Natale – Messa dell’Aurora
Nella ricchissima Liturgia che caratterizza la solennità natalizia, stiamo vivendo la terza delle quattro celebrazioni previste dal Messale: dopo la messa vigiliare e quella della notte, quella dell’aurora, a cui farà seguito la messa del giorno che è la più antica. Ciascuna Messa ha le sue preghiere e le sue letture specifiche.
Questa abbondanza di testi liturgici ha una origine nelle consuetudini antiche della Chiesa romana, che si sono stratificate e diffuse in tutto il mondo latino.
Fu infatti la Chiesa romana – dopo l’editto di tolleranza di Costantino – a istituire per prima la festa del Natale, il 25 di dicembre, seguendo la testimonianza di alcune tracce storiche che fissavano, proprio in questo giorno, l’anniversario della nascita di Gesù. Le altre Chiese del Mediterraneo celebravano invece l’unica festa del 6 gennaio, come memoria della manifestazione del Figlio di Dio nella carne umana.
Qualcuno ha detto che, istituendo il Natale, la Chiesa romana abbia voluto cristianizzare una festa molto sentita nella Roma pagana che era quella del Sole Invitto. Sta di fatto però che c’erano già un secolo prima a Roma testimonianze che parlavano della nascita di Gesù avvenuta il 25 dicembre. Ma in fondo è vero che la celebrazione della rivincita del sole sulle tenebre della notte – che viene pochi giorni dopo il solstizio, cioè la notte più lunga dell’anno – offriva molti motivi di riflessione a una cristianità che viveva a stretto contatto con la natura.
Gesù Cristo è il vero sole, ma come dice il sacerdote Zaccaria, nel suo cantico di lode per la nascita di Giovanni, è “sole che sorge dall’alto”: cioè non è semplicemente frutto di un dinamismo naturale, non è un anello della catena evolutiva: la sua nascita è un nuovo intervento di Dio, ha una origine soprannaturale, non risponde semplicemente alla catena delle genealogie umane.
Ma perché abbiamo tante Messe, una diversa dall’altra in questo giorno? La risposta sta proprio in quel fervore spirituale che accompagnò i primi passi della Chiesa romana, che sperimentava per la prima volta la sua libertà di manifestare la propria fede, una volta finite le persecuzioni.
Originariamente esisteva un’unica celebrazione che era quella del giorno e che il Papa andava a celebrare nella sua Cattedrale, cioè San Giovanni in Laterano. È significativo il fatto che il Vangelo sia costituito dal prologo di Giovanni, dove non abbiamo tanto un racconto cronologico dei fatti dell’Incarnazione, ma una meditazione del significato profondo di questa luce di gloria che si accende nel cuore di chi la accoglie.
L’imperatrice Elena, madre di Costantino, aveva fatto trasportare a Roma, oltre ai legni della Santa Croce, anche quanto rimaneva della Greppia che accolse il piccolo Gesù nel presepio di Betlemme. I legni della mangiatoia (in latino præsepium) sono ancora oggi custoditi nella cripta della basilica di Santa Maria Maggiore: fu così che venne trasportata a Roma la consuetudine, nata nella comunità cristiana di Betlemme, di vegliare di notte a Santa Maria, nella festa della Natività.
Il contatto fisico con le reliquie della mangiatoia attira maggiormente l’attenzione sul fatto e sulle circostanze concrete che accompagnano la nascita del Redentore. Ed ecco che viene composta una Messa dal sapore più storico, in cui risuona la pagina dell’evangelista Luca che colloca, con molta precisione, la natività in quel momento preciso della storia e descrive i primi eventi accaduti.
Questa Messa invece, chiamata dell’aurora, nasce per un motivo che apparentemente è estraneo. A Roma c’era una colonia greca molto numerosa, che aveva la sua sede sul colle Palatino, nella basilica dedicata a Santa Anastasia, martirizzata sotto Diocleziano, nel 304, lo stesso anno dei nostri Vitale e Agricola.
Anastasia era di origine romana, ma aveva dovuto seguire il marito in quella che oggi è la Serbia. Dopo la morte del marito, che la teneva segregata a causa della sua fede, si dedicò a offrire assistenza ai cristiani perseguitati, fino a quando non venne lei stessa denunciata e arsa viva il 25 dicembre del 304.
Abbiamo già ricordato che il Natale era una festa romana e i Greci, come tutti gli orientali, non la festeggiavano in origine, anzi in quel giorno festeggiavano la patrona della loro comunità.
I primi Papi allora, nel calendario intensissimo di questa giornata del Natale, aggiunsero una Messa in più, tra quella della notte e quella del giorno, con lo scopo di onorare la comunità greca, una messa che doveva essere per forza di cose alle prime ore di questo giorno.
Ovviamente il Vescovo di Roma teneva conto dei sentimenti di devozione e di ammirazione dei suoi greci verso la Santa Martire, ma la celebrazione da lui presieduta non poteva non avere un carattere natalizio.
Molte volte nelle loro omelie, i primi pontefici giocavano sul fatto che il nome tipicamente cristiano della martire “Anastasia” significa in greco “risurrezione” e dunque la Santa in fondo aiutava a comprendere come il mistero della Nascita di Gesù, nella nostra carne umana, era orientata chiaramente alla sua passione, morte e risurrezione. Anzi, solo a partire dalla Risurrezione di Cristo dai morti, possiamo capire perché è così importante onorare e vivere la sua nascita in mezzo a noi.
Questa messa dell’Aurora è diventata così la Messa dei pastori. Abbiamo letto infatti nel Vangelo quello che accadde subito dopo il fatto centrale della Nascita di Gesù: cioè di come i pastori, senza indugio, andarono a Betlemme per contemplare quanto era stato annunciato dagli Angeli.
Anche se costa un piccolo sacrificio dopo questa notte in cui si è dormito poco, io amo particolarmente questa Messa dell’Aurora, perché i mattinieri in genere assomigliano molto ai pastori di Betlemme: sono quelli della fede semplice e schietta, che non hanno bisogno di discorsi complicati e vivono con semplicità la loro fede, cercando di obbedire ai comandi del cielo.
Mi sembra molto significativa quella frase che rimbalza sulle labbra dei pastori e che letteralmente potremmo tradurre così: “Andiamo dunque fino a Betlem e vediamo questa parola che è accaduta, che il Signore ci ha fatto conoscere”.
Vedere la Parola. Una espressione un po’ paradossale, ma che nel Natale diventa possibile, diventa reale. Perché la Parola si è fatta carne, perché colui per il quale e in vista del quale sono state create tutte le cose è venuto in mezzo a noi, uomo tra gli uomini.
E per poterlo vedere dobbiamo andare fino a Betlem, cioè fino alla casa del Pane, fino a questa Chiesa, fino a questo altare che ci dona nell’Eucaristia la presenza reale del Corpo di Cristo.
Un’altra sottolineatura preziosa: il vangelo dice che i pastori – sempre letteralmente – “andarono in fretta e scoprirono e Maria e Giuseppe e il bambino steso sulla mangiatoia”.
Trovo che sia di una importanza enorme il fatto che il Bambino venga nominato all’ultimo posto accanto a Maria e a Giuseppe, che in questo modo entrano a far parte del segno: sono anch’essi, in certo modo, quella “Parola che andiamo a vedere”.
È importante ricordarlo, perché ci ricorda che Gesù è realmente venuto tra noi, uno di noi: è entrato in una rete di relazioni umane, il cui primo irrinunciabile elemento è la famiglia. E mai come a Natale sentiamo il bisogno di riscoprire e di celebrare la bellezza delle nostre relazioni umane e imparare e a viverle secondo il disegno e la volontà di Dio, che è una volontà di amore e di pace.
E, da ultimo, questo accenno a Maria, che – sempre letteralmente “conservava tutte queste cose, mettendole insieme nel cuore suo”: il verbo che è tradotto con “meditare”, significa più letteralmente “mettere insieme”, “tenere insieme”… è un po’ come quando si infilano le perle di una collana: si tengono insieme tanti pezzi, tanti episodi e accadimenti e si cerca il filo, il senso…
Quanto abbiamo da imparare qui! Di fronte a eventi così immensi di grazia, Maria ci insegna a non scivolare nell’abitudine, perché anche le feste possono diventare abitudini; a conservare limpida la memoria di questi doni così decisivi e a imparare a mettere in relazione tanti eventi diversi, a metterli in relazione con la nostra stessa vita, per riconoscere nei fatti che accadono le tracce del disegno di Dio che si rivela.
In questa mattina di Natale, noi gente semplice, i pastori del ventunesimo secolo, “mettiamo insieme” la Casa del Pane – cioè questa Eucaristia – con le tavolate delle nostre famiglie; Maria e Giuseppe e il Bambino con la trama di relazioni autenticamente umane di amore e di amicizia che il Signore ci dona di vivere; e mettiamo insieme anche Gesù Bambino con Anastasia, la donna che rappresenta tanti nostri fratelli perseguitati e vessati per la loro fede, ma che portano scritta nel loro cuore la fede incrollabile nella risurrezione, nella vittoria di Dio sul peccato e sulla morte.
