Prima domenica di Quaresima B
“Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto. Discese agli inferi”.
È forse uno degli articoli del Credo sui quali meno abbiamo possibilità di soffermarci eppure proprio questo movimento verticale, così estremo verso il basso, (discese agl’inferi) descrive in modo straordinario il mistero che stiamo rivivendo, con l’aiuto di Dio, nella santa Quaresima.
Entrando nel mondo – uomo in mezzo agli uomini – davvero il Figlio di Dio è disceso nell’umano, anzitutto dentro la fragilità dei nostri limiti di creature che nascono, vivono e muoiono.
“Discese agli inferi”. Queste parole della professione di fede battesimale si riferiscono prima di tutto al passaggio della sua morte quando, nell’apparente silenzio del sabato santo, mentre il suo corpo giaceva nel sepolcro, in spirito il Cristo discendeva nel regno della morte: è andato a compiere nell’aldilà quello che aveva fatto sulla terra dei vivi.
Dunque anche nel tenebroso regno della morte, in mezzo alle anime di tutti coloro che da Adamo in poi erano usciti da questo mondo, Gesù passò, annunciando che il Regno si è fatto vicino, davvero vicino, vicino anche a chi proprio con la morte era finito tanto lontano dalla luce e dalla vita.
Lo abbiamo ascoltato anche nella seconda lettura: “nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime che erano prigioniere“.
Quel popolo immenso e senza numero, che camminava non metaforicamente nelle tenebre della morte, vide una grande luce: Gesù è passato nello sheol, sanando e beneficando, guarendo e restituendo alla vita, divenendo così realmente il Salvatore di tutti gli uomini, di ogni tempo e di ogni luogo.
Ma questa verità – “Discese agli inferi” – inizia a compiersi ben prima del sabato santo, perché – è inutile che ce lo nascondiamo – inferi non sono solo le tenebre oscure che avvolgono l’aldilà. Esiste anche un “inferno terrestre”, un inferno che ci portiamo dentro, che abbiamo nel cuore.
Lo sperimentiamo quando l’orgoglio del nostro peccato ci porta lontano dall’amore di Dio, quando sprofondiamo nella solitudine dell’egoismo, quando la presunzione della superbia ci rende ciechi alla luce di Dio, quando l’impurità e la sensualità, ci impediscono di godere del vero amore, perché solo “i puri di cuore vedranno Dio”.
Oggi, entrando con la Chiesa nel deserto della quaresima, riconosciamo la traiettoria di questa discesa in picchiata del Figlio di Dio dentro l’umano, di inferno in inferno, fino in fondo, cominciando dal deserto della tentazione, che è in fondo la dimensione costitutiva dell’umano.
Tendiamo troppo spesso a dimenticare che la tentazione è la cifra normale dell’esistenza umana. Perfino nel paradiso terrestre l’uomo e la donna subirono la tentazione. Dunque, è normale, ci appartiene.
Tentazione significa fatica, sicuramente. Oggi noi proviamo scandalo di fronte alla fatica, pensiamo che la fatica sia indice di qualcosa di sbagliato. Se, ad esempio, facciamo fatica nell’amore – come è normale – troppo spesso finiamo invece col pensare addirittura che l’amore sia sbagliato.
Mi capita spesso in confessionale di sentire le persone accusarsi di “fare fatica”. Ma la fatica non è un peccato! Fatica significa solo che sei vivo. Che hai una occasione pre crescere. Amare quando è facile… sono capaci tutti. Ma restare fedeli quando costa… questo è l’amore! La fatica è la possibilità di amare.
Eccoci dunque in quel diserto che è luogo della verità nuda e cruda, là dove l’uomo è assolutamente esposto, non può contare su appoggi, coperture, protezioni, il luogo di un silenzio che urla, di una verità che brucia, la somma di tutte le nostre paure.
Discese agli inferi, dunque, cominciando dal deserto della tentazione, della fatica di essere uomini, della fatica di vivere.
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Il Vangelo di Marco lo dice con una espressione forte, un verbo piuttosto violento: dove abbiamo letto “fu condotto dallo Spirito”, letteralmente si può tradurre: “fu sbattuto“, “fu scaraventato nel deserto”.
Non è necessario fare delle esegesi sofisticate: basta constatare che nel testo originale quel verbo è lo stesso che l’evangelista usa per dire quando – sicuramente ricordate quell’episodio – Gesù cacciò la legione dei demoni in una mandria di porci.
Dunque, “fu scaraventato nel deserto… dallo Spirito”.
Lo Spirito che era disceso come una gentile colomba sul Nazareno, ancora grondante delle acque battesimali del Giordano: quella gentile colomba scaraventa Gesù nel deserto.
Una immagine gentile (la colomba) per una azione violenta (lo scaraventò nel deserto). La contraddizione è solo apparente se comprendiamo il mistero nascosto, perché stiamo parlando di amore: lo Spirito infatti è l’amore purissimo di Dio.
E chi ha sperimentato nella sua vita l’amore, sa che non esiste dolcezza più gentile dell’amore, perché l’amore attrae; ma chi ama sa anche che non esiste forza più travolgente dell’amore, perché l’amore lotta, l’amore scalpita, l’amore combatte, l’amore spera contro ogni speranza.
Spinto da questo amore gentile e travolgente, Gesù discende in picchiata nell’umano, cominciando dai nostri deserti, dai nostri inferni terrestri: vi entra afferrato da un amore che lo scaraventa dentro una battaglia che ha proporzioni cosmiche: perché non lottiamo solo contro noi stessi, ma contro le forze invisibili del male che inquinano il nostro mondo interiore.
Dicevamo che la fatica normale è cifra normale dell’esistenza umana. E il Vangelo ce ne mostra chiaramente il motivo. Perché si fa fatica a vivere? Perché il mondo nel quale viviamo non è un campo neutrale, dove si può tranquillamente scegliere tra il bene e il male. C’è una precisa volontà di male che ci contrasta. La nostra vita sta su un piano inclinato che pende fatalmente verso il male e anche solo per restare in piedi bisogna necessariamente lottare.
Essere tentati, fare fatica è un buon segno! Significa che stiamo lottando. Solo chi è già a terra non cade più. Chi sta in piedi è sempre esposto al rischio di cadere.
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Gesù digiuna per 40 giorni nel deserto. La Quaresima è una prova anche fisica. La liturgia della Chiesa definisce la Quaresima un “esercizio”. In latino questa parola indica l’addestramento militare per la battaglia, una prova fisica.
Perché il corpo non è qualcosa che noi “abbiamo”: è qualcosa che noi “siamo”. Non siamo angeli: noi siamo il nostro corpo. Il corpo è la porta di ingresso della realtà, anche la realtà dello spirito. Per questo la quaresima chiama in causa anche il digiuno e i gesti fisici della penitenza.
Come fa la parola di Dio a raggiungere il nostro cuore, se non passando anzitutto attraverso le orecchie? Come facciamo a contemplare la bellezza dell’amore, se non anzitutto attraverso gli occhi? Come possono la Carne e il Sangue del Signore santificare la nostra anima se non anzitutto attraverso la bocca e l’esofago?
In questa epoca non siamo più sostenuti dalla cultura comune, nella pratica della Quaresima. Sappiamo tutto di ramadan e non sappiamo nulla della nostra Quaresima.
Ricominciamo anche noi, come Gesù, dal corpo: il digiuno… Si fanno molto chiacchiere sul digiuno: digiuno dalla tv… digiuno da internet… tutto bene, ma poi concretamente nessuno digiuna…
Oggi la Chiesa oggi, diversamente dal passato, non impone se non pochissime regole sul digiuno: noi non siamo più sotto Mosè, nel tempo delle regole. Noi digiuniamo non perché dobbiamo assolvere a un precetto, ma perché “lo Sposo ci è stato tolto”, dice il Vangelo, cioè perché Cristo è morto a causa dei nostri peccati. Digiuniamo per la coscienza del peccato nostro e dei nostri fratelli. Digiuniamo perché se mangiare è vivere, Cristo vale più della vita stessa.
Cominciamo allora a togliere per esempio alcuni cibi alla nostra tavola. Cominciamo a tagliare i fuori pasto. In alcuni giorni, saltiamo un pasto, togliamo un caffè. Onorando sempre la domenica, che è la Pasqua settimanale e quindi non è mai un giorno di penitenza, cominciamo una piccola lotta, che parte dalla bocca per arrivare al cuore.
La tradizione spirituale ci consegna anche altri gesti fisici della fede: il segno della croce, ad esempio, tracciato con dignità, anche se ci capita di mangiare con i colleghi o se passi davanti a una chiesa; la genuflessione, fatta per bene, toccando terra; pregare in ginocchio, per ritrovare il contatto con il pavimento…
Abbiamo bisogno in quaresima di ritrovare il vero livello di ciò che siamo, per poi risalire, con gioia, verso la Pasqua.
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A proposito di discesa, c’è un’ultima suggestione che vorrei raccogliere oggi dalla prima lettura dove si parla dell’arcobaleno che conclude la tragedia del diluvio universale. L’arco sulle nubi è il simbolo della prima alleanza stabilita da Dio con l’umanità dopo il diluvio: l’arcobaleno parte dalla terra, sfiora il cielo, ma ritorna alla terra. Era il simbolo di una comunione con Dio che arriva solo a sfiorare il cielo, ma rimane comunque una realtà di questo mondo.
A noi oggi è donato molto di più di un arcobaleno: è arrivato per noi il tempo della alleanza nuova ed eterna. Il vero arcobaleno è Cristo stesso, ed è un arco rovesciato: perché Cristo scende dal cielo, passa per la terra, ma ritorna al cielo. Il cielo, la vita di Dio questa è la meta definitiva.
Ora seguiamo Gesù che precipita in picchiata verso il basso, discendendo fino agli inferi, cominciando dal deserto delle nostre lotte contro il male. È un percorso che va compiuto, necessariamente; un cammino che può essere anche duro e penoso, poco esaltante, ma abbiamo nel cuore la speranza grande di sapere che non è la traiettoria definitiva.
