Quarta domenica di Pasqua B
Dopo avere ripercorso gli eventi legati alla risurrezione del Signore, con questa domenica abbiamo ripreso a sfogliare all’indietro il Vangelo secondo Giovanni: un fatto apparentemente banale, ma che in realtà dice molto del nostro rapporto con le Scritture.
Quando nella santa Chiesa di Dio noi apriamo un libro antico di millenni, come il Vangelo, non facciamo archeologia, ma viviamo un incontro reale con colui che sappiamo essere il Vivente, che parla al nostro cuore e illumina la nostra vita.
In particolare il brano che abbiamo appena ascoltato – con quella immagine così suggestiva del “bel Pastore” – ci riporta al momento della guarigione del cieco nato, uno dei segni forti messi in atto dal Signore, per manifestare la sua identità e la sua missione: non per niente è uno degli episodi che fu alla base della decisione, da parte del sinedrio, di mettere a morte Gesù.
Il cieco guarito era stato scacciato dai capi del popolo che non erano interessati alla ricerca della verità, ma solo a confermare i loro pregiudizi e il loro interesse.
È questo il contesto in cui possiamo comprendere meglio le parole che abbiamo ascoltato: «Al mercenario non importa delle pecore; io sono il buon pastore, il buon pastore offre la vita per le pecore».
Prima ho detto il “bel pastore”: è in effetti la traduzione più letterale dal greco. La cultura ellenistica, che era dominante nel Mediterraneo, aveva sviluppato un concetto molto prezioso anche per il pensiero cristiano: è cioè che esiste una coincidenza tra bontà e bellezza.
Mentre nel nostro sentire comune “non è bello ciò che è bello…”, nella cultura antica, la bellezza non è per niente una questione di gusti. La bellezza è questione di bontà, di verità, di giustizia.
E anche per noi cristiani, la via della bellezza, come quella della bontà e della verità, sono tracce della presenza di Dio.
Ovunque noi troviamo una traccia autentica di bellezza e di bontà, quello è oggettivamente un riflesso dell’amore e della verità di Dio.
Tornando all’immagine del pastore, Gesù la contrappone al mercenario: il mercenario lavora per la paga, per l’interesse; di fronte ad un rischio, pensa prima di tutto a se stesso: invece l’interesse del pastore coincide con quello delle pecore, anzi, sono le pecore stesse.
Ma forse vale prima la pena anche di ricordare che quando il Signore parla di noi chiamandoci “pecore” e “gregge”, usa queste immagini non perché ci reputi privi di intelligenza, ma per illuminarci proprio sulla sua totale dedizione d’amore per noi. Anzi queste parole sono esattamente un appello alla nostra fede intelligente, un appello a non cascare nelle trappole dei falsi pastori.
Quanti presunti maestri, quanti opinionisti, quanti pretesi pastori cercano di attirarci con qualche falso vangelo, magari suadente e convincente, innocuo quando va tutto bene, ma che poi non può reggere l’urto contro le difficoltà della vita.
Ciarlatani che pretendono di pascolare il gregge di Cristo, magari con insegnamenti che non disturbano, che accarezzano i sentimenti o assecondano perfino gli istinti! Amano farsi chiamare “profeti scomodi”, quando in realtà propongono un vangelo comodissimo, politicamente corretto, (e assolutamente “inclusivo”, non sia mai…), ma spiritualmente vuoto.
Quelli che ti tranquillizzano sorridendo dicendo che Dio ti ama come sei, e chi se ne frega se poi sostanzialmente resti come sei, con i tuoi problemi, le tue fragilità, le tue paure… un vangelo, direbbe San Paolo, “modellato sull’uomo”, ritagliato su misura per accontentare i gusti di tutti, e non disturbare nessuno.
A cosa serve un Dio che mi ama come sono, se poi mi lascia sostanzialmente come sono?…
Questi mercenari del gregge magari non negano le verità della fede. Più facilmente le tacciono, pensando che così sia più facile dialogare con tutti.
Un Padre della Chiesa, grande formatore di pastori, san Gregorio Magno, osserva che “non è possibile distinguere il buon pastore dal mercenario, finché non si presenta il pericolo. Finché va tutto bene, pastore e mercenario custodiscono il gregge allo stesso modo. Ma quando sopraggiunge il lupo si svela l’intenzione con la quale ciascuno dei due stava a guardia del gregge”.
Per questo Gregorio esorta anche le pecore: “interrogatevi se siete davvero pecore di Cristo, chiedetevi se lo conoscete, se possedete la luce della verità”.
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Soprattutto il Signore nel Vangelo ci offre oggi una parola piena di luce; direi perfino sconvolgente, se sapessimo leggerla con lo stupore della fede.
Prima di riprenderla, conviene ricordare la grande consistenza, nel linguaggio biblico, del verbo “conoscere”: ogni tanto si fanno delle ironie su accezione biblica del verbo conoscere; ma è proprio vero che, nella Bibbia, la conoscenza è molto più che una attività intellettuale: è proprio l’esperienza di un incontro, ha a che vedere con l’amore, un amore integrale, pieno, perfetto, un amore che è dono reciproco.
Ed ecco quanto ci ha detto il Signore: «Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, (è già questo è tantissimo… ma ora c’è una analogia incredibile:) come il Padre conosce me e io conosco il Padre».
Con questa analogia, il Signore apre per noi un mondo di meraviglia: la nostra relazione con Lui è paragonata da Gesù a quella che Lui ha con il Padre.
Guardate che questa sarebbe una bestemmia bella e buona, se non venisse da lui: come è possibile mettere in relazione i nostri limiti, le nostre fragilità, la nostra miseria, con la grandezza, la purezza, la perfezione dell’amore di Dio?
«Il Padre conosce me e io conosco il Padre»: dentro a queste parole c’è il mistero di per sé impenetrabile dell’amore purissimo, dell’amore assoluto, dell’amore che è la Trinità.
Ma mentre il rapporto tra il Padre e il Figlio è rapporto di uguale ad uguale, il rapporto tra il Pastore (che è Cristo) e il gregge (che siamo noi) è rapporto tra il perfetto e l’imperfetto; tra eterno e mortale; tra onnipotente e limitato; tra il santo e il peccatore.
Questo è l’annuncio sconvolgente, che parla della nostra immensa fortuna di essere parte del gregge di Dio, di essere amati perfettamente, anche se siamo tutt’altro che perfetti.
Camminare dietro al Signore può apparire una scelta ardua ed esigente, talvolta, e decisamente scomoda, perché è vero che ci chiede spesso di rinunciare a ciò che sul momento sembra attirarci, per liberare il cuore al vero amore e al vero bene.
Ma sopra a tutto resta l’impareggiabile fortuna di essere chiamati, di essere il gregge del Signore: quel gregge dove ognuno è totalmente se stesso, con la sua identità e i suoi doni personali, ma dove ciò che conta più di tutto è essere con lui, con il Signore.
Ed è proprio dentro a questa meraviglia che oggi preghiamo con tutte le nostre forze per i giovani, perché possano realizzare la vocazione con la quale il Signore li chiama nel suo gregge.
Il Signore ti conosce come solo un Dio conosce: ti chiama a dire un grande “Sì” all’amore, secondo strade differenti, che possono essere il matrimonio, la consacrazione verginale o il servizio pastorale; strade differenti ma che si riducono tutte a una: la via dell’amore che è per sempre…
Una delle più grandi sfortune che tocca ai nostri giovani è che abbiamo creato per loro un mondo nel quale sembra impossibile pensare a scelte definitive.
È sempre stato difficile, in realtà, ma oggi siamo diventati prigionieri dell’attimo presente e risulta perfino assurda l’idea di legarsi a una scelta “per sempre”, “nella buona e nella cattiva sorte”.
Come ha ricordato anche recentemente il nostro Arcivescovo, pensare alla vita come vocazione, significa mettersi nella prospettiva di fare la volontà di Dio – cioè la volontà di un altro! – per arrivare a scoprire che la volontà di Dio è esattamente la nostra volontà, il progetto che ci corrisponde alla perfezione. “Stare con Lui ci libera dalle paure, dalle delusioni, dalle incertezze che ci fanno rimandare le decisioni”.
Oggi il Signore mette tutta la forza della sua vita donata fino alla fine, per garantire ad ognuno che sì, l’amore è per sempre, perché il Pastore dona la vita e davanti al lupo non fugge.
