Quinta domenica di Pasqua B
Il Vangelo di questa quinta domenica di Pasqua ci riporta nel cenacolo. È la sera decisiva della Cena, del tradimento e dell’agonia. È l’ora della verità che ci consente di riconoscere che la fine di Gesù non è stata la triste fine di un incompreso profeta di belle speranze, ma il momento decisivo che contiene e rivela tutto il disegno di Dio.
Questa circostanza mi fa pensare alle ultime ore terrene di una santa donna che ha legato profondamente la sua vita alla nostra città: la beata Maria Rosa Pellesi.
Era una giovane suora originaria di Sassuolo, morta nel 1971. Pochissimi mesi dopo la sua professione religiosa, si manifestarono i sintomi della tubercolosi per la quale venne ricoverata in ospedale.
Tutti i suoi sogni giovanili crollarono in un istante. Quando le consorelle la lasciarono sola in ospedale, fece questa preghiera: «Sono entrata in ospedale piangendo, fammi uscire di qui nella gioia. Mi sono consacrata a te. Sia fatta la tua volontà. Solo ti chiedo un poco di tempo per convertirmi».
E il Signore accolse quella preghiera. Maria Rosa visse ben 27 anni ancora, ma sempre ricoverata in ospedale. E di questi 27 anni, ben 24 li trascorse internata nell’Ospedale Bellaria di Bologna. Maria Rosa ebbe molte crisi che la portavano in fin di vita, ma poi non moriva e non guariva.

Per anni e anni fu sottoposta a terapie estremamente dolorose e invasive. Più volte al giorno una grossa siringa le perforava il costato per aspirare il liquido che le si formava nei polmoni. E come se non bastasse, in seguito ad un incidente durante uno di questi interventi, si portò per 17 anni un grosso ago spezzato conficcato nel torace, a pochi millimetri dal cuore, senza che riuscissero ad asportarglielo.
Maria Rosa con la sua fede limpida trasformò quel periodo infinito di malattia in una lunga occasione di servizio per chi soffriva con lei: servizio, consolazione, ascolto, preghiera. Anche i medici andavano a confidarsi con lei e a chiedere i suoi consigli.
Maria Rosa non era bolognese, ma ogni sera – se il fisico la sorreggeva – saliva ai piani alti del Bellaria, dai quali vedeva le luci della città all’orizzonte; seguiva con lo sguardo le luci dei treni di passaggio. Dietro ogni luce sapeva vedere una famiglia, una storia, una speranza: ogni luce per lei era una preghiera da donare al cielo.
Per anni e anni la nostra città è stata benedetta dalla preghiera di questa santa. Maria Rosa, senza mai metterci piede entrò nel cuore di Bologna.
Quando era ormai evidente che era arrivata la sua ora, la trasferirono nel convento di Sassuolo, vicina alla sua famiglia. Con il poco fiato che le rimaneva disse queste parole: «Lo dico in un momento in cui non posso mentire: sono felice, perché muoio nell’amore; sono felice, perché amo tutti!».
Era il 1 dicembre 1972 e da alcuni anni la sua memoria è entrata anche nel calendario liturgico della nostra diocesi.
Ho raccontato brevemente della Beata Rosa, proprio per quelle parole: «In questo momento non posso mentire», che mi hanno fatto molto pensare all’ultima sera di Gesù.
Se ogni singola parola di Gesù ha un valore inestimabile, riconosciamo nelle parole dell’ultima sera un tesoro straordinario, al quale dobbiamo ritornare spesso, soprattutto nei momenti in cui sentiamo il peso e le difficoltà della vita.
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore»: così, in quell’ora “in cui non si può mentire”, Gesù annuncia che finalmente si sono compiute le speranze di Dio.
Nella Bibbia molte volte era stata usata l’immagine della vigna per descrivere la cura che Dio ha nei confronti del suo popolo: come un bravo viticultore, Dio ha fatto spazio al suo popolo, lo ha protetto, gli ha dato forza e sostegno, con la speranza di essere ricambiato con i dolci frutti dell’amore.
Ma quante volte il popolo ha deluso il suo Dio, voltandogli le spalle e cercando rifugio nelle proprie sicurezze umane!
Ora però la vite produce finalmente il frutto atteso. Gesù stesso è la vite vera che ricambia il divino viticultore con i frutti dell’obbedienza e dell’amore.
Gesù è la nuova umanità che finalmente piace a Dio. Sulla croce, nello stesso momento, c’è Dio che offre la vita per l’uomo, ma c’è anche l’uomo che offre la vita per Dio: in Gesù l’amore di Dio è pienamente corrisposto dall’uomo.
Dio non ha amato inutilmente l’umanità, perché Gesù di Nazaret, da solo, basta a ripagarlo perfettamente del suo amore.
E in più Gesù non è affatto solo. Ecco la novità che ci tocca da vicino e che ci è rivelata in quella notte in cui “non si può mentire”.
Come la vite non è senza i tralci, così anche Cristo non è senza i suoi discepoli. Chi gli appartiene attraverso la fede, forma con lui un cuore solo e un’anima sola.
C’è un verbo nel brano di oggi che ritorna (se non sbaglio almeno 7 volte): “rimanere”: è un verbo chiave nel Vangelo.
“Rimanere”: un verbo che indica stabilità di vita, anche nel variare delle situazioni, dei tempi e delle culture; ma una stabilità che non significa inerzia, passività: è una adesione che chiede di essere sempre rinnovata, riaffermata, coltivata, amata, desiderata.
Questa stabilità di vita, che dovremmo desiderare con tutto il cuore, non è certo immobilismo, che tra l’altro sarebbe decisamente incompatibile con i ritmi della vita di oggi. È piuttosto la solidità di una esistenza fondata su un amore che regge anche alle prove, ai cambiamenti, alle tentazioni e anche alle cadute.
Pensiamo ancora alla beata Maria Rosa: quei 27 anni di ospedale, sempre così pesantemente uguali a se stessi, ma sempre così carichi di novità.
Come si fa a reggere il peso della vita, se non hai un appoggio che ti dia stabilità, sicurezza e forza, in un mondo che invece preferisce le banderuole disposte a voltarsi dove soffia il vento, gente che cambia idea con la stessa facilità con cui si emoziona e si dis-emoziona?
«Rimanete in me e io in voi»: è il dono reciproco che il Signore prima di chiedere offre. È come se dicesse: “Credete in me, come io credo in voi”.
L’alternativa non è tra il molto e il poco, ma tra il molto e il nulla: «Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla».
* * *
Ma c’è ancora una considerazione che mi sembra decisiva.
La cura amorosa di Dio per la vite vera richiede interventi che possono anche essere dolorosi. Gesù usa i verbi “potare” e “tagliare”: «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto».
Soprattutto per chi, come me, non se ne intende, a un primo sguardo “potare” e “tagliare” sono la stessa cosa; in fondo si tratta di recidere. Una pianta appena potata fa una certa impressione.
Ma è il fine che è diverso: i tralci sterili sono messi a seccare per essere bruciati, mentre sui tralci fecondi Dio interviene con sapienza perché possano avere ancora più forza.
Pensiamo ancora alla nostra Beata Maria Rosa, all’orrore di quel ricovero in ospedale, l’orrore di quegli aghi infilzati quotidianamente nel torace; la frustrazione di non guarire mai; di sentirsi in gabbia, di non poter fare tutto il bene che avrebbe voluto.
Sì: la divina potatura è così tanto simile a un taglio senza speranze. Ma oggi Gesù ci invita a guardare alla più grande di tutte le potature, che è la sua stessa croce; ad avere fiducia nell’opera di Dio; a non trarre conclusioni prima del tempo; a non giudicare mai l’opera di Dio: la croce è misteriosamente necessaria perché cresca l’amore.
Lasciati amare dal Signore e abbi fiducia in lui!
Un giorno misero in stanza con lei una donna anziana insopportabile. Maria Rosa a costo di restare senza fiato la serviva; con il suo ago piantato nel costato, si piegava faticosamente per lavarle i piedi, ricevendone in cambio solo brutte risposte.
In una lettera al nipote sacerdote, Maria Rosa scrisse: «È sclerotica e non ha pace mai… dorme pochissimo, parla che non si capisce niente e non tace mai… il buon Dio vuole esercitarmi nella pazienza…. ma sappi che sono decisa a rimetterci anche la pelle». «Le anime sono costate troppo a Gesù per lasciarle perdere».
Qui i testi liturgici propri della beata M. Rosa Pellesi

