la strada per una meta incredibile

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La Liturgia di questa domenica prenatalizia è caratterizzata da una orazione liturgica che forse qualcuno conosce anche a memoria e non mi meraviglierei se la sapesse perfino in latino, visto che è quella che conclude anche la preghiera dell’Angelus e che risuona ogni domenica dal balcone di Piazza San Pietro.

Questa preghiera risale a San Gregorio Magno ed è straordinaria perché con pochissime parole ripercorre tutti i misteri di Cristo, che sono il cuore della nostra fede e della nostra speranza.

Infondi nel nostro spirito la tua grazia, o Padre: tu, che all’annuncio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione di Cristo tuo Figlio, per la sua passione e la sua croce, guidaci alla gloria della risurrezione.

Proprio nel giorno in cui riascoltiamo il saluto dell’Angelo alla Vergine: “Rallegrati, piena di grazia”, la prima cosa che chiediamo al Signore è che infonda la sua grazia nella nostra anima.

La grazia, è il favore di Dio, la sua azione soprannaturale in noi, che va al di là di ogni sforzo e di ogni capacità umana.

È quella luce che permette di conoscere oltre ciò che si può constatare. È quel calore che mette sulla strada dell’impossibile, che apre l’uomo a quel destino a cui guardiamo con desiderio, ma che supera le nostre forze e le nostre possibilità.

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“all’annuncio dell’angelo ci hai rivelato l’incarnazione di Cristo”.

“Ci hai rivelato”, così con un po’ di libertà è tradotto la dove letteralmente sarebbe “abbiamo conosciuto”: in fondo il significato è il medesimo. Noi non invochiamo il Dio dei sogni o delle ipotesi; neppure il Dio del “secondo me”, ma il Dio unico e vero che ha mostrato il suo volto e si è fatto raggiungibile e sperimentabile anche alla piccola mente dell’uomo, se solo ha l’umiltà di aprirsi alla luce della fede.

Incarnazione è una parola nuova. Una delle poche create appositamente per il cristianesimo. Tante altre esistevano già: vangelo, battesimo, cristo, apostolo, grazia, chiesa sono parole antiche, già presenti nelle Scritture e anche fuori di esse, parole che nel Nuovo Testamento iniziano a risplendere con una luce speciale.

Incarnazione però non esisteva. È il mistero che va al di là di ogni speranza e di ogni immaginazione.

Se a noi qualche volta sembra perfino scontata, tante volte l’abbiamo detta e ascoltata, provate anche solo a cercare di spiegarne il significato ai credenti di altre religioni… provate a dire ad un islamico che, secondo la nostra fede, Dio ha tanto amato il mondo da farsi carne, da farsi uomo, da sporcarsi del nostro fango, del nostro limite, perfino della nostra morte…

Nessuno, neppure i più gloriosi profeti dell’Antico Israele poteva immaginare in che modo esorbitante Dio avrebbe compiuto la promessa del Messia: l’Oceano si riversa in un ruscello, l’immensità entra nei limiti angusti della materia, il perfetto entra dentro l’imperfetto.

Il Verbo si fece carne” è una di quelle verità a cui ci siamo così abituati che quasi non ci colpisce più la grandezza dell’evento che essa esprime.

Ed effettivamente in questo periodo natalizio, in cui tale espressione ritorna spesso nella liturgia, a volte si è più attenti agli aspetti esteriori, ai “colori”, ai sentimenti della festa, che al cuore della grande novità cristiana che celebriamo: qualcosa di assolutamente impensabile, che solo Dio poteva operare e in cui possiamo entrare solamente per mezzo della fede.

Il Creatore del mondo diventa uno tra mille, prende dimora in mezzo a noi, diventa uno di noi.

Lo ricorda anche il Concilio, nella Gaudium et Spes: «Il Figlio di Dio… ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (22).

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La parola incarnazione, che è una parola santa, da ripetere con rispetto e stupore, qualche volta però viene usata anche a sproposito.

Si sentono ripetere frasi del tipo: “la logica dell’incarnazione”, per dire che dobbiamo portare la fede nella vita, che dobbiamo “incarnare” la nostra fede, “incarnare” i nostri valori, se non addirittura “incarnare” l’amore di Dio.

Un appello alla concretezza fa’ sempre bene, ma non dimentichiamo che noi siamo carne e non abbiamo per niente bisogno di “incarnarci”, cioè di “farci” uomini e neppure “farci vicini” agli uomini. Discorsi così possono nascondere un atteggiamento perfino presuntuoso, come se noi non fossimo fatti della stessa pasta di tutti e non vivessimo la stessa vita di tutti gli uomini.

E discorsi come questo portano inevitabilmente alla riduzione del cristianesimo a mera “religione dei valori” e non più a quello che è e deve essere, cioè l’incontro con una persona divina che ci trasforma in quello che non siamo.

La nostra fede, espressa con una meravigliosa sintesi dalla preghiera di oggi, ci ricorda che Incarnazione è solo il primo straordinario movimento del grande viaggio della salvezza: un viaggio che parte dal cielo e scende sulla terra, ma che al cielo vuole e deve ritornare!

Perché la destinazione finale non è la terra, ma è nuovamente il cielo. Il Figlio si Dio si è incarnato per portarci, come abbiamo ripetuto nella preghiera “ad risurrectionis gloriam”: alla gloria della risurrezione.

Il Figlio di Dio non si è fatto uomo per aggiungere un’altra bocca da sfamare, ma perché questa nostra carne umana entrasse nella vita di Dio. I Padri della Chiesa lo ripetono costantemente con infinito stupore: il Figlio di Dio è sceso nella natura umana per elevare l’umanità a una vita soprannaturale, alla vita divina.

Risurrezione significa andare molto oltre la volontà dell’uomo, molto oltre le sue capacità e possibilità, perché nessun uomo può darsi da solo la vita.

Risurrezione significa superare ogni limite, il limite stesso della morte, il limite del peccato, della solitudine, della incapacità umana di fissare la luce di Dio, di riconoscere il senso del suo esistere e il suo destino.

È quello che noi cristiani intendiamo con la parola “salvezza”, che è il nome stesso di Gesù… parola che oggi usiamo troppo poco nella nostra predicazione e nella nostra vita di credenti, se addirittura non arriviamo a pensare che la salvezza sia scontata.

Piuttosto che preoccuparci di incarnare, noi cristiani ci dovremmo preoccupare di divinizzare, cioè di salvare la nostra umanità, salvare il mondo, aggrappando la nostra vita alla vita di colui che è disceso dal cielo per farci salire alle altezze di Dio.

Non accontentiamoci di un mondo più umano, di un mondo migliore. Non perché questo non sia un obiettivo nobile da perseguire con chiunque sia disposto. Ma perché un mondo migliore è troppo poco! Un mondo più umano è semplicemente una censura della incredibile speranza che Dio ha messo nel nostro cuore.

Non per un mondo migliore, ma per il paradiso che è molto più di un mondo migliore. Per niente di meno vale la pena di vivere e di morire in Cristo

Ed è proprio quanto iniziamo a rivivere nel mistero del Natale, una festa di cui si comprende il valore solo nella sua connessione con la passione, morte, risurrezione e ascensione del Signore.

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La preghiera ci ha fatto contemplare l’inizio e la fine del viaggio – incarnazione e risurrezione – ma con il realismo dei veri credenti, ci indica anche la via, la strada di questo viaggio: “per passionem eius et crucem”: per mezzo della sua passione e della sua croce.

Ci fa bene non nascondere, anzi proprio fare memoria della passione e della croce, mentre celebriamo la Nascita di Gesù, anzitutto perché, in fondo, solo la morte del Signore testimonia la verità della sua nascita umana.

Guardando il crocifisso appena spirato, il centurione esclamò: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!». E noi, allo stesso modo potremmo completare quelle parole: «Veramente il Figlio di Dio si è fatto uomo, veramente si è fatto carne!»

A Natale la sofferenza e la croce brucia ancora di più. Sentiamo tutti il peso del male che grava sulla nostra vita e sulla vita del mondo. Non c’è bisogno di dilungarsi in dolorosi elenchi dei nostri guai.

Ma la speranza che ci sta guidando in preghiera fino a Betlemme ci dice che la passione e la croce che ci opprimano nella vita, sono strada, non meta; sono una strada che non percorriamo soli, ma nella dolce e incoraggiante compagnia del Verbo che facendosi carne si è aggrappato tutto ciò che è veramente umano e lo conduce verso il cielo.

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