormire profondamente di notte: quando si dorme in mezzo ai pascoli col gregge, il riposo del pastore è un riposo vigilante, dorme con un occhio solo, resta allerta per ogni rumore, perché i pericoli sono sempre in agguato. È la figuraccia del personaggio tipicamente bolognese dei presepi: “il dormiglione”.
Insomma dovremmo pur dormire nella vita, ma Gesù ci raccomanda di dormire come fossimo sui monti, a non sprofondare nel sonno, a non imbottirci di sedativi, ma a restare sempre allerta e sobri, perché comunque la vita ci mette alla prova.
Poi abbiamo ascoltato la parabola di quel tale che è partito per un paese lontano, «ha dato a ciascuno dei servi il suo compito e ha ordinato al portiere di vigilare”.
Questo significa che ciascuno di noi ha il suo modo personalizzato di vivere l’attesa, perché l’amore di Dio entra nella concretezza della nostra vita, delle nostre diverse vocazioni, dei nostri doveri, delle nostre responsabilità.
Ma il Vangelo distacca in particolare il compito del portiere: «E ha ordinato al portiere di vegliare». Il portiere è colui che sta al limite tra la casa e la strada. Il portiere è colui che per primo dovrebbe saper distinguere i pericoli, ma soprattutto è il primo a riconoscere il momento dell’incontro tanto atteso e a comunicarlo agli altri.
Forse tutti noi, in modo diverso, esercitiamo questa funzione del “portiere spirituale” verso altre persone, in famiglia, nella comunità cristiana, nelle amicizie, ma anche nel lavoro e nel tempo libero: l’attenzione a cogliere i segni e annunciare la presenza di Dio.
Quanto è prezioso l’aiuto di chi ci richiama all’importanza della preghiera. A staccare il flusso delle preoccupazioni, i pensieri, le ansietà, i timori, per entrare davanti a Dio, nella vera pace che sorpassa ogni comprensione.
Oggi è la Chiesa intera, con la sua liturgia, che svolge per noi la funzione del “portiere” del Vangelo: ci ricorda che il Signore è vicino e ci aiuta a riconoscere la sua presenza. Ma noi stessi possiamo esserlo, soprattutto in questi giorni, in famiglia, con gli amici, i colleghi, nella comunità. Avere cura degli altri e della loro vita spirituale.
Secoli prima della nascita di Cristo, l’antico profeta aveva già dato voce allo struggente desiderio di Dio, che è desiderio di verità e di pienezza.
«Se tu squarciassi i cieli e scendessi».
Questo desiderio si è compiuto oltre ogni aspettativa con la venuta nel mondo del nostro Redentore, che ha squarciato la barriera che separa il tempo dall’eternità, il cielo dalla terra, le cose che passano da quelle che restano per sempre, il mondo di Dio dal mondo degli uomini.
È un desiderio già realizzato oltre ogni aspettativa con la nascita di Gesù, ma che attende di compiersi ancora in pienezza nel nostro cuore e nella nostra vita.
Chiediamo in questa Eucaristia la grazia di un desiderio profondo di Gesù, il desiderio del suo sguardo amoroso e sincero, desiderio della sua pace e del suo perdono, desiderio della sua verità e della sua pienezza.
Che questo tempo di grazia dell’Avvento non si rassegni a essere il mese più commerciale dell’anno, mia sia occasione anche di momenti di silenzio e di preghiera, per allenare lo sguardo a riconoscere i segni della sua presenza e adorarlo con tutto il cuore.
Vieni, Signore Gesù, vieni con il tuo splendore a rivelarci ciò che è vero e bello ai tuoi occhi. Nella tua luce, noi vedremo la luce!
