al cuore si comanda

I cinquanta giorni del tempo pasquale, che seguono i 40 della quaresima, costituiscono la stagione dell’anno liturgico più ricca di grazia: nelle intenzioni della Madre Chiesa questo tempo dell’alleluia dovrebbe essere un pallido anticipo del paradiso.

In questi giorni, in molte comunità si celebrano i sacramenti dell’iniziazione cristiana, (Cresime, Prime Comunioni, ma anche tanti Matrimoni), e ci si sofferma con più intensità sul mistero eucaristico che porta al cuore dell’esperienza cristiana.

In questi giorni ci sentiamo anche particolarmente coinvolti in un rapporto di devozione e di amore con la Madre di Gesù: nell’ora solenne del venerdì santo, ci era stata donata come Madre dal Salvatore crocifisso e, specialmente in questo tempo di risurrezione, impariamo ad accoglierla nella nostra casa e nella nostra vita, come madre e come protettrice delle nostre speranze più vere. 

In questi giorni, soprattutto nelle domeniche di Pasqua, la Santa Liturgia ci offre le pagine più luminose del Vangelo, in particolare le parole che Gesù pronunciò nell’intimità del Cenacolo, in quell’ultima sera quando amò i suoi fino alla fine. Erano riunite con lui poche persone, ma misteriosamente ognuno di noi era lì presente con lui.

E queste sono parole del Signore che amiamo ascoltare e riascoltare, perché da esse viene la nostra forza nei momenti delle difficoltà e della prova, perché costituiscono le nostre convinzioni più profonde, le fondamenta di tutto l’edificio della nostra esistenza, cercando di non farle mai scivolare nell’abitudine.

«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi».

Gesù mette in relazione diretta il rapporto che esiste tra noi e Lui, con il rapporto incredibile e inimmaginabile che esiste tra Lui stesso e il Padre.

«Come il Padre ha amato me…»: una mezza frase che potremmo tradurre con una parola sola, “Trinità”: il Padre, il Figlio, l’Amore. 

La Trinità non è un concetto astratto, adatto a teologi professionisti e lontano dalla nostra vita concreta. La Trinità è davvero, come dice il poeta, «l’amor che move il sole e l’altre stelle»: è il motore di tutto, è la forza di tutto ciò che esiste.

La buona notizia che Gesù ci offre è che questa inarrivabile e purissima sorgente di amore che è la Trinità, è profondamente connessa con la nostra povera vita, con la concreta esistenza di noi poveri peccatori, miscredenti, così impacciati e sempre segnati dai nostri limiti.

Torniamo per un attimo al primo giorno di Quaresima, al mercoledì delle ceneri, quando la Chiesa, con un immenso atto di misericordia, ci ha ricordato la verità delle cose: «Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai». 

Non c’è bisogno di fare ragionamenti filosofici o mistici: conosciamo fin troppo bene i nostri limiti, il valore effimero dei nostri sentimenti, i mille tradimenti che segnano la nostra vita di ogni giorno.

In risposta a quella parola delle ceneri, oggi – nel cuore della Pasqua – possiamo rispondere con infinita commozione: “Sono polvere sì, ma polvere amata da un Dio. Anzi, sono polvere amata come se fossi Dio, proprio come il Padre ama il Figlio”.

Ma giusto accanto a quella parola così affascinante – “amore – ne ascoltiamo da Gesù un’altra che invece ci riesce meno simpatica e che sembra forse stonare con l’idillio meraviglioso dell’amore: è la parola “comandamento”. 

Tra i mille luoghi comuni dei quali siamo convinti ce n’è uno scontato: “Al cuore non si comanda!”. Non ci può essere nessuna relazione tra amore e comandamento. 

È da questa convinzione – molto ambigua in realtà – che deriva la nostra idolatria pratica verso lo spontaneismo e, con esso, molti dei nostri guai più seri. 

Non è vero che noi, sotto sotto, siamo convinti che solo le cose che ci vengono spontanee, sono in grado esprimere il vero amore?

Questo è un punto critico e dovremmo riflettere sul fatto che purtroppo il più delle volte ciò che ci esce dal cuore – e in modo decisamente spontaneo – sono le cose più superficiali, se non addirittura le più turpi…

In ogni caso, Gesù non ha altra parola per esprimere la concretezza dell’amore che la parola “comandamento”: «Rimarrete nell’amore, se osserverete i miei comandamenti, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore».

È evidente che Gesù non parla qui di precetti, di regolamenti e norme imposte dall’esterno: il suo rapporto con il Padre non è il rapporto di uno schiavo sottomesso al padrone e neppure di un suddito sottomesso al sovrano. 

C’è invece nel cuore di Gesù una sintonia talmente profonda con il cuore del Padre, che Gesù sente urgere dall’interno, come volontà propria, la volontà del Padre. 

C’è un senso del “dovere”, nel cuore e nella vita di Gesù, ma non è affatto un dovere che lo limita nella libertà, come se fosse una imposizione esterna: è un dovere invece che gli preme dal di dentro, dal desiderio di essere con il Padre, dall’amare con tutto se stesso ciò che il Padre ama.

Non c’era un regola che imponeva a Gesù di salire sul Calvario e di farsi crocifiggere. Non c’era un precetto, una legge, un regolamento, un ordine impartito da qualcuno che lo vincolava a soffrire la passione per noi. 

Eppure Gesù in tutto il vangelo, lo dice e lo ripete più volte: “Bisogna che io vada a Gerusalemme”, “il Figlio dell’uomo deve soffrire molto”…: non il dovere di una legge, ma l’urgenza dell’amore consumato fino alla fine.

Ecco perché la festa della Pasqua non cancella la memoria della Passione. Anzi, quanto più cresce la nostra fede, tanto più cresce anche la memoria e la contemplazione del dono di Cristo. 

È qui che impariamo la misura dell’amore, l’unico vero comandamento che libera: “amare per sempre e fino alla fine” . 

L’amore, più che con i sentimenti spontanei, ha a che vedere con la volontà, con la direzione che con tutto noi stessi vogliamo imprimere alla nostra vita. L’amore che non diventa “dovere” non è neanche una favola: è una triste illusione.

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E per venire ancora di più al concreto, Gesù afferma che la misura più alta dell’amore che è possibile in questo mondo è «dare la vita per gli amici».

Io vorrei riflettere con voi sul fatto che, in realtà, Gesù riesce ad andare oltre – e anche di molto – a questa misura, perché in realtà il Signore non ha dato la vita per i suoi amici: l’ha data per una umanità che gli era ostile; Gesù ha dato la vita per chi non lo ha riconosciuto, per chi lo ha tradito, per chi lo ha rinnegato; in egual misura ha dato la vita per chi l’ha combattuto, per chi lo ha condannato; ha dato la vita per chi lo ha sottoposto a tortura e lo ha appeso sulla croce. Ha dato la vita per noi, perché “Cristo patì per i nostri peccati”.

Scrive l’apostolo Paolo nella lettera ai Romani: «Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». (Rm 5,7-8).

Cristo ha dato la vita non per gli amici, ma per rendere amico chi lo ha crocifisso; Cristo ha donato a noi peccatori l’incredibile e immeritato privilegio di essere suoi amici, amici di Dio.

“Non più servi, ma amici”: non dimentichiamo che dietro a questa amicizia c’è la Passione sofferta per noi. 

Il perdono ha il suo prezzo: abbracciando la Croce fino al Calvario, Cristo è disceso nel fondo buio e sporco del nostro peccato. 

Ma che cos’è l’amicizia? Gli antichi avevano un proverbio che ci aiuta molto: amicizia è “Idem velle, idem nolle”: volere le stesse cose e non volere le stesse cose. (Sallustio).

Nell’amicizia la nostra volontà crescendo si unisce alla sua, la sua volontà diventa la nostra, e proprio così ciascuno di noi diventa veramente se stesso. 

Signore, aiutami a conoscerti sempre meglio! Aiutami ad essere sempre più una cosa sola con la tua volontà! Aiutami a vivere la mia vita non per me stesso, ma a viverla insieme con te per gli altri! Aiutami a diventare sempre di più tuo amico!

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