Famiglia: l’alfabeto della fede

Domenica della Santa Famiglia

Nel corso dei primi secoli del cristianesimo, la Chiesa di Dio fu molto impegnata a indagare e conoscere nella fede il mistero di Cristo, per tramandarlo intatto alle generazioni dei credenti, così come lo abbiamo ricevuto dagli apostoli.

È nota – o dovrebbe esserla – la fondamentale importanza per i cristiani, dei primi 7 concili ecumenici (e soprattutto i primi 4), che abbiamo in comune con tutte le Chiese che custodiscono la matrice apostolica e sacramentale (anche se oggi siamo tristemente separati).

Questi insegnamenti dei primi concili, maturati spesso in contesti storici drammatici, ci aiutano a riconoscere che esiste un unico Figlio, il Verbo eterno del Padre, che si è fatto uomo.

Gesù Cristo, è perfetto nella sua natura divina e perfetto nella sua natura umana.

Il Verbo ha assunto un vero corpo umano, una vera anima umana e quindi anche una vera volontà umana. 

Questo significa che l’umanità di Gesù non è una specie di guanto o di marionetta che la divinità ha indossato, ma che il Figlio di Dio ha voluto sentire, amare, desiderare, lottare, sperare in modo umano.

Questo è un punto delicatissimo nella storia della comprensione del mistero cristiano da parte dei credenti, perché proprio su queste cose, cioè sulla mancanza di una volontà umana in Cristo, un papa (Onorio I) scrisse in una lettera privata – per non scontentare i potenti del suo tempo – delle parole ambigue e, diciamolo pure, eretiche, parole che cercò di rettificare maldestramente, ma che il successore papa Leone II dovette condannare apertamente.

Quella lettera non impegnava le sue prerogative di Vescovo di Roma e quindi non era segnata dal carisma della infallibilità: dal Concilio Vaticano I noi sappiamo che il Papa è infallibile solo quando insegna ex cathedra, cioè quando impegna intenzionalmente e pubblicamente la sua funzione di maestro autentico della fede.

Il Figlio di Dio che conosce tutte le cose, che è onnisciente, onnipotente e creatore, ha voluto aver realmente bisogno di imparare a camminare, a leggere e a scrivere: Lui che regge ogni cosa nelle sue mani, ha voluto aver bisogno di mangiare, di imparare le cose una dopo l’altra, ha voluto aver bisogno di essere allevato, protetto, custodito e amato.

Gesù Cristo non è neppure semidio, non è un incrocio, una mescola, tra Dio e l’uomo: ma pienamente e totalmente Dio con la sua perfezione e impassibilità, e pienamente e totalmente uomo, con i tutti i limiti di creatura fragile e mortale.

Così, Gesù Cristo che è pienamente consustanziale al Padre per la divinità si è fatto pienamente consustanziale a noi per l’umanità.

Egli è generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e nel tempo è generato da Maria, secondo l’umanità, essendo l’unico e medesimo Signore.

Ed è per questo, come ricordiamo nella festa del 1 gennaio, che Maria è chiamata ed è realmente Madre di Dio.

Va osservato che queste sono tutt’altro che formule dogmatiche adatte agli specialisti, lontane dalla vita concreta dei credenti: se Cristo non fosse vero uomo in tutto e per tutto, la sua salvezza non entrerebbe nell’umano e dunque non avremmo nulla a che spartire con lui; se Cristo non fosse vero Dio in tutto e per tutto, non sarebbe il Salvatore, ma un povero-cristo in più, un’altra bocca da sfamare in questo mondo infelice. 

«Nella tua misericordia», dice uno dei prefazi del messale, «tu o Dio hai tanto amato gli uomini da mandare il tuo Figlio come redentore a condividere in tutto, fuorché nel peccato, la nostra condizione umana. Così hai amato in noi ciò che tu amavi nel Figlio…».

Per la santa umanità di Gesù, Dio non solo ci ama come il Creatore ama le sue creature, ma Dio ama anche noi uomini, come il Padre ama il Figlio: «hai amato in noi, ciò che tu amavi nel Figlio».

Gesù dunque, non ci rivela solo chi è Dio, ma ci rivela anche chi è l’uomo, qual è la sua vera dignità, qual è la sua altissima vocazione.

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Ho fatto tutta questa premessa, diciamo pure un ripasso del catechismo – che spero tutti abbiamo il desiderio conoscere bene per dare solidità alla nostra fede – perché il mistero che oggi celebriamo sta proprio su questa linea.

Dopo la sua stessa carne, la sua anima, la sua volontà, il limite, la mortalità, la prima realtà umana che il Figlio di Dio assume, fa sua e “ri-umanizza”, per così dire, è proprio la famiglia.

Nel Vangelo non troviamo discorsi sulla famiglia, ma un avvenimento che vale più di ogni parola: Dio ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana. 

Oggi abbiamo ascoltato di come questa famiglia di Israele sale al tempio per offrire il sacrificio prescritto per la nascita del primogenito. E incidentalmente abbiamo anche sentito queste parole: “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”, dalle quali traspaiono le relazioni costitutive della famiglia, l’uomo, la donna, la paternità, la maternità, la prole. E incidentalmente notiamo che non c’è bisogno di premettere alcun aggettivo per sminuire il ruolo di Giuseppe, che viene riconosciuto invece pienamente nel suo ruolo di padre.

Ma già il Vangelo di Natale ci aveva detto che i pastori, quando giunsero a Betlemme, non trovarono solo Gesù, ma «trovarono e Maria, e Giuseppe e il bambino adagiato in una mangiatoia».

In questo modo Dio ha consacrato la famiglia come prima e ordinaria via del suo incontro con l’umanità. 

Nella vita trascorsa a Nazaret, Gesù ha onorato la Vergine Maria e il giusto Giuseppe, rimanendo sottomesso alla loro autorità di genitori per tutto il tempo della sua infanzia e adolescenza. 

E così ha messo in luce il valore primario della famiglia nell’educazione della persona. 

Da Maria e Giuseppe, Gesù è stato introdotto nella comunità religiosa, frequentando la sinagoga di Nazaret: da Maria e Giuseppe Gesù ha imparato l’alfabeto umano della fede.

Se la missione di Gesù è quella di rivelare l’amore di Dio o – potremmo dire – di tradurre in parole umane l’inacessibile idioma di Dio, lui che è il Figlio unigenito dell’Altissimo, dove ha imparato a esprimere in un concetto umano il cuore stesso di Dio, se non proprio in famiglia?

Se Gesù, fra tante parole umane che esistono, per parlarci di Dio, ha scelto la parola dolcissima “Abbà”, dove l’ha conosciuta e incontrata, se nella presenza dolce e rassicurante di Giuseppe?

Se per rivelarci la relazione unica e irripetibile che lo unisce al Padre, ha usato la parola “Figlio”, dove ha umanamente conosciuto questa parola, se non tra le braccia materne di Maria?

Se per rivelarci che Dio è in se stesso perfetta unità di persone distinte, dove questo umanamente si riflette meglio se non nella famiglia di Nazaret, comunione che non annulla ma esalta la differenza e la complementarietà delle persone?

Padre, Figlio, comunione: è l’alfabeto della fede, ed è prima ancora la vita quotidiana e concreta della famiglia di Nazaret.

Il Natale, che è l’incontro dell’amore indissolubile tra Dio e l’uomo, ci porta quasi spontaneamente alla famiglia.

Lo dimostrano tante tradizioni e consuetudini, l’usanza di riunirsi insieme, in famiglia appunto, per i pasti festivi e per gli auguri e lo scambio dei doni, per non nascondere di come in queste circostanze, vengono amplificati il disagio e il dolore causati da certe ferite familiari.

Gesù ha voluto nascere e crescere in una famiglia umana; ha avuto la Vergine Maria come mamma e Giuseppe che gli ha fatto da padre; essi l’hanno allevato ed educato con immenso amore. 

La santa Famiglia è certamente singolare e irripetibile, ma al tempo stesso è “modello di vita” per ogni famiglia, perché Gesù, vero uomo, ha voluto nascere in una famiglia umana, e così facendo l’ha benedetta e consacrata. 

Affidiamo pertanto alla Vergine Maria e a Giuseppe tutte le famiglie, perché non si scoraggino di fronte alle prove e alle difficoltà, ma coltivino sempre l’amore coniugale e si dedichino con fiducia al servizio della vita e dell’educazione trasmettendo ai giovani insieme il vocabolario della vita e della fede.

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