il collirio più potente

Seconda domenica di Quaresima B

La liturgia di questa seconda tappa domenicale della Quaresima ci spinge ad andare in salita, sul monte della Trasfigurazione.

Possiamo rilevare che si tratta del movimento inverso rispetto a quello di domenica scorsa – non so se da un punto di vista geografico – ma certamente da un punto di vista spirituale. 

Domenica eravamo con Gesù nel deserto, in quelle zone depresse del Negheb, quel deserto delle tentazioni che rappresenta il punto più basso dell’umano, lo squallore delle nostre bassezze e delle nostre cadute, faccia a faccia con la tentazione satanica della quale subiamo tanto il fascino.

Gesù, in se stesso totalmente estraneo al male e al peccato, ha voluto andare a toccare con mano le nostre fragilità, ha voluto sprofondare nei nostri inferni terrestri, per invertire la rotta del nostro cammino.

E già in questa seconda domenica, la mira cambia decisamente e punta tutta verso l’alto.

Dopo aver compiuto i primi passi di questo tempo di penitenza e di preghiera, oggi cominciamo a intravvedere che quella “a scendere” non è la direzione definitiva del cammino di Gesù e dei discepoli: «Gesù li condusse (e ci conduce) su di un monte alto».

Come sapete, il bellissimo racconto della Trasfigurazione, è riportato da tutti e tre i vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), con piccolissime variazioni. Ogni evangelista aggiunge quei dettagli che evidentemente hanno per lui una importanza nella narrazione.

Sapete che Marco, giovanissimo, era stato per molto tempo alla scuola di Pietro: chissà quante volte aveva ascoltato dal vivo i suoi racconti. E ce ne accorgiamo in alcuni dettagli che sono caratteristici del secondo vangelo.

Marco, ad esempio è l’unico a dire di questo monte monte che era “alto” e forse qui c’è il ricordo di un pescatore che non aveva il fiato per certe salite…

E poi quel simpaticissimo paragone del lavandaio che sembra lo spot di un detersivo: «Le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche». Sembra quasi di vederla la faccia di Marco, che da ragazzino ascoltava le prediche di Pietro e di quel racconto così vivace e realistico della visione sul monte. 

Pietro doveva essere molto convincente quando lo raccontava. Nella sua seconda lettera lui stesso lo rivendica con forza: “Non siamo mica andati dietro a delle favole, ma siamo stati testimoni oculari della sua grandezza… Noi abbiamo udito dalla maestosa gloria la voce del Padre…!” (cfr 2Pt 1,16-18).

Tra le caratteristiche proprie di Marco, c’è anche una rarissima indicazione cronologica che introduce il racconto: «Sei giorni dopo…».

È curioso perché questa è in assoluto l’unica indicazione cronologica che troviamo in tutto il vangelo di Marco.

Più che ai tempi, Marco sembra interessato ai luoghi: registra con frequenza riferimenti alla strada compiuta da Gesù, al ripetuto passaggio da una riva all’altra del mare di Galilea, fino alle escursioni fuori dai confini della terra promessa, per poi concentrarsi tutto sulla meta definitiva, Gerusalemme.

Allora cosa era accaduto di così importante sei giorni prima della Trasfigurazione? Si tratta di un episodio che – guarda caso – vede proprio l’apostolo Pietro sulla scena: quella volta che Gesù chiese ai suoi discepoli: “Voi chi dite che io sia?”.

Quella volta, Pietro era stato molto sicuro  nel dare la sua risposta. Troppo sicuro.

Infatti, pochi istanti dopo avere proclamato solennemente: «Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio», si sentirà intimare seccamente da Gesù: «Rimettiti dietro di me, satana! Tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini», e questo perché non aveva accettato il primo annuncio della passione.

Pietro dunque porterà nel cuore e trasmetterà a Marco la sensazione che i due episodi fossero profondamente connessi.

Proprio quel Pietro, che sei giorni prima era stato troppo sicuro di sé, ora su quel monte alto fu talmente sconvolto dallo splendore che avvolgeva il suo Maestro, che non riuscì a balbettare altro che «Quanto è bello stare qui!».

A Cesarea di Filippo, per la prima volta Gesù aveva tentato di rivelare ai discepoli che cosa significa davvero essere “il Cristo di Dio” e cioè che «il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere».

E aveva detto senza troppi fronzoli anche che cosa significa realmente essere suoi discepoli: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

«Sei giorni dopo», l’insegnamento è di fatto ancora lo stesso, ma questa volta non è un insegnamento fatto di parole.

Dopo la dura fatica della camminata e della salita sul monte alto, avviene la manifestazione sfolgorante della sua gloria di Figlio di Dio e di compimento delle promesse antiche, rappresentate da Elia e Mosè.

In Israele lo sapevano anche i sassi: “Chi vede Dio, muore”. È forse il concetto più ripetuto nella Bibbia antica, una ovvietà: Dio è troppo grande perché l’uomo possa sostenere la sua visione.

Per questo motivo, il Figlio di Dio, nascendo da Maria, aveva nascosto la sua gloria nella fragilità della carne umana: proprio per rendere possibile agli uomini di vedere Dio senza morire, senza rimanere sopraffatti dalla sua grandezza infinita.

Ora Gesù, per un istante, concede ai discepoli la grazia di vedere – con i loro occhi – quello splendore del Figlio che solo il Padre poteva contemplare in piena luce; e di ascoltare – con le loro orecchie – quella voce di tuono del Padre, che solo il Figlio può ascoltare e comprendere.

Verrebbe da chiedersi quale sia in realtà il miracolo più grande… è più miracoloso il fatto che, per un istante, i discepoli hanno intravvisto sensibilmente la sua gloria, o il fatto che per tre anni hanno vissuto, camminato con lui, hanno condiviso tutto… senza rimanerne sopraffatti!

Ecco che cosa è la Trasfigurazione: per un istante i discepoli vedono il Figlio come solo il Padre lo vede; e ascoltano il Padre, come solo il Figlio lo può ascoltare; per un istante i discepoli sperimentano in modo sensibile il dono di essere in Dio.

Nel giro di sei giorni, dunque, – e questo Pietro non lo avrebbe mai più dimenticato – Gesù mise i discepoli davanti alla nostra fragilità e davanti alla sua grandezza.

E poiché la quaresima è tempo di sincerità, oggi possiamo serenamente domandarci: ma a cosa è servito tutto questo? 

A cosa sono servite tante parole, gli insegnamenti, tanti silenzi, tanti miracoli e segni? 

A cosa sono serviti tanti chilometri di sentieri, di strade polverose, macinate nei deserti di Palestina? E le traversate, qualche volta anche pericolose del mar di Galilea? 

A cosa è servito anticipare con le parole a Cesarea e con la trasfigurazione sul Tabor il suo destino di passione e di gloria, se poi, nella notte del tradimento, tutti, a cominciare proprio da Pietro, lo hanno rinnegato e lasciato solo?

Tutto è servito! Gesù infatti, con la Trasfigurazione, non aveva l’intenzione di prevenire i discepoli e non stava cercando a tutti i costi evitare loro il peggio.

Sul Tabor risplende per un istante la gloria di Cristo. Ma sul Calvario accadrà qualcosa di assolutamente inimmaginabile: risplenderà la potenza dell’amore, come il mondo non poteva neanche lontanamente crederlo, ma per capirlo c’era una prezzo da pagare.

Quante volte Gesù lo aveva detto e ridetto, che i suoi discepoli devono fare la differenza? «Se amate solo quelli che vi amano, che merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto solo a quelli che vi salutano, che merito ne avete? Non fanno così anche i pagani?». (Mt 5,46-48) Questo è l’amore secondo il mondo: amare chi ti ricambia, un dare e ricevere… io ti do, tu mi dai, sempre pari a zero: + 1 – 1 = 0.

Ecco, Gesù ha accettato il prezzo amarissimo della incomprensione e perfino del tradimento da parte di amici che avevano vissuto con lui, purché essi potessero sperimentare l’amore di Dio come non avrebbero mai potuto immaginarlo: l’amore di un Dio che ama anche chi lo rinnega, chi lo tradisce, che ama chi lo crocifigge, un Dio che ama e dona la vita.

Quella del Calvario non sarà una catechesi sull’amore, ma l’avvenimento dell’amore più grande di ogni altro amore.

«Si domandavano che cosa volesse dire risuscitare dai morti». Quante volte Pietro avrà tentato di capire il senso di quanto aveva vissuto sul monte.

Sarà il canto di un gallo a risvegliare in lui una prima, timida, comprensione; saranno le lacrime di un amaro pentimento a dare ai suoi occhi la lucidità necessaria per riconoscere la vera gloria del Cristo.

Con gli occhi lavati dalle lacrime, Pietro la vedrà da lontano quella veste, tessuta tutta d’un pezzo, sì proprio quella veste che sul Tabor era diventata così bianca come nessun lavandaio avrebbe potuto lavarla, e ora tutta impregnata del suo Sangue e della nostra polvere.

Con il collirio delle lacrime, Pietro potrà contemplare da lontano quelle mani che avevano benedetto e accarezzato, che avevano guarito, toccando i lebbrosi e caricandosi così di tutte le loro impurità, quelle mani ora squarciate dai chiodi sulla croce.

E quei piedi che, instancabili, avevano scavallato monti e valli, perché tutto Israele e tutto il mondo sapesse che Dio è vicino, e che ora sono immobilizzati da un unico orribile chiodo.

Gli occhi di Gesù: quegli occhi che tante volte si erano fissati su Pietro con tenerezza e perfino con fiducia; quegli stessi occhi che invece a Cesarea di Filippo lo avevano guardato con terribile sdegno; e ancora quegli occhi maestosi sul monte della trasfigurazione, ora guardano fissi al cielo e invocano perdono «perché non sanno quello che fanno».

Sul Tabor, Pietro aveva tentato bloccare il filo del racconto, proponendo di fare una qualche capanna.

Gesù non offre una rassicurante capanna, offre invece la nube misteriosa della fede, offre l’accesso ad un mistero che supera ogni comprensione, il mistero di un amore così: di un amore che ama chi rinnega, che ama senza cercare il contraccambio, un amore che si fa carico del male altrui e lo guarisce.

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