paura di morire

Dentro tutti noi c’è un desiderio quasi smanioso di novità. Dal primo momento in cui apriamo le nostre giornate di buon mattino, vogliamo essere subito aggiornati sulle ultime notizie o sulle ultime chiacchiere.

I nostri telefonini sono un poco l’emblema di questo bisogno di stare al passo, di essere connessi con il fluire delle cose.

È un flusso inarrestabile che trova il suo fondamento in una verità incontestabile: non c’è niente che invecchia tanto rapidamente come una novità. 

Curiosamente in italiano, la parola “notizia” deriva da “rendere noto”, ha il sapore della conoscenza. In inglese – la lingua della tecnologia – si dice invece “news” che significa nuovo… 

Ma a questo mondo, tutto ciò che è nuovo, nel momento stesso in cui appare inizia a invecchiare.

Anche la Scrittura utilizza spesso questo concetto di nuovo e di vecchio, con una consistenza però decisamente diversa.

Abbiamo ascoltato la promessa di Dio nel brano del profeta Geremia: «Verranno giorni nei quali concluderò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza».

È molto diverso se è Dio a definire “nuovo” qualche cosa: dato che Dio è eterno, se Dio dice di qualcosa che è “nuovo” significa necessariamente che lo sarà per sempre: potremmo dire che, nel linguaggio della fede, “nuovo” è sinonimo di insuperabile, definitivo, eterno.

Dunque, in questo nostro mondo in cui ogni cosa è condannata a passare, ad essere superata, Dio promette una alleanza definitiva con il suo popolo, un patto d’amore che dura per sempre.

E a rigor di logica, poiché un patto è una relazione tra due parti, allora significa che Dio promette anche a noi di essere per sempre, la pienezza della vita.

È questa l’attesa del Popolo di Dio, quando il Signore entra a Gerusalemme: l’attesa di un intervento definitivo di Dio che aggrappi l’uomo al suo amore eterno.

La pagine evangelica ci porta infatti proprio all’evento che rivivremo domenica prossima con il rito delle palme.

Il brano evangelico che ci ha offerto la liturgia è collocato quando Gesù è già entrato nella città santa. Gli abitanti e i pellegrini lo hanno acclamato. I capi non riescono a tenere la situazione sotto controllo – come invece erano abituati a fare – e constatano con amarezza che ormai tutto il mondo gli è andato dietro.

Tra i pellegrini che erano saliti a Gerusalemme per “adorare” Dio, c’erano anche alcuni Greci (cfr 12, 20). ( Detto tra noi, quanto è brutta la traduzione che ci è stata proposta “erano saliti per il culto”… ha un sapore un po’ burocratico-laicista…)

Sta di fatto che questi Greci neanche appartengono al popolo di Israele e quindi non partecipano alle attese del popolo eletto, ma hanno nel cuore un desiderio sincero di Dio: vogliono adorarlo. 

Ora, per mezzo di Filippo e Andrea fanno giungere al Signore la loro richiesta. Questi due apostoli hanno un nome greco e sicuramente capivano la lingua che in quel momento era la più diffusa nell’Impero. Il latino era allora la lingua dei funzionari militari, mentre la lingua dei commerci, delle relazioni era più comunemente il greco.

Quei Greci, dunque, erano saliti per “adorare” Dio. Dicono: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12, 21). 

Che parole grandi… adorare Dio… vedere Gesù… Sono parole da custodire nel cuore e da cercare dentro di noi, soprattutto mentre ci prepariamo a celebrare la Pasqua.

Tra le tante cose successe in quella giornata di trionfo, Gesù riconosce proprio in quell’episodio apparentemente marginale, il momento decisivo, lo scoccare dell’“ora”, quell’ora di cui si era parlato fin dalle nozze di Cana, quell’ora che era stato tutto il senso della vita e della sua missione. 

«È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato».

Dalla narrazione evangelica, in realtà non risulta chiaramente se ci sia stato un incontro tra quei Greci e Gesù. Lo sguardo di Gesù va molto più in là.

“Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). 

Come dire: non ha importanza ora un colloquio più o meno breve con alcune persone, un incontro che poi finisce; sì perché ci sono novità che si consumano anche nelle esperienze religiose, emozionanti, ma che sono destinate a passare, come un selphie.

Quello che conta invece è il modo totalmente nuovo in cui da ora in poi sarà possibile adorare Dio, vedere Gesù: “Come chicco di grano, morto e risorto – sembra dire Gesù – in un modo totalmente nuovo e al di là dei limiti di questo istante che passa, io verrò incontro al mio popolo, incontro ai Greci, incontro ad ogni uomo”. 

Mediante la sua morte e la sua risurrezione, Gesù oltrepassa i limiti del tempo e dello spazio e ci incontra in ogni tempo e in ogni spazio: perfino i Greci – che erano per definizione i lontani – lo avranno vicino al loro cuore, alla loro vita, al loro mondo. Così anzitutto si manifesta la novità di questo Regno di Dio.

Con la piccola parabola del chicco di grano, Gesù rivela due caratteristiche essenziali del nuovo Regno, di questa nuovo “adorare Dio”, “vedere Gesù”. La prima è che il Regno passa attraverso la croce. 

Proprio perché Gesù donerà totalmente se stesso, potrà come Risorto appartenere a tutti e rendersi presente a tutti. 

Nella santa Eucaristia, che è celebrata qui e in tutto il mondo, celebrata oggi, ma anche nei secoli passati e in quelli futuri, riceviamo il frutto di quel chicco di grano morto: l’Eucaristia è la vera moltiplicazione dei pani che prosegue sino alla fine del mondo e in tutti i tempi. 

La seconda caratteristica è che il suo Regno è universale, come già era stato annunziato dai profeti.

Questo è possibile solo perché non è la regalità di un potere politico, ma si basa unicamente sulla libera adesione dell’amore; è cioè una risposta d’amore, all’amore che ha portato Gesù sulla croce. 

La storia ha conosciuto mille progetti di universalismo, mille ideologie che hanno preteso di cambiare il mondo, ma che alla fine hanno seminato solo morte e paura. Solo con la croce, cioè con il suo amore che si dona, si crea la pace universale.

“Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv 12, 25): ecco il fondamento di questo regno eterno e universale.

Chi vuole avere la sua vita per sé, vivere solo per se stesso, stringere tutto a sé e sfruttare tutte le possibilità, proprio costui perde la vita. 

Ecco. Tutto sommato è una bella affermazione, affascinante da accettare. Ma nella realtà concreta, sappiamo bene che non si tratta solo di affermare un bel principio ma di vivere la verità della croce e della risurrezione.  E per fare questo non basta un’unica decisione, presa una volta per tutte. 

Certo, dobbiamo coltivare nel cuore il desiderio di pronunciare il grande “sì” della vita, il grande “sì” delle nostre vocazioni, che il Signore chiede a ciascuno in un certo momento della vita.

Ma il grande “sì” del momento decisivo nella nostra vita – il “sì” della nostra vocazione – deve poi essere quotidianamente riconquistato nelle situazioni di tutti i giorni in cui, sempre di nuovo, dobbiamo abbandonare il nostro io, donare noi stessi, quando in fondo vorremmo invece restare aggrappati al nostro io. 

A volte è molto più facile dire il grande “sì” della vocazione che dire il piccolo “sì” di essere fedeli nelle piccole cose di ogni giorno, fino all’ultimo “sí” dell’ultimo dei nostri giorni.

Il nostro evangelista Giovanni anticipa qui, proprio nel giorno del trionfo di Gesù, la preghiera che gli altri evangelisti collocano nell’orto degli Ulivi, la preghiera dell’agonia.

“L’anima mia è turbata” (12, 27). È lo spavento atroce di Gesù, il suo spavento davanti alla morte, davanti a tutto l’abisso di male che tiene prigioniera l’umanità, che già vede e nel quale deve discendere per amore. 

Gesù, come ogni uomo normale, ha una gran paura della morte. E la supera con la fiducia nel Padre della vita. “Che cosa dirò: Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora”. 

È la decisione di Gesù. È venuta l’ora per la quale egli è venuto; e l’accetta. Non perché non senta paura, angoscia e turbamento, ma perché è molto più forte della paura la sua fiducia nel Padre. 

Gesù, il Figlio di Dio senza peccato, vede l’orrore del male di cui sta per farsi carico e si rivolge al Padre.

Come essere umano, anche Gesù si sente spinto a chiedere che gli sia risparmiato il terrore della passione. 

Per questo anche noi sappiamo che possiamo pregare in questo modo. Anche noi possiamo lamentarci davanti al Signore, presentargli tutte le nostre domande che, di fronte all’ingiustizia nel mondo e alla difficoltà del nostro stesso io, emergono in noi. 

Davanti a Lui non abbiamo bisogno di rifugiarci in frasi devote, in un mondo fittizio.

Ma dentro al tumulto delle nostre paure, viene la grande vera preghiera di Gesù: “Padre, glorifica il tuo nome!”. 

“Glorifica il tuo nome” significa: che tutta la mia vita sia il luogo in cui si manifesta la tua presenza e la tua opera. “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà!” (Lc 22, 42). 

È qui che comprendiamo che il “Padre Nostro” non è una formula, ma l’essenza della vita di Cristo e della nostra vita di cristiani. È confidare in lui e credere ostinatamente che Dio sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a questo ordine di cose. 

Sì, può succedere perfino di lottare con Dio nella preghiera, ma alla fine possiamo soprattutto fidarci di lui: la vita, la morte e la risurrezione di Gesù sono la nostra garanzia. È così che si realizza il suo Regno.

È questa la novità insuperabile che aveva intravvisto il profeta Geremia e che oggi si compie per quei Greci e per tutti noi.

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