Quinta domenica del tempo ordinario B
Dalla sinagoga, alla casa di Pietro, cioè la Chiesa.
Non senza motivo, il vangelo ha detto che Gesù uscito dalla preghiera del sabato in sinagoga andò subito nella casa di Simone e di Andrea.
E non senza motivo, il vangelo ci fa sapere che siamo al tramonto del sole, cioè il momento nel quale finisce il giorno del riposo sabbatico e inizia il primo giorno della settimana, il giorno in cui Dio creando la luce diede inizio all’esistenza del mondo.
Gli Israeliti considerano come passaggio da un giorno al successivo non la mezzanotte, ma il momento del tramonto, come è scritto proprio nella prima pagina della Bibbia, in cui si descrive la creazione del mondo: «e fu sera e fu mattina».
Ancora oggi, noi cristiani consideriamo il sabato sera come l’inizio del Giorno del Signore.
Dalla sinagoga alla chiesa. Dal sabato, alla domenica. Dall’Antico al Nuovo Testamento.
Noi non viviamo più secondo il sabato, ma secondo la domenica. Vivere secondo il sabato significa vivere sottomessi alla Legge di Mosè, che con le sue norme e i suoi precetti, regola l’accesso alla Casa di Dio.
Vivere secondo la domenica significa vivere nella infinita meraviglia di chi vede che Dio stesso entra nella sua casa.
Nell’Antica Alleanza, Dio comandò ad Abramo di lasciare la sua casa e la sua patria; nella Nuova Alleanza, Dio stesso viene a stabilirsi nel nostro villaggio, in casa nostra.
Per questo, noi credenti della Nuova Alleanza, ci raduniamo insieme nella santità del primo giorno della settimana, nella santità della Casa di Dio che sta in mezzo alle nostre case, non perché dobbiamo osservare un precetto, ma perché siamo conquistati dall’amore di un Dio che è disceso dal cielo ed è entrato nella nostra casa, nella nostra vita.
Certo che esiste anche per noi un precetto, il famoso “precetto festivo”; noi però non facciamo corrispondere la salvezza alla osservanza di precetti come questi. Siamo seri: nessuno di noi si immagina che il grande ideale della vita cristiana è andare a messa e non mangiare prosciutto il venerdì.
Noi cristiani ci diamo dei precetti ma per custodire l’amore, per proteggere lo stupore della fede, perché spesso purtroppo siamo presi dalle febbri della vita. Sì, perché siamo fatti così: la suocera febbricitante di Pietro rappresenta molto delle nostre indolenze, lentezze, della nostra incapacità di reggerci.
“Egli si avvicinò – abbiamo ascoltato – e la fece alzare (letteralmente: la fece risuscitare) prendendola per mano”.
Lo avete notato? Non è neppure la suocera che si protende verso di lui: non siamo noi a tenderci verso Dio con le nostre invocazioni e le nostre speranze; ma è Gesù che tende la mano, ci guarisce dalle nostre febbri: è lui che ci fa risorgere e ci dona la gioia di servirlo.
Questa, come tutte le guarigioni che Gesù compie sulla porta della casa, ci aiutano a entrare nel mistero grande che si realizza nella nostra vita ogni volta che varchiamo la porta, la porta della fede.
Ma l’evangelista indugia su un dettaglio che rivela la imparagonabile novità di Cristo.
Mentre era ancora buio – cioè proprio nell’ora della risurrezione – il Maestro esce dalla casa di Pietro e dal villaggio e si immerge nella solitudine del deserto.
La notte profonda è rischiarata solo dalla sua preghiera.
Proprio come era accaduto per il discorso pronunciato da Gesù il sabato precedente nella sinagoga di cui abbiamo ascoltato domenica scorsa, l’evangelista di questa preghiera notturna ci rivela tutto… tranne che quello che Gesù ha detto.
Perché la preghiera di Gesù, proprio come la sua predicazione, prima di essere discorso, un messaggio rivolto a Dio, è un fatto, un avvenimento, una reale trasformazione della realtà.
Come pregava? Che cosa diceva Gesù nella sua preghiera? Quali erano i suoi sentimenti, le sue attese, le sue parole?
Il Vangelo oggi non lo dice, eppure l’evocazione di quella preghiera non è un semplice dettaglio devoto nella narrazione.
Pregare. Di per sé, non c’è bisogno di essere cristiani per pregare o anche solo per avere il desiderio della preghiera. È qualcosa di talmente radicato nel nostro essere, che in realtà non è neppure necessario essere religiosi o pensare di esserlo, per pregare.
Ma la preghiera di Cristo è tutta un’altra cosa, perché la preghiera di qualunque essere umano non può che essere asimmetrica, dal basso verso l’alto, dalla terra al cielo, dalla polvere alla perfezione, dal nulla al tutto.
Gesù, però è il Figlio; è il “Tu” di Dio. Quello del Figlio, infatti, è l’unico sguardo che sta all’altezza dello sguardo di Dio, in uno scambio reciproco, perfetto.
“Oracolo del Signore al mio Signore…”: l’antico Salmo, che la Chiesa con stupore canta ogni domenica nel vespro, profetizzava questo mistero, che oggi si compie.
Quel breve versetto del Vangelo di Marco: “si ritirò in un luogo deserto e là pregava”, segna uno spartiacque decisivo.
Quella notte, insieme a tante altre notti di Gesù di Nazaret, ha portato dentro alla polvere di questo mondo proprio quel vortice misterioso della relazione del Padre e del Figlio, quella preghiera perfetta, in se stessa inaccessibile a qualsiasi mente umana.
Questo più di tutto significa: “Il Regno di Dio è vicino”.
Oggi uno della Trinità prega come uomo, prega in modo umano: il mistero inaccessibile dell’amore purissimo, donato e ricevuto, rischiara la notte nel deserto di Galilea. La vera preghiera è entrata nel mondo.
Nulla di paragonabile a qualsiasi altra cosa, che pure comunemente possiamo chiamare preghiera.
Pensiamoci un istante. Esiste un solo motivo per cui l’Onnipotente Iddio debba fermarsi ad ascoltare il tumulto delle nostre richieste, o anche il canto delle nostre lodi, l’omaggio della nostra adorazione?
Esiste una sola valida ragione per cui possa valere la pena che l’Immenso ascolti la nostra voce, la voce della polvere?
In realtà, non c’è nulla nell’universo che possa realmente chiamarsi “preghiera”, se non il Figlio stesso di Dio, “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”.
Non dipende dall’intensità, dal sentimento che esprime, dal bisogno che la anima, dalla autenticità della fede. Dipende da ciò che Lui è: “Oracolo del Signore al mio Signore”.
Ora quella preghiera si è vestita di carne, della nostra carne, perché ogni carne umana, unita alla sua, possa entrare in quella preghiera, in quella relazione; perché ogni uomo con Lui, possa diventare egli stesso preghiera, diventare il “Tu” di Dio.
Pregare dunque, non è tirar fuori dal cuore il tumulto dei nostri pensieri e dei nostri desideri; quella è la preghiera dei miscredenti. Lo dirà Gesù stesso nel discorso della montagna: «Pregando non fate come i pagani che credono di essere esauditi a forza di parole»… non c’è bisogno di essere cristiani per tirare fuori quello che abbiamo dentro (e, detto tra noi, non è che abbiamo dentro tutto questo granchè…).
Dalle prime ore di quella domenica a Cafarnao, è cambiato tutto: da quel momento, pregare è Gesù Cristo, è essere con lui e in lui.
È quello che accade se varchiamo la porta della sua Casa, se ascoltiamo lui, se ci nutriamo di lui, se diventiamo lui, perché Cristo ci guarisce, ci rialza, ci risveglia dalla morte e dal peccato.
“Tutti ti cercano!”, diranno i discepoli quella domenica mattina, proprio come faranno le pie donne la mattina di Pasqua.
«Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, – risponde il Signore – perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto». Come dire? “Non crediate di essere voi a cercare: sono io che vi vengo incontro, sono io che vengo a stanarvi là dove siete, febbricitanti nel nostro peccato”.
Il Regno di Dio si è fatto vicino.
