da dove cominciare

Seconda Domenica del tempo ordinario B

“Che cosa cercate?”.

Santuario BV San Luca 14 gennaio 2024

Una domanda apparentemente banale. Non so se anche a voi fa la stessa impressione, ma io la sento rimbombare come un tuono nella pagina evangelica di questa domenica.

Gesù non si ferma neppure. Continua a camminare, mentre si volta verso i due discepoli che lo seguono a distanza e li osserva. È il loro primo incontro.

Giovanni Battista lo aveva riconosciuto, istruito da una voce misteriosa: «Colui sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito, è colui che battezza – colui che immerge – nello Spirito», cioè nella vita stessa di Dio.

Gesù non accenna proprio a fermarsi, perché il giorno dopo, Giovanni – «vedendolo passare» – accende nel cuore dei suoi discepoli una grande speranza: «Ecco l’Agnello di Dio!». 

È quanto accade ancora oggi per noi quando la Chiesa, per bocca del sacerdote, ci ripete quelle stesse parole nel momento culminante della celebrazione eucaristica, cioè la partecipazione al sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

Agnello di Dio. Poche sillabe che aprono un mondo.

Già nelle prime pagine della Bibbia incontriamo l’Agnello: era l’offerta del giusto Abele, l’offerta gradita a Dio, mentre quella di Caino era stata respinta. Dunque Gesù è la via della vera amicizia con Dio.

Nell’Esodo, Agnello è il sacrificio della Pasqua con il quale Mosè ottiene la salvezza dei primogeniti di Israele e la liberazione del popolo dalla schiavitù dell’Egitto. Gesù dunque è la vera Pasqua, è “colui che passa”, dal male al bene, dal caos alla verità, dalla morte alla vita.

Il sacrificio dell’Agnello pasquale, secondo la fede dell’antico Israele che noi abbiamo ereditato, non è solo il ricordo di un evento storico del passato, ma è un “memoriale”, cioè una memoria che ha la forza di rendere presenti, attuali, le meraviglie compiute da Dio per la salvezza del suo popolo e per la remissione dei suoi peccati; quando mangiavano l’Agnello gli ebrei dicono: Dio non ha liberato solo i nostri padri, ma ha liberato noi dalla schiavitù dell’Egitto.

Così l’Eucaristia, la cena dell’Agnello, non è solo memoria di Gesù, ma anche presenza qui e ora della sua parola e del dono della sua vita.

Ma c’è di più. Nella lingua comunemente parlata ai tempi di Gesù, la stessa identica parola Agnello suona anche con il significato di Servo.

Dunque, potremmo leggere le parole del Battista così: «Ecco il Servo di Dio!».

Anche questa espressione “Servo di Dio” nei testi sacri di Israele è di grande importanza.

Sapete che il profeta Isaia, veniva chiamato dai teologici medievali il “protoevangelista”, soprattutto per alcuni capitoli chiamati i canti del Servo di Dio che preannunciano, talora con un realismo impressionante, il destino del Messia: sembra di leggere al vivo il racconto della Passione di Cristo.

Se volessimo escludere a priori l’interpretazione cristiana che riconosce chiaramente in questo Servo di Dio la profezia di Gesù Cristo, la figura di questo Servo di Dio di cui parla il profeta resterebbe assolutamente incomprensibile, indecifrabile.

Di questo Servo di Dio si dice che è il prescelto sul quale si poserà lo Spirito di Dio, e che nella sua umiltà, farà risplendere la giustizia di Dio (Is 42); colui che fin dal seno materno sarà destinato a essere luce per tutti i popoli e non solo per Israele. (Is 49)

Servo di Dio è colui che verrà flagellato, sottoposto a insulti e percosse, ma al quale Dio sarà sempre vicino; (Is 50) è colui che sarà caricato del nostro peccato, trafitto per le iniquità del mondo, colpito dal castigo che da salvezza e sarà causa di salvezza per le moltitudini. (Is 52).

Ecco, c’è dentro tutto questo quando anche per noi qui e ora risuona la parola del Battista: «Ecco l’Agnello, ecco il Servo di Dio».

* * *

Ma ora mettiamoci nei panni di Andrea e del suo compagno. Se ci fossimo trovati nella loro situazione e, per la verità, noi ci troviamo proprio adesso in quella situazione… quante cose avremmo voluto chiedergli, quanti misteri da svelare, quanta luce da gettare sui dubbi che ci tormentano…!

Gesù – l’Agnello di Dio, il Servo di Dio – sembrerebbe essere la persona giusta per avere finalmente delle risposte sui grandi enigmi della vita e della morte, del bene e del male, del senso delle cose… anzi, potremmo ben dire che Gesù in persona è la grande Risposta di Dio a tutte le inquietudini dell’uomo.

Eccoci. Adesso, su quel sentiero nel deserto, vicino al Giordano, dove avviene il primo incontro con Andrea e l’altro discepolo, Gesù sta per aprire bocca: sta per pronunciare finalmente le prime parole che il quarto Vangelo ci consegnerà, così come pronunciate dal Verbo di Dio che si è fatto carne.

La prima parola però non è una risposta. Sorprendentemente è proprio quella domanda: “Che cosa cercate?”. 

“Che cosa cercate?” vuol dire concretamente: per che cosa vivi? cosa vale per te? cosa conta nella tua vita? di cosa non puoi fare a meno?

Tante volte, le nostre inquietudini, le nostre frustrazioni, i nostri errori, dipendono dal fatto che facciamo le domande sbagliate, cerchiamo da Dio e in Dio quello che Dio non è e non ha.

Gesù non promette ad esempio benessere, una esistenza tranquilla, non ci mette al riparo dalle sofferenze, dalle malattie, dai guai della vita. Se uno cerca questo da lui, ha sbagliato tutto.

Avevamo già notato che tutta la scena si svolge in movimento. Giovanni vede infatti Gesù passare; Gesù non smette mai di camminare, anche mentre inizia il suo dialogo con i discepoli, anzi li sollecita a camminare dietro di lui: “Venite e vedrete”.

L’aspetto curioso è che al contrario viene ripetuto in modo martellante un verbo che sembra avere un sapore decisamente statico. In italiano non lo si percepisce perché in traduzione lo stesso verbo deve essere reso in modi diversi, ma letteralmente suonerebbe: “Maestro, (…) dove rimani?…”. (…) “Videro dove rimaneva e quel giorno rimasero con lui…”.

Ῥαββί (…), ποῦ μένεις; (…) 

ἦλθαν οὖν καὶ εἶδαν ποῦ μένει, 

καὶ παρ’ αὐτῷ ἔμειναν τὴν ἡμέραν ἐκείνην.   Gv 1,38b-39

La sera della sua passione, Gesù ripeterà ancora quel verbo ad Andrea e agli altri discepoli: “Rimanete nel mio amore: chi rimane in me e io in lui produce molto frutto”.

Stabilità e cammino, dunque: ma la contraddizione in realtà è solo apparente. Il cristianesimo non è affatto qualcosa di statico: i veri credenti non sono statue di marmo o icone bizantine.

Questo comando del Signore significa costruire la stabilità della nostra vita nel rapporto con lui, dentro al mutare delle cose che passano; significa amare e cercare al di sopra di tutto, non ciò che è vero e buono per oggi, per adesso, ma cercare Lui che è la verità e l’amore sempre.

“Rimanere” significa proprio radicare la nostra esistenza in ciò che è stabile, definitivo, nella forza della sua verità e del suo amore, che non tradisce.

Essere discepolo di Cristo: questo basta al cristiano. Non abbiamo bisogno di aspirare ad altro: l’amicizia col Maestro assicura all’anima pace profonda e serenità anche nei momenti bui e nelle prove più complicate. 

Ecco: è arrivata la nostra ora di incontrarlo; sono arrivate come direbbe il Vangelo le nostre “quattro del pomeriggio”. Per dire che il nostro incontro con lui è reale e sta proprio dentro la nostra vita. È adesso.

“Ecco l’Agnello di Dio”, dice la Chiesa.

“Venite e vedrete”, dice il Signore.

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