Domenica delle Palme B
Il Vangelo secondo Marco, che ci sta accompagnando nell’itinerario di fede in questo anno liturgico, si apre con le parole più preziose: «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio».
Tutto parte dunque da Gesù, cioè da una persona concreta di cui conosciamo gli sguardi, i passi, i gesti, le parole, per arrivare a scoprire che egli è il “Cristo” – cioè colui che Dio ha mandato per salvare il mondo – e a riconoscere che quell’uomo è il “Figlio di Dio”: quell’uomo è Dio e Dio è quell’uomo.
Nello sviluppo del racconto del Vangelo, quanto più si disvelerà l’identità di Gesù, tanto più sarà lui stesso, Gesù, a imporre il silenzio e il segreto: a chiunque ne intuisca il mistero, Gesù impone di non dire niente a nessuno.
Gesù è il Cristo, cioè viene per salvare l’uomo, per questo non vuole illuderlo. Gesù viene non per conquistare l’uomo, ma per rivelargli un amore che nessuna immaginazione umana avrebbe mai potuto neanche solo vagamente intuire: un amore così grande da mostrarsi chiaramente sovrumano, soprannaturale, espresso nella concretezza di una umanità fragile e reale.
Solo poche ore prima della fine – come abbiamo ascoltato – il sommo sacerdote, durante il processo farsa gli aveva chiesto: «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?». Gesù per la prima volta – pur sapendo che quella risposta avrebbe causato la sua definitiva condanna, anzi proprio perché lo sapeva – rispose apertamente, come mai aveva fatto: «Io solo sono!».
Ma c’è una volta nel Vangelo, un’unica volta, in cui è qualcun altro a dire di Gesù quelle parole “Figlio di Dio”, senza essere messo a tacere, senza essere ridimensionato, senza essere zittito.
È il centurione ai piedi della croce. «Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”».
Se ricordiamo il profondo disprezzo reciproco che regnava tra ebrei e militari romani, non può che stupirci la singolare simpatia che il Nuovo Testamento riserva ai centurioni, questi ufficiali subalterni, che contavano così poco, ma anche così tanto nella struttura di vigilanza del territorio.
L’anonimo centurione della Passione – che talvolta la tradizione cristiana identificherà con il nome di Longino (nome che in realtà indica la lancia con la quale aprì il costato di Gesù) – era lì per svolgere tutt’altra funzione.
Il suo incarico ufficiale era quello di eseguire la condanna fissata con precisione: Gesù doveva morire crocifisso.
Non solo non doveva fuggire, ma non doveva nemmeno schiantare prima, sotto il peso delle torture nella flagellazione o venir meno nel trasportare la croce. Ecco perché fu proprio lui a mettere in mezzo Simone di Cirene. Era compito del centurione fare in modo che Gesù morisse solo ed esclusivamente in quel modo: crocifisso. Altrimenti ci avrebbe rimesso anche lui.
È probabile che all’inizio il centurione abbia preso parte quasi sbadatamente a quella serie di eventi: una consegna come quella era una come tante. Poi avrà cominciato a stupirsi ascoltando la folla che gridava a squarciagola il nome di Barabba, notando l’assurdità di quella scelta.
Forse sarà rimasto colpito dalla mansuetudine di Gesù nel subire i maltrattamenti dei suoi soldati: anche su di loro il centurione aveva il dovere di vigilare. Era abituato a quel genere di scene, ma tanta pazienza di Gesù aveva cominciato a penetrargli nel cuore.
Notiamo che l’evangelista dice chiaramente che il centurione arrivò a quella confessione di fede, per averlo visto spirare «in quel modo».
In quel modo…
Due forti grida avevano caratterizzato quella morte: prima Gesù aveva gridato a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni». Poi era spirato emettendo un forte grido.
Due urli che sembrerebbero contraddittori.
Il primo grido, con l’inizio del salmo 21, deve avere turbato anche il soldato pagano: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
Questo primo grido contiene la somma di tutta la disperazione dell’umanità. Essere abbandonati da Dio: questo è “il” male, lo sprofondare del tutto nell’abisso del nulla.
Quell’inizio del salmo sbatte in faccia un dato di fatto scandaloso: nel momento del male e della morte, Dio abbandona l’uomo al male e alla morte.
Il centurione si era sentito profondamente interpretato da quel grido che raggiunge l’uomo nella profondità delle sue solitudini, delle sue paure e delle sue fragilità. Quell’uomo crocifisso è davvero “ogni uomo”.
Ma il secondo grido, quello estremo, aveva cambiato tutto. Di solito chi muore si spegne estenuato. I suoi ultimi segni sono solo tenui respiri o rantoli. Invece Gesù fa udire nel momento del suo transito una voce gagliarda: è la voce di chi ancora ha intatte e vigili le potenze dell’anima e, con piena consapevolezza, riconsegna il suo spirito al Padre; è la voce di una vittoria annunciata: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Sono queste due grida che aprono il cuore del centurione alla più limpida e cristallina di tutte le professioni di fede che troviamo nel vangelo: «Quest’Uomo era Figlio di Dio».
Lo riconosce uomo e uomo fino in fondo, perché ha toccato il punto più basso e degradato dell’umano: muore solo, tradito abbandonato.
Lo riconosce Dio, perché animato da un amore che non è spiegabile umanamente: è l’amore che perdona, sempre; l’amore che sradica il male e lo rende innocuo con il perdono, come nessun uomo saprebbe fare.
Il centurione dice “era Figlio di Dio”, con il verbo all’imperfetto, non perché abbia smesso di esserlo, ma perché lo era sempre stato, anche e soprattutto nella fragilità della condanna, delle torture subite, della condivisione totale con l’ultimo degli uomini. Quel verbo “era” è un invito a tornare a leggere il Vangelo daccapo.
Dunque Gesù, crocifisso e morto, rivela chi è l’uomo e chi è Dio e unisce entrambi in un unico amore.
Gesù è il sì di Dio all’uomo più lontano e maledetto e, insieme, il sì a Dio dell’uomo più lontano e maledetto.
Il Centurione scopre Dio attraverso il suo contrario: vede la Vita che muore, la Parola che tace, il Primo che è ultimo, il Signore che è schiavo, il patibolo che è trono, il Giudice che è giudicato, il Salvatore che si perde, il Benedetto che è maledetto, il Santo che è peccato.
Nel racconto del primo libro della Bibbia, Dio si era messo in cerca dell’uomo che fuggiva da lui: «Dove sei?». Quel lungo cercare l’uomo da parte di Dio, termina finalmente sulla croce.
Ora Dio ha trovato l’uomo: l’ha trovato nel punto più lontano in cui si era gettato e ora ogni uomo – anche il più maledetto, perfino un improbabile credente come un soldato pagano – ha trovato Dio.
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È una liturgia complicata quella della domenica delle Palme.
Al di là del suo aspetto popolare, per cui tanta gente si preoccupa più che altro di accaparrarsi il suo ramo di ulivo, impressiona il contrasto tra l’ingresso gioioso e trionfale che fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, con la lunga e straziante lettura della sua Passione.
Liturgia complicata, perché la vita è complicata! Perché è complicato riconoscere il nostro Dio e Salvatore in un uomo condannato e crocifisso. Perché è difficile credere che l’amore che rende felici, l’amore vero, richiede il sacrificio di se stessi.
Entriamo nei giorni della settimana santa. Dedichiamoli a noi stessi, dedicandoli al Signore! Partecipiamo con generosità ai riti del triduo pasquale, riti che richiedono impegno, preparazione, tempo.
È il miglior regalo che possiamo fare a noi stessi, perché tutto quello che noi possiamo sperare di vero e di buono – per questa vita e per quell’altra – ha nei misteri di questa settimana il suo fondamento.
