il primo dono del risorto

La tradizione liturgica attribuisce a questa domenica diversi nomi significativi.

È la domenica “in albis deponendis”: cioè il giorno in cui gli adulti che hanno ricevuto il battesimo nella notte della risurrezione depongono l’abito bianco, l’abito – come dice paradossalmente il libro dell’Apocalisse – reso candido nel sangue dell’Agnello.

Ci siamo rivestiti di Cristo, siamo diventati nuova creatura. Ora indossiamo gli abiti della vita comune perché è proprio lì – nella vita comune – che tutti noi discepoli di Cristo dobbiamo portare la testimonianza della grande misericordia che ci è stata donata.

È chiamata anche la domenica dell’ottava di Pasqua: fin dall’antichità la Chiesa ha celebrato i primi otto giorni della Pasqua come un’unica grande domenica, perché il mistero che riviviamo in questa festa è incontenibile, deborda rispetto alle nostre capacità di comprenderlo, di gioirne, di viverlo e un giorno solo non basta per celebrarlo.

È stata chiamata da San Giovanni Paolo II anche “domenica della Divina Misericordia”: nella parola “misericordia”, papa Woytila vedeva riassunto e reinterpretato per il nostro tempo l’intero mistero della Redenzione. Giovanni Paolo II aveva vissuto sotto due regimi dittatoriali e, nel contatto con povertà, necessità e violenza, aveva toccato con mano la potenza delle tenebre, da cui è insidiato il mondo anche in questo nostro tempo. 

Ma sperimentò anche, con molta convinzione, la presenza di Dio che si oppone a tutte queste forze, con il suo potere totalmente diverso e divino: con il potere della misericordia che pone un limite al male. La misericordia esprime la natura stessa di Dio: la sua santità, il potere della verità e dell’amore. 

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Ma di tutti i nomi con cui viene identificato questo giorno liturgico, mi sembra che il più significativo e prezioso resti quello apparentemente più banale: “seconda domenica di Pasqua“, sì perché oggi possiamo riconoscere il primo dono che il Risorto offre alla sua Chiesa, insieme con la sua pace: il primo dono è proprio la domenica.

Il Vangelo di oggi ce lo mostra con chiarezza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana» abbiamo ascoltato all’inizio e poi: «Otto giorni dopo», che – secondo il modo di contare tipico della cultura semitica – indica la domenica successiva.

Quando la comunità è riunita nella santità di questo giorno, il Signore è presente e porta la pace.

La domenica non è e non sarà mai l’incontro della comunità degli irreprensibili e dei perfetti: nella domenica di risurrezione, Gesù si era fatto presente in mezzo al gruppo di coloro che, uno dopo l’altro, lo avevano rinnegato e abbandonato. Dopo i tanti momenti vissuti insieme, tante promesse e belle parole… uno dopo l’altro lo avevano lasciato solo nel momento più duro e difficile e avevano preso vergognosamente le distanze da lui e dal suo vangelo.

Questo incontro domenicale però è segnato per sempre dalla prima parola che il Risorto offre ai discepoli: שָׁלוֹם עֲלֵיכֶם Pace a voi!

La pace che Cristo offre non è un mantello di sorridente indifferenza, che copre un mare di magagne; è invece la pace di chi ha pagato per tutti, la pace di si è fatto carico, di chi ha vinto il male con un bene più grande, di chi ha vinto la morte con una vita sovrabbondante, la pace di chi ha interrotto per sempre la catena del male.

La sua pace è il dono pasquale offerto una volta per sempre, ma il Signore, nella sua misericordia sempre lo rinnova, soprattutto nella grazia di questa pasqua settimanale che è la domenica.

Il Signore sa che noi siamo fatti così: sa bene che non riusciamo facilmente ad aggrapparci ad una intuizione per quanto bella e vera, per costruirci sopra una vita intera. 

Proprio perché siamo come siamo fatti, Dio ha voluto inventare la domenica, che non è un giorno magico, che non è un giorno nel quale il tempo si ferma e non si fermano neppure gli orrori, le violenze e i guai della vita: ma è – e resterà per sempre – il giorno che lui ha fatto per noi, per rimetterci in mano la bussola e ritrovare in lui in nostro orientamento; il giorno che ci aiuta a non dare mai per scontato che stiamo camminando, perché abbiamo un’origine e una meta; e che tutto – anche la fatica – la sofferenza, i guai della vita, tutto concorre sempre al nostro vero bene.

Con il salmo ripetiamo la verità fondamentale: «Questo è il giorno che ha fatto il Signore». La domenica non è il giorno che noi graziosamente dedichiamo al Signore, come se i nostri riti e le nostre memorie potessero aggiungere qualcosa alla sua beatitudine: questo è il giorno che lui ha fatto per noi, perché ne abbiamo bisogno come l’aria che respiriamo; abbiamo bisogno della luce della sua parola, abbiamo disperatamente bisogno di mettere il dito nella piaga, sì in quella piaga che sarebbe solo nostra, ma che lui ha voluto fare sua, e nutrirci di lui, della sua parola, della sua morte, della sua vita.

È del tutto evidente che nei tempi passati la santificazione della domenica era facilitata dalla organizzazione della vita sociale che prevedeva il riposo domenicale come un punto fermo per tutti, con poche eccezioni.

Ma il fatto che respiriamo una cultura e viviamo in un mondo che non ci facilita le cose, non significa che come cristiani dobbiamo cedere su questo punto. Da quando, nell’ottavo giorno, Gesù oltrepassò misteriosamente le porte chiuse del cenacolo, vincendo con l’amore le resistenze dei discepoli, la Chiesa non ha mai dimenticato o trascurato di celebrare il giorno del Signore.

Fino al decreto emesso da Costantino il 27 febbraio del 321, la domenica era un giorno lavorativo come gli altri e le celebrazioni liturgiche della Chiesa primitiva avvenivano nelle prime ore del giorno, prima dell’alba.

Sappiamo che queste riunioni notturne causarono un’ondata di sospetti contro i primi cristiani e attirarono ulteriori persecuzioni contro di loro. Il 12 febbraio del 304, durante il regno di Diocleziano, che ordinò una feroce persecuzione contro i Cristiani, 49 credenti, tra cui un senatore, vennero giustiziati insieme al presbitero Saturnino ad Abitine, nell’attuale Tunisia, rei avere celebrato l’Eucaristia domenicale.

Poiché i romani facevano le cose seriamente, abbiamo ancora i verbali degli interrogatori e – tra tutte – colpisce la dichiarazione di Emerito, uno degli accusati, quando gli fu chiesto perché avesse disobbedito all’ordine dell’Imperatore. Rispose lapidario: «Sine dominico non possumus», cioè: «Non possiamo esistere, senza il giorno del Signore».

Non è solo una questione di coerenza o di osservanza religiosa. È una esigenza interna della nostra fede. La domenica non è affatto come vorrebbe la cultura dominante “il fine settimana”, ma il “primo giorno della settimana”, quello che da l’orientamento al nostro cammino, quello in cui facciamo scorta di energie spirituali per affrontare le sfide della vita.

Io sto notando che sempre più spesso la gente indossa i vestiti che un giorno chiamavamo “della festa” per andare a lavorare e poi si infila la tuta per celebrare la domenica. Quando la domenica perde il significato originario può capitare che l’uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto, che non gli consente più di vedere il cielo. Allora, per quanto vestito a festa, l’uomo diventa intimamente incapace di fare festa.

Oggi è il primo giorno, il giorno in cui “Dio disse: «Sia la luce!» e la luce fu”. Dunque è il giorno in cui celebrare con gratitudine la gioia di esserci, la gioia di esistere, di essere vivi. Da una domenica tutti noi siamo nati.

Oggi è il giorno in cui Cristo ha fatto esplodere la luce nuova della risurrezione. È dunque il giorno per celebrare con gratitudine non solo la gioia di esserci, ma anche di avere una speranza per la vita; la gioia di sapere che non saremo solo un buon pasto per i vermi del cimitero, ma che siamo destinati a quel regno in cui tutti i conti saranno pareggiati, tutte le ingiustizie saranno ripagate, in cui tutti i misteri che ci turbano saranno rivelati. Da una domenica siamo nati, da una domenica tutti noi siamo ri-nati.

Oggi è il giorno in cui Cristo soffia su di noi: «Ricevete lo Spirito Santo», cioè l’amore in persona. “Senza lo Spirito Santo, – disse un vescovo ortodosso – Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo è lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto una rievocazione arcaica, l’agire cristiano una morale da schiavi. Ma nello Spirito Santo, il Cristo risorto è presente qui e adesso, il Vangelo diventa vita, la Chiesa è riflesso della comunione trinitaria, l’autorità diventa servizio che libera, la missione è una pentecoste, la liturgia è presenza e anticipazione, l’agire umano viene deificato”. (cfr. Ignazio di Laodicea, 1968)

Tutto cambia. Da una domenica tutti noi siamo nati; da una domenica siamo ri-nati, da una domenica siamo trasformati in figli.

Non lasciamoci derubare la santità di questo giorno. Per aiutarci nella complessità della vita moderna, la Chiesa oggi ci offre molte possibilità rispetto a un tempo, come ad esempio la messa nella sera del sabato (ai primi vespri) o della stessa domenica. Oltretutto, ovunque siamo nel mondo, in qualunque lingua o rito sia celebrata la Messa, noi siamo sempre a casa, siamo sempre in famiglia. Un giorno dovremo rendere conto di tante opportunità mancate!

Giorno del Signore. Giorno della Chiesa. Giorno del riposo, giorno della famiglia. Giorno della fraternità e della gioia.

Il giorno in cui come Tommaso mettiamo il dito nella piaga, confessando le nostre cadute e le nostre mancanze e soprattutto la sua misericordia. Giorno in cui il Signore spezza per noi il pane della sua Parola e dei suoi sacramenti. Giorno in cui ridire le parole più luminose del sole: «Mio Signore e mio Dio!».

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