Quarta domenica di Quaresima B
In Cattedrale, per la presenza di un catecumeno adulto vengono lette le letture dell’anno A, corrispondenti al secondo scrutinio catecumenale (il cieco nato). Qui il commento: https://nelgiordano.org/2024/03/09/il-peggior-cieco/
C’è qualcosa di apparentemente contraddittorio nella liturgia di questa domenica.
A segnalare che abbiamo oltrepassato la metà di questo cammino e che vediamo sempre più vicina la festa della nostra Redenzione, la celebrazione si apre invitandoci alla gioia: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutti che l’amate radunatevi. Sfavillate di gioia con essa,
voi che eravate nel lutto. Così gioirete e vi sazierete al seno delle sue consolazioni”.
E poi tra le letture bibliche incontriamo uno dei salmi più struggenti e drammatici del salterio, il 136 “Super flumina Babylonis” reso celebre anche da molti artisti della musica.
«Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion».
Il salmo rievoca la tragedia vissuta dal popolo ebraico durante la distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 586 avanti Cristo, nella quale gli Assiri si resero responsabili di un grande massacro e della deportazione di gran parte della popolazione superstite in Babilonia che durò vari decenni.
Quella vicenda storica, così drammatica, segnerà una spaccatura profondissima nella storia di Israele testimoniata perfino nella Genealogia di Gesù, come se ancora il Figlio di Dio ne avesse succhiata l’amarezza con il latte materno.
Il salmo è il canto di dolore di un intero popolo, segnato dalla profonda nostalgia per quanto ha perduto e che avverte come un’oltraggio l’invito dei Babilonesi a intrattenerli con i loro rinomati canti di gioia, che erano l’orgoglio del Tempio ora profanato e distrutto.
Nella prima parte si evocano queste grandi pianure della terra d’esilio, solcate da fiumi e canali che ne garantivano la fertilità. La seconda parte è pervasa dal ricordo dolce e doloroso della città di Dio, la città perduta, ma viva nel ricordo degli esuli.
Invano i dominatori chiedono loro «canzoni di gioia». I «canti di Sion» sono «canti del Signore», non sono canzoni folcloristiche e da spettacolo. Solo nella liturgia e nella libertà di un popolo possono salire al cielo.
Il salmo termina con un affidamento a Dio: solo da Lui, il popolo può sperare la vendetta per l’ingiustizia subita. E qui troviamo delle espressioni di odio così forti, che non trovano posto nel legionario e che vengono saltate anche nella liturgia delle ore, ma che troviamo evidentemente nella Bibbia, perché nessuno può censurare la Parola di Dio. (1)
(1) «Ricordati, Signore, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme, dicevano: «Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta». Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto. Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra».
Parole di odio, sconcertanti al punto che potremmo perfino chiederci come abbia potuto nostro Signore pregare con questo salmo. Perché sì, Gesù ha pregato con questo salmo, che si usava cantare durante i pellegrinaggi alla città santa.
Anzi direi che, come cristiani, è proprio dalle labbra di Gesù che riceviamo questo salmo, perché diventi nostra preghiera: è da Gesù che impariamo che l’odio è una cosa seria e che non può essere censurato. Ma in Gesù l’odio va sempre e solo contro il male e non contro il malvagio; contro il peccato, non contro il peccatore; contro satana e mai contro l’uomo, chiunque egli sia.
Quella storia è rievocata brevemente nella prima lettura di oggi, tratta dal secondo libro delle Cronache che ne attribuisce con chiarezza la responsabilità ultima al popolo stesso.
Il tempio di Dio non fu profanato anzitutto per colpa degli Assiri: «tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme». E nonostante la premura usata da Dio che inviò ammonimenti e profeti, il popolo prediletto continuò beffardo ad ignorare la parola e l’amore del suo Signore.
Se la Quaresima è il tempo di una verifica non solo a livello personale, ma anche comunitario e profondamente ecclesiale della nostra vita, credo che non possiamo restare indifferenti alle parole che abbiamo ascoltato e alla vicenda che rievoca.
É innegabile che stiamo attraversando una crisi e una precarietà che non è solo sociale ed economica, ma che ha profonde radici spirituali.
Ripensando alle storie dell’antico popolo di Dio non sarà che forse stiamo diventando insensibili agli appelli divini alla conversione? Anche solo guardando al nostro paese, non sarà forse arrivato il momento di lasciarsi mettere seriamente in discussione come popolo, per ritornare sui nostri passi?
Il popolo più denatalizzato al mondo, che usa l’aborto ormai come metodo contraccettivo; un popolo che si impegna più per legittimare l’uccisione dei malati terminali che per essere loro accanto con amore e dignità, come può dire di essere un popolo che ama la vita?
Un popolo che non crede più all’amore per sempre, che cresce giovani ormai incapaci di assumere decisioni per la vita, come può dire che #andratuttobene, come può affidarsi realmente a qualche speranza?
Un popolo nel quale il linguaggio sacro dell’affettività e della sessualità non è più usato per esprimere il dono di sé; un popolo che non accompagna i suoi pochi giovani a costruire un futuro di famiglia, ma li condanna a essere eternamente “individui consumatori”, come può dire di essere un popolo che ama l’amore?
* * *
La parola di Dio però, apre orizzonti assolutamente impensati.
Anzi, proprio nella prima lettura troviamo un’annuncio del tutto inatteso: «Il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: “Il Dio del cielo (…) mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda”».
Proprio in mezzo a quel popolo ostile e perfino in quel sovrano che rappresenta il nemico, Dio ha suscitato una forza di salvezza.
C’è un commento molto profondo di Sant’Agostino al nostro Salmo, nel quale si rileva che perfino tra gli abitanti di Babilonia ci sono persone che s’impegnano per la pace e per il bene della comunità, pur non condividendo la fede biblica, non conoscendo cioè la speranza della Città eterna alla quale noi aspiriamo.
Essi portano in sé una scintilla di desiderio dell’ignoto, del più grande, del trascendente, di una vera redenzione: una specie di fede, di speranza, per quanto è loro possibile nelle circostanze in cui vivono. Con questa fede anche in una realtà non conosciuta, essi sono realmente in cammino verso la vera Gerusalemme, verso Cristo.
Dunque, conclude il grande padre della Chiesa: «Se siamo cittadini di Gerusalemme… e dobbiamo vivere nella confusione di questa Babilonia come prigionieri, bisogna viviamo quello che diciamo nel Salmo: con una aspirazione profonda del cuore, pienamente e religiosamente desideroso della città eterna». (Agostino, Commento al Salmo 136)
Ma anche per i cittadini di Babilonia, dice Agostino, «se si adoperano con coscienza pura a garantire la pace, Dio non permetterà che periscano con Babilonia, avendoli predestinati ad essere cittadini di Gerusalemme». (id.)
La nostra preghiera in Quaresima, la preghiera non di un gruppo di devoti, ma di un popolo intero, il Popolo di Dio in cammino nelle terre d’esilio di Babilonia, oggi si nutre di una grande speranza.
* * *
L’immagine definitiva che resta sullo sfondo e suggerita dalla pagine evangelica è il serpente innalzato da Mosè nel deserto. Che cosa strana! Ai tempi di Mosè, Dio aveva voluto che fossero salvati dai morsi dei serpenti velenosi coloro che avessero guardato con fede proprio ad un serpente innalzato.
Entra questa idea – per certi aspetti scioccante – che Dio guarisce dal male, attraverso il male stesso.
La croce è il simbolo del male assoluto. Non c’è nulla che in questa vita e in questo mondo che noi chiamiamo “male” e che poi non trovi il suo posto nella crocifissione di Cristo: il dolore, il tradimento, il fallimento, la solitudine, la paura… Dio ci può guarire, ma chiede fede, chiede fiducia in lui.
Gesù annuncia se stesso come guarigione e salvezza. Gesù innalzato sulla croce è il vero serpente.
Vi svelo una piccola scoperta che ho fatto leggendo qualche studio sul brano di oggi.
Voi sapete che gli ebrei amano la numerologia. Poiché nel loro alfabeto non esistono le cifre (inventate dagli arabi), utilizzano le lettere per indicare i numeri e quindi possono leggere come numeri le parole stesse.
Ora in ebraico le parole “messia” e “serpente” (mashiach מָשִׁיחַ e nahash נָחָשׁ) danno la stessa somma: 358. Sembrerebbero equivalenti.
Però – a fare la differenza – dentro la parola mashiach מָשִׁיחַ c’è la lettera più piccola di tutto l’alfabeto ebraico, lo iota: è come un minuscolo apostrofo. Sembra un dettaglio insignificante, ma lo iota è l’iniziale del nome sacro e impronunciabile di Dio.
Insomma la croce è sempre croce. Non è che perché sei cristiano puoi affrontare la croce col sorriso, perché smette di far soffrire. C’è però il segreto della presenza di Dio accanto a noi, una presenza discreta, non eclatante come quella di uno iota, ma decisiva. Quando accogliamo Cristo cambia tutto.
Anche la croce più pesante diventa salvezza per noi e per il mondo, se in quella croce è presente il nome di Dio e il volto del suo Figlio.
La nostra è paradossalmente una gioia triste: triste perché sentiamo il peso del male, ma gioia perché sappiamo di non essere soli: il Figlio di Dio si è fatto un piccolo iota per condurci a quella patria nella quale l’unico canto sarà un perenne alleluia.
«Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra.
Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia».

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