Terza domenica di Pasqua B
La pagina evangelica che abbiamo appena ascoltato si apre subito con il racconto di una clamorosa inversione di rotta: con una sola parola, diremmo “conversione”.
I due discepoli di Emmaus, dopo avere compiuto il lungo cammino che dalla città santa li riportava al loro loro villaggio, distante diversi chilometri, improvvisamente, senza indugio e a sera decisamente inoltrata, ritornano sui loro passi fino al Cenacolo.
Noi associamo spesso la parola “conversione” all’idea di un cambiamento di comportamenti, di valori morali. È evidente che si tratta anche di questo, ma il cambiamento etico, il cambiamento dei comportamenti non è il vero motore della conversione.
Conversione è guardare alla vita in modo nuovo, alla luce di un incontro.
È esattamente quello che è accaduto ai due discepoli: lasciavano Gerusalemme nella delusione e nella tristezza e ora vi ritornano con gli occhi e il cuore pieni di un incontro.
* * *
Il nocciolo di tutto – come ci ricorda con forza il brano evangelico di oggi – è la questione della risurrezione di Gesù.
E, a queso proposito, ci imbattiamo subito in una prima difficoltà. Se volessimo mettere insieme tutte le informazioni che ci sono consegnate dai quattro vangeli, riguardo lo svolgimento dei fatti di quel primo fatidico giorno della risurrezione di Cristo, vedremmo subito che non è possibile ricostruire una cronologia esatta degli avvenimenti di quegli incontri, di quelle apparizioni, tenendo insieme i vari elementi forniti dai quattro evangelisti.
Già alcuni padri della Chiesa tentarono in qualche modo di armonizzare i racconti evangelici, cercando di ridurre a uno i quattro vangeli: lo chiamavano il “Diatesseron”, che significa “uno attraverso quattro”.
Mi sembra che anche il Corano cerchi di insinuare il dubbio che i Vangeli cristiani in fondo non siano affidabili, proprio a causa di questo genere di incongruenze cronologiche tra i quattro racconti.
La questione è seria: la risurrezione di Cristo è un fatto storico? È qualcosa che è accaduto realmente o è solo un fatto simbolico o una metafora?
Non pochi teologi, anche molto rinomati e citati, cercano ancora dare una risposta umanamente più “gestibile” al problema della risurrezione di Cristo e purtroppo queste concezioni false sono molto più predicate di quanto non si immagini.
Secondo loro, per esempio, la risurrezione non sarebbe tanto qualcosa che è accaduto a Gesù: la Pasqua sarebbe piuttosto spiegabile come una esperienza soggettiva dei dodici, una specie di esperienza “mistica”, dei primi discepoli che avrebbero avuto improvvisamente una nuova comprensione dell’identità del loro maestro e pace se mai e poi mai i dodici hanno dato l’impressione di essere uomini inclini ai misticismi.
Anche oggi, nel linguaggio della meditazione devota o della predicazione e anche in certi canti, troviamo frasi come: “Gesù deve risorgere nei nostri cuori”; e si vuol forse dire semplicemente che il ricordo di lui deve risorgere nella nostra memoria, le sue parole devono tornare ad illuminare la nostra vita e che il suo esempio deve diventare stella polare che orienta il nostro cammino. Che è vero, ma poi stringi stringi frasi come queste diventano un modo molto garbato, per dire che Gesù è morto come tutti gli altri e che in realtà siamo noi a tenerlo in vita con i nostri ricordi.
Per non parlare di chi spudoratamente intende la Pasqua come una metafora della primavera, della vita che rinasce, un messaggio di speranza, un pacca sulle spalle… insomma tutto tranne che un fatto.
* * *
Allora dobbiamo essere chiari su questa questione perché la differenza tra un cristiano e un non cristiano sta tutta qui: la risurrezione di Cristo è un fatto realmente accaduto, in un momento ben preciso del tempo e dello spazio. È un fatto che, secondo i calcoli più accreditati è accaduto in un cimitero subito fuori di Gerusalemme, la mattina molto presto di domenica 9 aprile dell’anno ’30.
Ma dire questo non è ancora dire tutto: perché la risurrezione di Cristo è un fatto, ma è un fatto che va molto oltre la storia.
E qui ci mancano davvero le parole per dirlo. Permettetemi di provare in questi termini: la risurrezione di Cristo è come “l’esplosione di un attimo” (non di un atomo…), un attimo che ha la forza di raggiungere tutta la storia e tutta la realtà e quindi non può semplicemente essere imbrigliato in un resoconto cronologico, come se fosse un accadimento come gli altri.
La risurrezione di Cristo è un fatto che esplode in ogni direzione: esplode verso il passato, verso il presente e verso il futuro; anzi verso l’eternità…; è un fatto che esplode verso ogni tempo e ogni luogo.
La sua potente onda d’urto raggiunge allo stesso modo chi è vissuto prima e chi è vissuto dopo di lui, così che possiamo dire in modo reale e non metaforico: “oggi Cristo è risorto”.
Gli evangelisti hanno subito capito che ciò che era essenziale a questo punto, non era tanto quello di limitarsi a riferire una cronaca della risurrezione, quanto di aiutarci a comprendere e portare nel cuore un fatto che è assolutamente nuovo e imparagonabile con qualsiasi altra cosa sia mai accaduta.
Nei vangeli è costantemente riferito un fatto decisamente scomodo che mai viene censurato: e cioè che i discepoli lo riconoscevano sempre con grande difficoltà, ma allo stesso tempo senza mai equivocare; ciò che vedevano non era uno spirito o un fantasma.
Nel brano di oggi, abbiamo ascoltato di come gli apostoli lo vedono, lo toccano, e addirittura mangiano con lui; fanno addirittura un lungo tratto di strada insieme, ma tutto questo non è ancora sufficiente per poterlo riconoscere.
Perché succede che lo abbiano davanti, ma non siano in grado riconoscerlo immediatamente?
Perché cercavano di individuarlo, di riconoscerlo, utilizzando le categorie mentali che conoscevano, quelle “di prima”: conoscevano Gesù come era, non come è; paragonavano il presente al passato, ma non lo potevano riconoscere nell’eternità.
Forse i discepoli durante la sua vita terrena erano attratti dalla forza del suo sguardo o della sua parola, o dal fascino della sua radicalità, o dai gesti forti che compiva, o dal suo carattere deciso, dalla sua signorilità, dalla sua simpatia.
Ma ora tutto questo non basta più: il passato non viene negato, perché Cristo è sempre lui – il Rabbi di Nazaret – ma questo modo umano di conoscerlo non è più sufficiente. I discepoli dovevano compiere il grande salto della fede.
È la stessa difficoltà del credere che abbiamo noi oggi: Gesù parla, ma non come parlano i mortali. Gesù ama, perdona, guarisce, consola, ma non come lo fanno i mortali. Gesù non è un’emozione, è una persona viva. Non lo catturano i sensi del corpo, ma la fede lo riconosce.
* * *
Non è fuori luogo domandarsi se, anche oggi, la risurrezione di Gesù occupi un posto centrale nella nostra fede.
Le prime generazioni di cristiani si trovarono ad affrontare gente imbevuta di una cultura, quella ellenistica, che magari li facilitava nel credere all’immortalità dell’anima, ma che giudicava negativamente la materia e che in alcuni filoni addirittura esaltava la morte come liberazione dalla prigione del corpo. Quando San Paolo parlò per la prima volta di risurrezione ad Atene si fece ridere dietro da tutti gli intellettuali.
Oggi i motivi per negare di fatto la risurrezione forse sono altri: ai nostri tempi l’interesse religioso sembra più attratto dalle questioni dell’impegno etico, sociale o politico per un mondo più umano, come se questo fosse il cuore della nostra fede.
Ma ciò che rischia di rendere secondaria, se non inutile, la fede nella risurrezione è per lo più questo nostro modo di vivere distratto, assorbito da mille cose, che non lascia più spazio per ciò che conta veramente.
In ogni caso, qualunque siano le ragioni, una vita cristiana senza fede e speranza nella risurrezione non è più la fede degli apostoli. E non è più la fede che Gesù ha chiesto per la sua persona.
Ridurre il Vangelo all’ideale di costruire un mondo migliore è una censura del Vangelo stesso, perché la risurrezione promette molto più di un mondo migliore ed è proprio questa speranza nel paradiso (usiamola questa parola!) che rende migliore il mondo.
Ovunque la buona notizia della risurrezione di Cristo – la buona notizia del paradiso – è stata creduta e annunciata, sono fioriti i segni di una vita nuova e di una nuova civiltà.
Credere nella risurrezione di Cristo e nella nostra, vuol dire leggere con occhi nuovi e pieni di speranza tutte le esperienze umane che costituiscono, lo si voglia o no, la trama della nostra vita. È esattamente quella “conversione”, da cui siamo partiti: rileggere la realtà con occhi nuovi.
((Vedere le cose in modo nuovo, se incontri il dolore, per cui ti viene incontro Gesù che è “Il chicco di grano che caduto in terra è morto per produrre molto frutto” (Gv 12,24).
Se sei perseguitato o ti senti isolato solo nelle tue convinzioni, il Risorto ti ricorda che il discepolo non può essere trattato diversamente dal Maestro e che attraverso la croce si giunge alla risurrezione.
Vedere le cose in modo nuovo, quando i tuoi sforzi falliscono e sembrano inutili, è guardare a Cristo, il divino seminatore che getta il seme con abbondanza, fino allo spreco, perché sa che la parola di Dio porta sempre frutto in qualche modo misterioso.
E quando hai l’impressione che il male, la prepotenza e la stupidità soffochino la verità, l’amore e la giustizia, sai che lo stesso è già accaduto nei confronti di Gesù. La malvagità degli uomini lo ha inchiodato alla croce, pensando così di toglierlo di mezzo; ma Dio lo ha risuscitato e Gesù continua a salvare l’uomo)).
Dio è fedele e ha creato tutto per la vita, non per la morte. Dio è fedele: non è pensabile che egli abbia creato l’uomo per poi abbandonarlo alla morte; non è pensabile che abbia creato l’uomo con una profonda sete di vita nel cuore per poi lasciarla delusa.
Di questa fedeltà di Dio all’uomo la risurrezione di Gesù è il segno sicuro.
