il sangue, il nome, la fede

Santa Madre di Dio, Ottava di Natale

La liturgia della Chiesa ci fa contemplare, in questo giorno festivo, molti aspetti diversi che, come le tessere di un mosaico, ci rivelano il disegno di Dio.

Sono passati otto giorni dalla nascita di Gesù, il tempo in cui – come abbiamo appena ascoltato nel Vangelo – si compie presso l’antico Israele il rito della circoncisione e della imposizione del nome al neonato.

La circoncisione è un segno fisico che gli Israeliti portano nella loro carne dai tempi del patriarca Abramo, come marchio di sottomissione e di obbedienza alla volontà di Dio e di adesione a quel patto di reciproca alleanza e amicizia che Dio ha stabilito con il suo popolo.

Secondo l’usanza ebraica, per compiere questa operazione rituale devono passare otto giorni dalla nascita. È necessario infatti che il neonato possa vivere nel frattempo trascorra almeno uno shabbat, il sabato, il giorno santo e benedetto, festa primordiale di Israele, che ricorda il completamento della creazione e il compiacimento del Creatore per la sua creatura.

La circoncisione marca l’appartenenza a quel Popolo che si è impegnato a riconoscere l’unico Dio: una allenza alla quale gli Israeliti – così come ogni uomo, in realtà e anche noi – non sono sempre rimasti fedele. Ma non per questo Dio è mai venuto meno alla sua parola.

A pensarci bene, nella circoncisione di Gesù accade un fatto incredibile: se da parte sua il popolo non è mai stato in grado di rispettare pienamente il patto di alleanza con Dio, oggi è Dio stesso che si sottomette alla legge proprio per soddisfare la mancanza da parte della sua controparte, cioè dell’umanità. Il Figlio dell’Eterno è il vero Dio e, facendosi uomo – e uomo circonciso – si manifesta anche come il vero Israele. 

Dunque, Gesù in se stesso è il Sì dell’amore incondizionato di Dio per l’uomo ma anche il Sì, finalmente fedele e obbediente dell’uomo, per Dio.

La legge mosaica cercava invano di ottenere l’obbedienza dell’uomo: Gesù è l’obbedienza assoluta, che compie ogni legge e ogni precetto.

È per questo motivo che i cristiani, proprio da oggi, non dovranno più guardare alla Legge di Mosè per custodire la loro relazione con Dio: non perché Gesù ha abolito questa Legge ma perché l’ha compiuta perfettamente.

Ora per noi cristiani, l’unica vera legge possibile, l’unica vera circoncisione è guardare a Cristo, vero Dio e vero uomo, è essere una cosa sola con lui. È Cristo che non solo ci dona l’amore di Dio, ma completa, con la sua totale sottomissione umana alla volontà del Padre, tutto quello  che manca alla nostra obbedienza, al nostro amore e alla nostra fedeltà.

Inoltre, non possiamo non ricordare che la circoncisione causa anche la prima effusione del sangue di Cristo: e questo ci aiuta a non dimenticare che il dono di questa sovrabbondante obbedienza di Cristo che riscatta la nostra disobbedienza, ha il suo prezzo e la sua prova estrema nella dolorosa passione e nella morte di croce.

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Oltre alla circoncisione, oggi è il giorno in cui al Bambino venne imposto il nome: Gesù.

L’evangelista Luca ci ha appena ricordato che questo nome era stato rivelato «dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo» da Maria.

Anche l’evangelista Matteo, che racconta la nascita del Bambino dal punto di vista di Giuseppe dice, che fu l’angelo a rivelare questo nome: Maria «darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

In se stesso, il nome “Gesù” era un nome abbastanza comune in Israele, più volte presente in personaggi biblici, ma ora rivela tutta la sua verità: “Gesù” significa infatti “Dio salva”.

Chiamare per nome una persona significa che essa esiste per me e io per lei: è l’esistere uno per l’altro, entrare in comunione.  Per questo, tutta la storia dell’antico popolo di Israele si poteva riassumere nel desiderio struggente di conoscere il nome di Dio: Dio aveva rivelato a Mosè il suo nome misterioso, ma era assolutamente proibito pronunciarlo. Solo una volta all’anno, il sommo sacerdote poteva entrare nell’area più sacra del Tempio per invocare il perdono per i peccati del popolo, invocando il nome misterioso dell’Altissimo.

Ora, con il Bambino di Betlemme, ci è data finalmente la possibilità di chiamare Dio per nome e anche di contemplare il suo volto, perché Dio si è reso a noi accessibile. 

Nella prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, abbiamo ascoltato la formula con la quale il sommo sacerdote benediceva il popolo di Israele. 

Lì dove noi abbiamo ascoltato «Signore» (ripetuto per tre volte), nella Bibbia ebraica c’è in realtà, il nome misterioso e impronunciabile di Dio, nome talmente sacro che nella lettura comune veniva sostituito con la parola «Signore» che è diventata il più comune titolo, con il quale gli Israeliti si rivolgevano all’Altissimo.

Quel Dio che incuteva timore, perché troppo grande e troppo santo per l’uomo, ora può essere nominato dalle nostre bocche indegne e in ogni luogo di perdizione e di disperazione, perché il suo nome è diventato fonte di salvezza.  

Non occorre essere giusti e santi per pronunciare il nome di Gesù, perché nessun uomo è giusto davanti a Dio.  Anzi, c’è chi ha notato che nei Vangeli gli unici a chiamare Gesù per nome sono, oltre ai demoni che conoscono quel nome solo per la loro condanna eterna, solo i lebbrosi, il cieco e il malfattore crocifisso accanto a lui. 

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Oggi vorremmo avere nel cuore e sulle labbra il nome di Gesù con la stessa meraviglia, gli stessi sentimenti profondi e con lo stesso desiderio con cui fu pronunciato per la prima volta da Maria e da Giuseppe.

Pensiamo a quante volte i genitori del Figlio di Dio fatto uomo, abbiano ripetuto quel nome dopo averlo appreso dall’angelo, mentre ne attendevano la nascita, mentre vivevano con lui le sue prime ore sulla terra e poi nella intimità della vita nascosta a Nazaret.

Non occorreva aggiungere altro: quel nome, pronunciato con il cuore di Maria e di Giuseppe – il nome di Gesù – dice tutta la speranza, la gioia, la fiducia, il desiderio che sono necessari per accogliere la sua salvezza.

Ma anche se ci troviamo impantanati nel fango del peccato e delle mille contraddizioni della nostra vita di fede, possiamo avere fiducia in quel nome e ripeterlo, se non con la dolcezza di Maria e Giuseppe, almeno con la fede schietta di Pietro che annega: “Signore, salvami” o come fanno i monaci dell’Oriente, ripetendo all’infinito la preghiera più semplice: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore”.

Perché il nome di Gesù è in fondo la preghiera più corta e più efficace. 

Quando non sai cosa dire nella preghiera o quando hai troppo da dire; o quando hai timore per una prova da affrontare o quando senti la fragilità dei tuoi limiti o il peso del peccato, il nome di Gesù, anche solo questo nome, ripetuto e goduto sulle labbra, porta pace al cuore.

Il solo ricordo del nome di Gesù, cantava San Bernardo in un celebre inno da lui composto, procura una gioia immensa, perché ogni volta che quel nome viene ricordato, egli stesso si rende presente.

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Da ultimo, insieme alla circoncisione e alla imposizione del nome di Gesù, in questa festa dell’ottavo giorno dalla Nascita di Cristo, c’è il mistero della divina maternità della Vergine Maria. 

La festa di oggi la onora con il titolo che forse maggiormente condensa tutta la nostra fede: “Madre di Dio”.

Dentro queste parole, che in greco è una parola sola “Θεοτόκος”, c’è dentro un paradosso grande come il mondo intero.

Di regola, la madre viene sempre prima del figlio ed è più grande del figlio. E Dio, essendo il primo e il più grande di tutto e di tutti, non può evidentemente avere una madre.

Quindi, i casi sono due. “Madre di Dio” o è una bestemmia, come pensa qualcuno, oppure ci troviamo davanti alla più meravigliosa delle opere divine.

Maria ha evidentemente generato Gesù solo secondo la carne e non secondo la divinità: ma in Gesù la divinità e l’umanità sono diventate assolutamente inseparabile, per cui tutto ciò che appartiene alla sua umanità, appartiene all’unica sua persona divina.

Per questo Maria è onorata con un titolo che – se ci pensate – contiene in realtà in estrema sintesi tutto ciò in cui crediamo: a guardare bene, non c’è aspetto della nostra fede che non sia racchiuso nel nome “Madre di Dio” e soprattutto lo straordinario incontro di Dio e dell’uomo che oggi fanno uno scambio meraviglioso: noi gli diamo la nostra miseria e Lui la sua misericordia.

Ecco. Questo ottavo giorno di Natale, ci ha portato dei doni che ci daranno la forza di affrontare non solo l’anno nuovo in pace, ma tutta la nostra vita: abbiamo ricevuto il sangue di Cristo che riscatta i nostri peccati; il nome di Gesù che è la più semplice ed efficace di tutte le nostre preghiere; il titolo della Madre di Dio che è la più semplice e cattolica delle professioni di fede.

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