I pilastri della Quaresima

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Secondo la tradizione cristiana, la quaresima, tempo di grazia che ci prepara alla Pasqua, è anzitutto una “pratica”, qualcosa di concreto, che cerca di modificare in qualche modo i nostri comportamenti quotidiani, come segno della nostra disponibilità alla conversione.

Uno dei grandi pilastri della pratica quaresimale è il digiuno, sul quale mi vorrei soffermare brevemente. Forse questo è un aspetto della vita di fede che meno viene sottolineato nella predicazione, ma che ha un posto importante nella vita cristiana.

La disciplina della Chiesa cattolica riguardo al digiuno oggi è molto più morbida di quello che era un tempo, ma bisogna ricordare che dietro a quelli che sono i precetti della Chiesa, c’è in genere una linea che si potrebbe definire perfino minimalista: cioè quando la Chiesa impone per regola qualcosa, in realtà quello è un obiettivo minimo. 

Quando, ad esempio la Chiesa ti dice di andare a Messa la domenica, in quel momento non ti sta proponendo il grande ideale della vita cristiana, ma ti sta suonando un campanello d’allarme, come per dirti: “guarda, che meno di così… non è possibile, per vivere una vita di comunione con Cristo, di santificazione e di grazia”. 

Quando ad esempio, la Chiesa prescrive di confessarsi e fare la comunione almeno una volta all’anno, nel periodo pasquale (che va dalla quaresima a pentecoste), evidentemente ti sta indicando una soglia minima, che deve servire a metterti in guardia e a comprendere la stringente necessità di vivere la vita sacramentale, come partecipazione alla morte e alla risurrezione di Cristo.

Così anche la disciplina del digiuno: attualmente la Chiesa indica due giorni di digiuno all’anno, che sono il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. 

A questa regola sono tenuti tutti i maggiorenni, fino ai 60 anni di età, escludendo – evidentemente – i bambini, le persone anziane e ammalate. 

Il digiuno si pratica, secondo la tradizione, astenendosi almeno da uno dei pasti principali della giornata (o la colazione, o il pranzo o la cena), nel non assumere cibo al di fuori dei pasti previsti e comunque nel moderare la refezione, escludendo la carne.

C’è poi la regola dell’astinenza dalla carne, che attualmente è in vigore in tutti i venerdì, specialmente in quelli di quaresima: si tratta concretamente di evitare gli alimenti a base di carne e a questa regola i cattolici sono tenuti a partire dai 16 anni.

Ci sono anche indicazioni dei vescovi italiani, che oltre alla carne insegnano ad astenersi di venerdì anche da cibi particolarmente raffinati. 

Sarebbe una evidente ipocrisia, quella di sostituire la carne con qualche costosissima prelibatezza, ad esempio certi tipi di pesce.

Vale la pena di ricordare, che oltre a queste regole che valgono soprattutto in quaresima, ce n’è un’altra che vale sempre: è quella del digiuno eucaristico, per la quale è obbligatorio – in segno di rispetto e di preparazione – mantenere il digiuno da qualsiasi alimento o bevanda, per almeno un’ora prima di accostarsi alla santa comunione; sono esclusi l’acqua e i medicinali.

Questa la disciplina in vigore attualmente nella Chiesa cattolica latina, come dicevo una disciplina che indica la soglia minima.

C’è però un altro aspetto che dobbiamo considerare. Il perché? Perché digiunare?

C’è un breve passo del Vangelo che ci aiuta a comprendere al capitolo 9 di Matteo:

14Allora gli si avvicinarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché noi e i farisei digiuniamo molte volte, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». 15E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto, e allora digiuneranno».

Nella tradizione religiosa precedente a Gesù, il digiuno aveva uno spazio importante, condiviso sia dai farisei che dai discepoli di Giovanni Battista. 

Nella tradizione ebraica il digiuno era fondamentalmente un atto di obbedienza e di sottomissione alla legge di Mosè. Nessuno può conoscere Dio. Di Dio conosciamo solo ciò che lui stesso ha rivelato, cioè la Legge mosaica. L’unico modo giusto di avvicinarsi a Dio e di ottenerne il favore era stare sottomessi alla sua legge. Questo è lo stesso atteggiamento che è previsto nell’Islam, parola che significa appunto “sottomissione”, “obbedienza”.

Ecco perché le regole relative ai tempi e ai momenti di digiuno, ai cibi consentiti o non consentiti, sono così strutturate in quei sistemi religiosi, proprio per tutelare al massimo la necessità di obbedire al comando divino, senza se e senza ma.

Gesù invece dice: “Verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto”: Questa è una profezia della sua morte sulla croce. Lo Sposo è lui stesso, il Cristo, che da la vita per la Chiesa sua sposa.

Qual è la causa della morte in croce di Cristo. Cristo morto a causa del nostro peccato.

Allora perché digiunare? Perché lo sposo è stato tolto, cioè perché siamo peccatori: le nostre infedeltà, i nostri tradimenti, i nostri egoismi, la nostra incredulità, le nostre mancanze di carità, le passioni malsane, sono causa della morte di Cristo.

Nel cristianesimo, soprattutto nel mondo latino, non importa tanto “come” si digiuna (ecco perché le nostre regole non sono tanto dettagliate); ma “perché” si digiuna. Perché Cristo, lo sposo, è tolto alla sua sposa a causa del peccato.

Noi cristiani non digiuniamo per rispettare una regola. La nostra non è sottomissione a una legge religiosa. Siamo stati liberati dalla Legge. Noi siamo chiamati al digiuno e alla mortificazione, per amore di colui che ha dato la vita per noi.

Poi così può capitare che quando mi siedo a tavola – cosa che grazie a Dio ci capita ancora più di una volta al giorno), e magari in quaresima rinuncio al vino o ai dolci, ho un’occasione in più per ricordarmi di colui che ha dato la vita per la nostra riconciliazione.

Abbiamo parlato del digiuno, il primo grande pilastro della pratica quaresimale. Dicevamo che si digiuna non perché dobbiamo obbedire a una legge, a una regola religiosa, ma perché abbiamo coscienza di essere peccatori e il nostro peccato è la causa della morte di Cristo. “Lo sposo verrà tolto – aveva detto Gesù, profetizzando la sua morte, per i nostri peccati – allora digiuneranno”.

Il secondo pilastro della quaresima è la preghiera. Su questo punto abbiamo bisogno di ragionarci sopra un po’.

Si fa sempre più strada, anche tra i cristiani, l’idea che la preghiera più vera – e quindi quella più gradita a Dio – è quella “sentita”, non la mera ripetizione di formule. Ed è vero.

Vale lo stesso discorso che facevamo per il digiuno. Noi non dobbiamo pregare, per assolvere ad una regola, ma perché crediamo nella preghiera.

Il problema è che quando si dice preghiera “sentita” in realtà si intende quella che esce spontanea, contro la ripetizione di formule di preghiera.

Ecco qui invece c’è da chiarire bene, perché  il primo che si scaglia proprio contro la cosiddetta “preghiera spontanea” è proprio Gesù, che dice ai suoi discepoli: “Quando pregate, non fate come i pagani” – cioè come quelli che credono in un dio fatto da loro, il dio-secondo-me, il dio-a-loro-immagine-e-somigilianza – “loro credono di essere ascoltati a forza di parole….”: cioè pensano che sia sufficiente dar voce a quello che hanno dentro, a quello che gli esce spontaneo… 

Perché, in fondo, se per Gesù il pagano è colui che adora un dio che non esiste, ma che è solo il riflesso dell’uomo stesso, questo modo di pregare serve non tanto per salire oltre il cielo, ma per parlare a se stessi.

E poi non c’è niente di più ambiguo di ciò che è spontaneo. Dalla nostra spontaneità purtroppo vengono anche tanto male, tanti egoismi, tante passioni malsane… Mica per niente Gesù dice più volte: “state attenti, vigilate”…

Se la “spontaneità” non può essere la legge assoluta nelle cose della vita, come possiamo pensare che questa stessa spontaneità sia la strada per arrivare a toccare il cuore di Dio?

Guardiamo le cose da un’altra prospettiva. Guardiamole, con tutto il rispetto, dal punto di vista di Dio. Immaginiamo l’Altissimo, Eterno Dio… avvolto della sua gloria, e della sua infinita perfezione… Perché le nostre parole, i nostri sentimenti, le nostre preghiere dovrebbero interessarlo? Come possiamo pensare che le nostre preghiere possano in qualche modo  impressionarlo, e spingerlo ad esaudirci.

Se Dio è infinita perfezione, l’unica cosa che può toccarlo al cuore è l’infinita perfezione… Solo un “Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero”… Solo il Figlio eterno dell’eterno Padre ha una parola, un canto, un sentimento, un amore che tocca e appaga il cuore di Dio.

Se vogliamo che la nostra preghiera valga qualcosa e abbia la speranza di salire al cielo, questa nostra preghiera deve trovare il modo di agganciarsi a quella di Cristo, l’unico possibile orante.

Ecco l’amore di Dio, che ha rivestito della nostra carne umana il suo Figlio divino, perché la voce degli uomini potesse essere preziosa davanti alla sua gloria.

Ecco perché ogni preghiera della Chiesa finisce dicendo: “Per Cristo nostro Signore”…

Torniamo allora alle parole di Gesù: “Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di essere ascoltati a forza di parole. 

Voi – cioè voi che siete miei discepoli, anzi, voi che per il battesimo, la cresima e l’eucaristia, siete una cosa sola con me, voi che siete il mio Corpo – Voi dite: Padre nostro…”.

“Voi dite: Padre nostro”. Questa non è una formula di preghiera. Questo è un vero miracolo. Con queste parole, Gesù ci ha cambiato i connotati. Non siamo più polvere e cenere, ma abbiamo una dignità altissima, che non ci appartiene. Noi diventiamo figli del Padre che sta nei cieli. E in tanto in quanto siamo uniti a Cristo, abbiamo speranza che la nostra preghiera possa bucare il cielo.

Pregare dunque – e farlo con abbondanza in quaresima – significa essere uniti a Cristo, essere nella Chiesa, che è il suo Corpo. Non rovesciare su Dio il torrente dei nostri sentimenti scombussolati o la lista delle nostre richieste, ma avere sulle labbra e portare nel cuore, i sentimenti e le parole di Gesù. 

Per la mentalità del mondo, la preghiera vera parte dal cuore ed esce attraverso labbra. Per il vangelo, la preghiera vera è la preghiera di Cristo, che pronunciata con verità sulle labbra, scende nel cuore e lo trasforma.

Se dipendesse da noi, noi potremmo farlo, ma obbedienti al comando divino di Cristo, noi osiamo dire: Padre nostro…

Il terzo grande pilastro della pratica quaresimale è l’elemosina.

“Elemosina” è una parola oggi poco amata, suona un po’ come sinonimo di una offerta ipocrita, quasi un gesto di disprezzo, più che un aiuto. In questo senso, fare “elemosina” significherebbe in fondo quasi definire la distanza con chi è nel bisogno.

È un peccato che si sia giunti a questo travisamento, perché il senso originario della parola ha una connotazione fortemente teologica: elemosina significa infatti “misericordia”, e misericordia è uno dei nomi di Dio stesso.

La legge mosaica aveva già codificato alcune forme di elemosina. Come ad esempio l’obbligo di lasciare nel campo una parte del raccolto, perché i poveri potessero racimolare qualcosa. 

Oppure la famosa “decima” che doveva essere versata a favore di chi non poteva possedere terre proprie (i leviti… le vedove…).

Ma già nell’Antico Testamento si cominciava a intravvedere che l’elemosina è molto di più di un precetto religioso: è la partecipazione alla misericordia stessa di Dio.

Ecco perché Gesù potrà arrivare addirittura a chiedere di dare “tutto” in elemosina: perché con Gesù Cristo, il Dio fatto uomo, il crocifisso risorto, Dio ha donato tutto se stesso per noi

Se Cristo vive in te, allora puoi vivere non più per te stesso, ma puoi fare della tua intera esistenza un dono d’amore.

Siamo al cuore del problema: l’elemosina cristiana, infatti, è tutta una questione di fede. La carità è inseparabile dalla fede.

Oggi c’è tanta voglia di “fare del bene”: basta mandare un sms… basta comprare un fustino di detersivo… In ognuna delle nostre piazze incontriamo banchetti che agevolano questa pratica. 

Importantissime organizzazioni umanitarie vivono così, dando anche lavoro a molti degli operatori…

Niente di male, anzi. Dio li benedica.

Ma non è la stessa cosa.

Non si deve confondere la carità cristiana con la solidarietà umana, la “filantropia”. Fare il bene, fa’ “star bene”: questo è il meccanismo.  Il rischio, nella pura solidarietà umana, è quello di agire per cercare una propria gratificazione o magari per scaricarsi la coscienza.

La carità cristiana, invece, è l’amore stesso di Dio che fluisce in noi. Un amore che non è dettato dall’emozione di un momento, ma dalla coscienza di aver ricevuto un dono; un amore puro, totalmente disinteressato. 

“Dio dimostra il suo amore per noi, scrive san Paolo ai Romani, perché mentre eravamo ancora peccatori (anzi nemici), Cristo è morto per noi”. Il bene si fa non perché “fa’ star bene”, ma solo perché “è bene”. 

Se la quaresima è scuola di vita, deve essere anche una scuola di carità. E una vera scuola, richiede esercizi concreti.

Il vangelo ricorda quali sono concretemente le opere di misericordia, anzitutto quelle fisiche: il soccorso ai poveri, a stranieri e pellegrini, la cura per malati e carcerati e la pietà per i defunti.

Ma ci sono anche le opere di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare per i vivi e per i defunti

Elemosina non è solo il soccorso di chi ha bisogni materiali, ma anche l’educazione dei giovani, la testimonianza esplicita del vangelo, la partecipazione fattiva alle opere della Chiesa.

Ma il grado più alto di elemosina è quando si riesce a fare tutto questo per amore di Dio. Questo è l’amore puro, divino, immortale che scorre dentro di noi. 

Non dobbiamo pensare alla Quaresima come a un impegno “volontaristico” dei cristiani: anche se sono frequenti in questo tempo i richiami all’ascesi, alla preghiera e alle opere buone. La conversione è prima di tutto un’opera di Dio, della sua grazia che ci purifica e ci rinnova.

Ecco perché non ci può essere vera Quaresima, senza i sacramenti, che sono i grandi segni dell’opera di Dio nella nostra vita. Anzi nella tradizione la Quaresima viene chiamata essa stessa “sacramento”, perché dai sacramenti ottiene il suo valore e la sua forza. 

Il Battesimo e la Cresima, anzitutto, la porta della vita di fede: molti bambini e adulti saranno battezzati e cresimati in occasione delle feste pasquali. 

E per tutti noi, nella notte della risurrezione, Dio rinnoverà la grazia di appartenergli e di essere suoi figli: faremo la solenne professione di fede e saremo aspersi con l’acqua battesimale. 

E specialmente l’Eucaristia, perché il Signore crocifisso e risorto si fa nostro cibo.

Quando mangiamo qualsiasi cosa, il cibo diventa parte di noi, parte del nostro corpo. Ma se ci nutriamo dell’Eucaristia – con le dovute disposizioni e la fede necessaria – accade esattamente il contrario: è Cristo che ci trasforma, ci fa diventare parte del suo corpo e ci dona energia per agire nella carità.

Ecco perché per indicare l’Eucaristia usiamo la parola “comunione“: perché si crea e si rafforza un legame misterioso ma reale, che tiene uniti con Cristo, fino a essere un solo corpo, tutti quelli che si nutrono del sacramento. La Chiesa è il frutto di questa comunione; la Chiesa è il Corpo di Cristo.

L’Eucaristia è il punto di contatto tra il visibile e l’invisibile: entra attraverso la bocca, attraverso il corpo dunque, ma nutre lo spirito.

Ma Eucaristia non è solo Corpo e Sangue di Cristo, come se fossero due realtà immobili…

È il Corpo “donato” e il Sangue “versato”. Nutrendoci dell’Eucaristia non riceviamo solo la presenza di Cristo, ma riceviamo l’atto del suo donarsi, il suo stesso sacrificio, quindi l’antidoto più radicale contro ogni forma di peccato e di egoismo. 

L’egoismo è “Il mio Corpo per me”…, la mia vita per me… il mio tempo per me… le mie risorse per me… l’Eucaristia è “Il mio Corpo per voi”: è il dono perfetto e totale, la carità assoluta.

Per questo, quando ci si trova in una situazione di peccato grave non è possibile ricevere la comunione, senza premettere la confessione. In generale occorre poi arrivarci in modo non affrettato e superficiale, ma preparandosi con un poco di digiuno e partecipando con fede alla Liturgia. 

Se vogliamo che porti frutto, dobbiamo accoglierla come qualcosa di desiderato e preparato. 

Giustamente, l’Eucaristia è stata definita fonte e culmine della vita cristiana. 

Fonte, perché tutto ciò che è cristiano nasce dal dono di Cristo crocifisso e risorto. Culmine, perché non abbiamo niente di più sacro e di più grande in questo mondo; e perché lo scopo di tutta la vita cristiana è quella di spingerci a vivere la comunione nel modo più pieno e più perfetto.

Ma bisogna dire una parola anche a chi – per una situazione matrimoniale non regolare – non può ricevere la comunione. 

È una parola che mi è stata detta da un uomo che si trova in questa situazione e che ha suscitato in me grande ammirazione.

“Io non posso ricevere la comunione, mi ha detto. Questo all’inizio mi faceva soffrire moltissimo e mi dava rabbia. 

Poi ho deciso di fidarmi della Chiesa. E ho capito che, proprio non facendo la comunione, io in realtà onoro la grandezza di questo sacramento e partecipo alla morte e la risurrezione di Cristo. 

La mia partecipazione alla comunione è il desiderio e proprio questo desiderio è diventato la forza che sostiene la mia vita ferita.”

Uno dei momenti più intensi della Quaresima per un cristiano, è la celebrazione del sacramento della riconciliazione.

Noi diciamo più spesso “confessione”: è una parola un po’ riduttiva, perché fa emergere solo un aspetto del sacramento… come se fosse solo un “vuotare il sacco”… 

In realtà anche la parola “confessione” ha un significato molto profondo: va molto oltre al fatto di elencare le nostre miserie.

“Confessare” significa proclamare la propria fede, dare testimonianza di ciò in cui si crede, e può significare perfino lodare, benedire, celebrare.

Perché in realtà quando noi andiamo a confessarci, non andiamo a parlare male di noi stessi, andiamo a parlare bene di lui, di Dio. 

Confessando i nostri peccati, noi in realtà confessiamo di credere che l’amore di Dio è più grande del male che c’è in noi. Ecco perché bisogna farlo bene. La confessione è un atto di fede, è una lode della misericordia di Dio, più forte di ogni nostra miseria.

Il passo fondamentale di una buona confessione è il pentimento. Senza di esso, non c’è perdono. 

Ma attenzione. Molto spesso si scambia il pentimento con i sensi di colpa, che non sono per niente la stessa cosa. 

Soprattutto alcuni generi di peccato, portano facilmente dietro di sé un senso di colpa che fa sentire sporchi, inadeguati: ci si sente perfino indegni di pregare, di presentarsi davanti al Signore…

Arrivo a definire il senso di colpa una forma vigliacca di egoismo, potremmo dire perfino di “demoniaco”.

Egoismo significa “pensare a se stessi”; il senso di colpa è pensare sempre a se stessi… male, ma sempre a se stessi… 

che cosa ho fatto?… non lo dovevo fare… e poi quel sentirsi indegni di pregare, sentirsi a disagio davanti Dio… 

Mentre noi crediamo in un Signore che ha detto chiaramente: “non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori”.

Ecco perché definisco “demoniaco” il senso di colpa, perché apparentemente ci avvicina a lui, ma in realtà ci tiene separati da Dio, lontani dalla sua misericordia.

In preda ai sensi di colpa ci si può andare anche a confessare… ma lo si fa non tanto per incontrare il Signore, per confessare il suo amore, ma per “vuotare il sacco”, per “azzerare i contatori”, per “ripartire più leggeri”… più per cercare il nostro sollievo, che la misericordia di Dio.

Quello che Dio cerca da noi, non sono i sensi di colpa. Dio cerca da noi il pentimento: e il pentimento è un atto d’amore.

Il pentimento è dire: “Ti amo, Signore. Io credo in te, credo nella forza della tua misericordia. Credo nella tua volontà è il bene della mia vita. Credo che in Cristo mi hai donato ogni bene… Ma ci sono delle zone d’ombra. Ci sono momenti in cui pago per oro quello che luccica, in cui cerco un bene che non è il tuo….”.

Il senso di colpa ti fa ripiegare su te stesso, mentre il pentimento apre il tuo cuore verso di Lui. 

Non è “tra te e te”, ma “tra te e Lui”. 

E un pentimento perfetto – che è dono di Dio – porta già subito con sé il perdono divino.

Un buon impegno di questa Quaresima è dunque di passare dalla “confessione” (intesa come “vuotare il sacco”) al “sacramento della riconciliazione”: cioè la celebrazione della bontà di Dio, che per la morte e risurrezione del suo Figlio, ci offre gratuitamente il suo perdono.

Proponiamoci di farlo, nel modo migliore. Magari evitando di andarci durante la messa, o negli ultimi giorni della settimana santa.

Facciamolo precedere con un momento di preghiera, in cui esaminiamo la nostra coscienza, e ci prepariamo non tanto a parlare male di noi stessi, ma a celebrare la misericordia di Dio che è più grande della nostra ostinazione e della nostra miseria.

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