Pasqua di Risurrezione B
Mentre scendevano dal monte della Trasfigurazione, Pietro, Giacomo e Giovanni si domandavano tra di loro che cosa intendesse Gesù quando diceva “risuscitare dai morti” (Mc 9, 10).
Anche a noi ce lo chiediamo. La risurrezione non entra nell’ambito delle nostre esperienze e così il significato spesso rimane incompreso; forse qualcuno lo intende in modo allegorico, come un simbolo della rinascita primaverile, oppure come un modo di dire, e in ogni caso, un fatto che resta nel passato.
Se, nella migliore delle ipotesi, la risurrezione di Gesù fosse semplicemente la rianimazione del suo cadavere, sarebbe in fin dei conti un fatto portentoso, ma tutto sommato irrilevante, perché non avrebbe nulla a che fare con noi.
Credo di avere già raccontato un’altra volta un episodio che mi è capitato quando, molti anni fa, insegnavo religione nella Scuola Media di Castenaso.
Ero molto giovane ed era la prima volta che passavo di là dalla cattedra, ma capivo che c’era qualcosa che non quadrava, quando con i ragazzi parlavo del cuore della fede cristiana.
Imposi a tutte le mie classi – quasi duecento alunni – una specie di verifica, che conteneva una sola domanda: “Che cosa significa questa frase: «Cristo è risorto»?”.
Le risposte furono desolanti. Anni di catechismo parrocchiale, i sacramenti dal battesimo alla cresima, per molti di loro l’eucaristia domenicale e forse perfino la pratica della confessione non erano stati in grado di trasmettere neanche una idea vagamente plausibile di che cosa significhi questa semplicissima frase: «Cristo è risorto».
Ricordo che una delle risposte che in qualche modo vagamente approssimativo si avvicinava a qualcosa di cristiano diceva: “«Cristo è risorto» significa che Gesù vive nei nostri cuori”.
Non so voi, ma io cerco di dare un peso alle parole e “vivo nei nostri cuori” per me significa semplicemente “morto”. Poche storie. “Vivo nei nostri cuori”significa che siamo noi a tenerlo in vita con il nostro affetto, con i nostri ricordi… come la nonna… o con i nostri monumenti… come Garibaldi…
In realtà, si accetta abbastanza comunemente che, dopo la morte, la vita di una persona continui in un qualche modo spirituale. Su questo punto, purtroppo, anche molti cristiani dimostrano di avere delle idee molto vaghe e confuse, come quando per un morto ripetono le parole a effetto di un pagano: “la terra ti sia lieve”. Una frase che con due parole è capace di annullare in un istante qualsiasi residuo di cristianesimo.
Dunque l’interrogativo degli apostoli continua anche per noi: che cosa significa risorgere dai morti? Che cosa è successo concretamente a Gesù? Ma soprattutto: che cosa significa questo per noi, per il mondo nel suo insieme e anche per me, personalmente?
Nei vangeli, gli unici indizi che ci sono offerti sono il sepolcro vuoto, un annuncio dato da spiriti soprannaturali e l’inspiegabile trasformazione che è avvenuta in coloro che lo avevano tradito e abbandonato nel momento più drammatico.
Solo indizi che però non costituiscono una prova, non hanno la forza da soli di dimostrare un fatto.
Perché la risurrezione di Cristo è l’esplosione di qualcosa che ci oltrepassa e ci supera.
Tutta la sua vita aveva mostrato che Gesù non era solo, ma era una cosa sola con il Dio vivente. Gesù era come avvolto in un perenne abbraccio che non era solo emotivo, ma che compenetrava il suo essere.
La sua vita non era sua soltanto: era una comunione profonda con Dio e un essere in Dio e per questo la vita non poteva essergli tolta realmente. Solo per amore, Cristo poté lasciarsi uccidere, ma proprio così ruppe la definitività della morte, perché in Lui era presente la definitività della vita.
La sua morte fu un atto di amore. Guardate che questa affermazione è una cosa serissima: “la sua morte fu un atto d’amore”. Nessuno di noi ha il potere di fare questo della propria morte. Noi al massimo potremmo morire “a causa di” un atto d’amore, come gli eroi. La morte di Gesù invece, è in se stessa un atto d’amore, perché è la solidarietà assoluta con l’uomo, è arrivare là dove ogni uomo deve arrivare.
Se, leggendo la Passione, ci aveva colpito domenica scorsa l’esclamazione del centurione: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio”, davanti a quella morte si potrebbe dire con tutta ragione anche l’esatto contrario: “Veramente questo Figlio di Dio era un uomo”.
Ecco. La risurrezione fu come un’esplosione di quell’amore che spezzò l’intreccio fino ad allora indissolubile del ciclo del nascere e del morire, intreccio che marca il passare delle generazioni.
Rubando un concetto alla teoria evoluzionistica, potremmo dire che la risurrezione di Gesù, rappresenta un salto di qualità nella storia dell’“evoluzione” e della vita naturale, verso una nuova forma di vita, soprannaturale, verso un mondo nuovo che, partendo da Cristo, già penetra continuamente e si riversa dentro a questo nostro mondo, lo trasforma e lo attira a sé.
L’annuncio pasquale, che gli angeli hanno trasmesso alla Chiesa fino a noi, dice anzitutto che Gesù di Nazaret – un uomo morto duemila anni fa sulla croce – oggi è veramente, realmente, corporalmente vivo.
Vivo in se stesso: non vivo nel suo messaggio, nel suo esempio, nel suo influsso ideale sulla storia umana; non vivo nei poveri, nei fratelli, nella comunità; che sono tutti segni veri, decisivi della sua presenza, ma sono comunque una conseguenza del fatto primordiale e sorgivo di Cristo che è corporalmente vivo nella sua personale identità.
Ma la risurrezione di Cristo è molto di più che la prodigiosa rianimazione di un cadavere, il ché potrebbe meravigliarci ma di certo non ci riguarderebbe, come la risurrezione di Lazzaro o quella della figlia di Giairo.
Cristo è risorto con il suo proprio corpo: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io!» (Lc 24,39); ma non è tornato ad una vita terrena.
Sì, nel sepolcro di Gesù si sviluppò l’esplosione di una energia d’amore, di misericordia, di vita in grado di spezzare ogni limite della fisicità e della corporeità.
Se avere corpo, per un uomo, significa esserci, essere in relazione, comunicare, amare, il corpo risorto di Cristo ha tutte le possibilità di un corpo, ma senza averne i limiti (e i limiti di un corpo sono l’invecchiare, il soffrire, ma anche l’essere qui e non essere là).
In altri termini, se durante la sua vita terrena Gesù poteva essere solo ed esclusivamente in quel luogo e in quel tempo (la Palestina di due millenni fa), con la risurrezione Gesù può essere, e di fatto è, in ogni luogo e in ogni tempo.
Il modo con cui avviene la risurrezione supera le possibilità della nostra immaginazione e del nostro intelletto; è accessibile solo nella fede.
Non percepiamo fisicamente questa sua presenza perché noi siamo ancora di qua dalla barriera della morte e la nostra conoscenza è ancora prigioniera dei limiti della fisicità, ma Gesù è personalmente e perfino corporalmente vivo e presente, qui e adesso, di più: è vivo e presente in ogni “qui” e in ogni “adesso”.
Gesù è vivo in modo nuovo – un modo che va oltre gli elementi della natura – e l’unica via di conoscenza che ci permette di oltrepassare i limiti della natura è la conoscenza soprannaturale della fede.
Quando Maria Maddalena guarda quell’uomo che le sta davanti, in modo puramente umano, vede il guardiano di un cimitero. Quando il Signore ravviva in lei la conoscenza interiore della fede, allora Maria riconosce il suo amato Maestro e Signore.
Dal mattino di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l’avvio di un nuovo modo di essere: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi discepoli, bensì perché Lui stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna.
La risurrezione non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall’Uomo Gesù Cristo mediante la sua “pasqua”, il suo “passaggio”, che ha aperto una “nuova via” tra la terra e il Cielo. La risurrezione non è un mito né un sogno, non è una visione né un’utopia, non è una favola, ma un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazaret, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto, ha lasciato vittorioso la tomba.
L’annuncio della risurrezione del Signore illumina le zone buie del mondo in cui viviamo. Illumina quel senso di inutilità e di vuoto, quella visione del mondo che non sa andare oltre ciò che si vede e si tocca, e ripiega sconsolata in un sentimento del nulla che sarebbe il definitivo approdo dell’esistenza umana.
È un fatto che se Cristo non fosse risorto, il “vuoto” sarebbe destinato ad avere il sopravvento. Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c’è scampo per l’uomo e ogni sua speranza rimane un’illusione.
Ma se è vero che la morte non ha più potere sull’uomo e sul mondo, tuttavia rimangono ancora tanti, troppi segni del suo vecchio dominio.
La Pasqua non opera alcuna magia. Come al di là del Mar Rosso gli ebrei trovarono il deserto, così la Chiesa, dopo la Risurrezione, trova sempre la storia con le sue gioie e le sue speranze, i suoi dolori e le sue angosce.
Ma in ogni caso, questa storia è cambiata, è segnata dalla sua presenza nuova ed eterna, è realmente aperta al futuro.
Per questo, salvati nella speranza, proseguiamo il nostro pellegrinaggio, portando nel cuore il canto antico e sempre nuovo: “Cantiamo al Signore: è veramente glorioso! Alleluia!”.
