se vuoi

Sesta domenica del tempo ordinario B

«E gli viene incontro un lebbroso che lo supplica e, buttandosi in ginocchio, gli dice: “Se vuoi, puoi purificarmi”».

L’evangelista Marco descrive – con i verbi tutti al presente – la scena in modo molto sobrio, ma ogni dettaglio è carico di grandi significati.

Come sapete – e come abbiamo ascoltato nella prima lettura – nell’antichità chi si ammalava di lebbra diventava praticamente un morto vivente.

C’è anzitutto un impatto fisico: la ripugnanza di un corpo segnato da piaghe profonde, maleodoranti, il volto e gli arti deturpati, a cui si aggiunge il timore per un possibile contagio. Ma soprattutto c’è la legge mosaica, che decreta lo stato di impurità dei lebbrosi.

Esattamente come un cadavere, il lebbroso è impuro; non può essere ammesso nella casa di Dio e tutto ciò con cui viene a contatto diventa impuro anch’esso: gli è precluso ogni contatto con il prossimo – perfino con i parenti più stretti e gli amici più intimi – e ogni partecipazione alla vita spirituale, alla relazione con Dio e alla vita di fede.

È un maledetto anche perché in queste condizioni non è in grado di sottostare a nessuna norma della legge mosaica. Anzi, per la verità c’è una prescrizione della Legge di Dio, una sola, a cui il lebbroso può e deve sottostare: quella della segregazione. Perché in fondo questo è lo scopo della legge: separare il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.

Anche la Legge mosaica, come ogni legge – ricordiamolo – non ha potere di cambiare la realtà: ha solo il potere di descriverla, di attribuirle un nome. La legge ha la funzione benedetta di definire che cosa è bene e cosa è male – e in questo è un grande dono – ma non ha la forza in se stessa di rendere buono il malvagio e di restituirgli la vita.

Quel lebbroso mostra di credere fermamente a quanto Gesù va annunciando: «Il Regno di Dio è vicino». Come già gli abitanti di Cafarnao, il lebbroso sa che la parola di Gesù non è una predica, un commento, una descrizione; non è il mero insegnamento di norme di vita; la parola di Gesù è “Vangelo”, cioè un fatto, è potenza di Dio che guarisce.

Per questa fede, il lebbroso non teme di abbandonare anche quell’ultimo terribile filo della Legge che in qualche modo lo teneva aggrappato alla fede di Israele – il precetto della segregazione – e prende l’inaudita iniziativa di andare incontro a Gesù.

La maggior parte dei codici antichi, nei quali il testo evangelico ci è stato tramandato, omettono il dettaglio che il lebbroso si sia messo in ginocchio. Forse alle prime generazioni di cristiani provenienti dall’ebraismo questo poteva sembrare un gesto eccessivo.

È interessante notare che in tutto l’Antico Testamento questa azione dell’inginocchiarsi non esista: esiste la prostrazione, ma non il mettersi in ginocchio. Israele sa di essere il popolo che Dio ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto e – per non smentire questo privilegio costitutivo e rifuggire ogni possibile idolatria – non si inginocchia volentieri, come facevano invece spesso i pagani davanti ai loro idoli o davanti ai loro sovrani.

Posto ai margini del suo popolo, con quel gesto inconsueto e drammatico, il lebbroso confessa di non ritenere la libertà come un privilegio avito, ma come un dono da invocare e rinnovare sempre.

Questa è la fede, tanto essenziale quanto struggente, del lebbroso; una fede che lo rende per tutti noi un insuperabile maestro di preghiera, con poche semplicissime parole: «Se vuoi, puoi purificarmi».

Ammettiamolo francamente: nei momenti bui e difficili della vita, la nostra più istintiva preghiera è la richiesta a Dio di farci quello che gli chiediamo; è l’elenco più o meno lungo di ciò che ci sembra essere il nostro bisogno. Ci concentriamo molto su quello che ci manca e che desidereremmo con forza.

Ma questa è esattamente la preghiera dei pagani, come dirà Gesù nel discorso della Montagna: preghiera di chi pensa di essere esaudito perché rovescia addosso a Dio il fiume tumultuoso delle sue richieste e delle sue piccole speranze; una preghiera che è tutta piena dei nostri problemi, delle nostre paure, delle nostre angosce: è tanto piena di noi che Dio, in fondo, non è nulla se non il muto erogatore delle grazie.

Il lebbroso davanti a Gesù non parla di se stesso o dei suoi problemi, ma parla solo di Gesù e solo in Gesù vede il suo bisogno: «Se vuoi, puoi purificarmi».

È una supplica non incentrata sulla sua necessità per quanto drammatica, ma aperta alla lode di colui che può tutto.

«Se vuoi, puoi purificarmi» è preghiera che profuma di “Padre nostro”: «La tua volontà sia fatta. Il tuo nome sia santificato. Venga il tuo regno!». 

Riguardo a se stesso, il lebbroso non chiede nulla di più, se non il pane necessario ad ogni giorno, il pane della verità e dell’amore; niente di più, se non di essere liberato dalla sentenza di impurità che lo separa da Dio: «Liberaci dal male».

La preghiera del lebbroso è la preghiera del vero credente perché guarda a Dio prima che a se stesso; è supplica, ma più ancora è una confessione di fede: «Il Regno di Dio è vicino». Il lebbroso crede con tutte le sue forze alla predicazione di Gesù, crede con tutte le sue forze a quel Dio che si è messo sulla sua stessa strada, fuori dalla città.

A questo punto, le parole dell’evangelista si fanno estremamente misurate. San Marco dice che Gesù si commosse, si sentì muovere dentro: c’è qualcosa di materno, di viscerale, un senso di profonda partecipazione.

Alcuni codici, aggiungono anche che in quell’istante Gesù sentì dentro di sé una forte rabbia. Può sembrare contraddittorio questo accostamento di tenerezza e di rabbia. Ma è tanto significativo perché Dio ama l’uomo, ma detesta, odia senza compromessi il male che lo tiene prigioniero.

Poi il gesto inaudito: stese la mano. Andando clamorosamente contro la rigida prescrizione mosaica, Gesù tocca il lebbroso. 

Contagio o non contagio, chi tocca un lebbroso, diviene egli stesso impuro. La Legge parla chiaro. 

Dunque Gesù prende su di sé la maledizione di quell’uomo, la nostra maledizione, la nostra condanna.

Questo significa che è finito il tempo della Legge: non perché Gesù l’ha abolita, ma perché l’ha compiuta fino alle conseguenze più estreme. 

E quasi a riprova, l’evangelista registra come le parti si invertiranno: l’uomo guarito – quasi prendendo il posto di Gesù – comincia ad andare per i villaggi annunciando il “Logos” (così dice letteralmente il testo originale), mentre Gesù è costretto dalla situazione a rimanere fuori, in luoghi deserti, isolato dunque, proprio come avrebbe dovuto essere invece il lebbroso.

All’uomo, ciò che è di Dio. A Dio, ciò che è dell’uomo.

Ecco dove fino a dove porta la preghiera del lebbroso. Ecco fino dove porta l’amore estremo di Dio. 

Tra pochi giorni, con il digiuno delle ceneri, entreremo nel tempo santo della quaresima, tempo privilegiato per andare incontro al nostro Salvatore, per piegare le ginocchia non solo simbolicamente davanti a lui, tempo per re-imparare la preghiera veramente cristiana: una preghiera che più che tirare fuori quello che abbiamo dentro si preoccupa di accogliere dentro la sua parola, il suo disegno, la sua volontà.

Tempo per reimparare non solo ad amare ciò che Dio ama, ma anche a detestare ciò Dio detesta.

Tempo per credere con tutte le nostre forze in quel Messia che si carica di tutte le nostre iniquità, ne porta il peso fino alla croce e ci restituisce alla vita.

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