la logica dell’ascensione

«Allora i discepoli partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano».

Se – come dice san Marco proprio nell’ultimissima pagina del suo vangelo – “il Signore agiva insieme con loro”, significa chiaramente che la sua Ascensione – che oggi riviviamo nella fede – non mette fine alla presenza di Cristo in mezzo a noi; l’Ascensione è tutto tranne che il momento della sua partenza dal mondo.

Anzi è vero l’esatto contrario, tanto che l’evangelista Luca aggiunge che, dopo l’Ascensione, i discepoli tornarono in città a Gerusalemme “pieni di gioia” (Lc 24,52). 

La causa di questa loro gioia – che è anche la nostra gioia nella fede – sta proprio nel fatto che Ascensione non è distacco, ma è l’inizio di una presenza permanente del Signore. 

L’Ascensione non comporta la temporanea assenza di Cristo dal mondo, ma piuttosto inaugura la nuova, misteriosa ma definitiva forma della sua presenza, perché quanto più si è vicini a Dio, tanto più si è al cuore di tutto ciò che esiste. 

Da quel momento ai suoi discepoli è affidata in ogni tempo, compreso il nostro, un’unica identica missione; da svolgere in mille modi diversi, ma sempre la stessa: la missione di rendere percepibile questa misteriosa, ma reale presenza di Cristo, attraverso la testimonianza, la predicazione e l’impegno missionario.

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«Fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi»: così gli Atti degli Apostoli descrivono il momento culminante, con un linguaggio molto denso di significati.

Nella cultura biblica, “innalzare”, “elevare” è il verbo tipico che indica l’incoronazione del re che si asside sul trono più alto: significa che Gesù Cristo è il sovrano, è il cuore dell’universo. 

Poi l’immagine della “nube” che ritroviamo in tutta la storia spirituale del Popolo di Dio, simbolo misterioso che rivela – e allo stesso tempo nasconde – la presenza di Dio; un Dio che per quanto vicino al cuore dell’uomo e alle sue speranze, è e resta infinitamente più grande della nostra capacità di comprendere.

E infine la parola “cielo”, il cui significato va al di là del banale riferimento alla volta stellata. 

“Cielo” nel linguaggio della Bibbia è contrapposto a “terra”.  Se “terra” è l’area di ciò che è provvisorio, caduco, destinato a passare, “cielo” è il mondo di Dio, l’area di ciò che è eterno, definitivo, di ciò che non passa, non scade e resta per sempre.

Dire che Gesù è salito in cielo significa dire che il Signore non è prigioniero del “qui e adesso” come noi; Gesù invece è “ovunque e sempre”. Gesù non è “nel mondo di oggi”… è molto di più… Gesù è “nel mondo di sempre”, Gesù è in ciò che resta per sempre, in ciò che già adesso non invecchia, in ciò che non passa di moda, in ciò che è eterno. 

Dove troveremo allora la sua parola? Non in ciò che sembra vero adesso, ma nelle verità di sempre! 

Dove troveremo la sua voce? Non negli annunci dell’ultimo grido, ma in ciò che è vero, bello e buono sempre.

Sembra che nella comunità ecclesiale siamo molto ossessionati e facciamo ogni sforzo per cercare di essere significativi per il mondo di oggi. L’Ascensione sembra invece indicarci una strategia diversa: non lasciarti ossessionare dall’oggi; cerca non ciò che è valido per oggi, ma cerca ciò che è vero e buono e valido sempre, è lì che troverai il Signore.

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Nelle scritture del Nuovo Testamento, noi troviamo due modi un po’ diversi di presentare il mistero di Cristo. 

Anzitutto quello dei primi tre evangelisti (i sinottici), in particolare di Luca che scrive anche gli Atti degli Apostoli e che inserisce gli eventi dentro una cronologia spirituale molto significativa, sulla quale è costruita anche la scansione dell’anno liturgico: la passione, la morte, la sepoltura e la risurrezione; gli incontri del primo giorno dopo il sabato e dell’ottavo giorno, e i quaranta giorni delle apparizioni del risorto; l’effusione dello Spirito Santo, nel giorno cinquantesimo (dove 1, 3, 8, 40, 50 sono numeri ai quali sono collegate le memorie più care della nostra fede).

Ma accanto a questo c’è un altro modo di esporre i fatti, caratteristico dell’evangelista Giovanni, il quale ama invece ricordarci che, al di là del dispiegarsi dei vari eventi, il mistero della salvezza è unico: e così a leggere bene nel quarto vangelo anche la crocifissione di Gesù viene descritta come una ascensione, cioè come un innalzamento regale, quasi a dire che è sul Golgota che comincia la glorificazione di Cristo; e anche l’effusione dello Spirito Santo viene collegata profondamente tanto alla morte quanto alla risurrezione di Cristo (“consegnò lo Spirito”, si legge nel momento della morte; e “soffiò su di loro: Ricevete lo Spirito Santo”, si legge nel racconto della sera di Pasqua). Questa prospettiva di San Giovanni ci aiuta a tenere tutto insieme: a leggere sempre la croce insieme alla gloria; l’umiliazione insieme alla gloria, l’assenza insieme alla presenza, la morte insieme alla vita.

Se per un verso la croce e il sepolcro sono alle spalle di Gesù, per altro verso colui che è asceso è e resta pur sempre il Crocifisso: Gesù ha portato nell’eternità di Dio, come sua gloria e suo vanto, le ferite che ha subito per la salvezza dell’uomo.

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La Chiesa non ha il compito di preparare il ritorno di un Gesù “assente”, ma, al contrario, vive ed opera per rendere evidente la misteriosa ma reale presenza del Signore, fino a quando Dio sarà tutto in tutti. 

Si dice, ad esempio, che il Papa e i Vescovi sono “vicari di Cristo”, sì, ma non nel senso che ne fanno le veci; piuttosto nel senso che con tutte le loro forze devono richiamare che Gesù è presente ed è l’unico Signore. E questo vale per il Papa fino all’ultimo dei cristiani.

Lo ricorda il Concilio quando dice che la Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio, annunziando la passione e morte del Signore fino a che Egli venga”.

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Ma c’è ancora un insegnamento molto prezioso che raccogliamo dall’apostolo Paolo, nel brano della lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato.

L’apostolo cita un salmo (il 68) che fu composto quando il Re Salomone fece trasportare l’Arca dell’Alleanza nel nuovo tempio, costruito in alto a Gerusalemme, descrivendolo quella processione come il corteo trionfale del sovrano che entra in città.

Ecco la citazione di Paolo: «Asceso in alto (Gerusalemme sta su una montagna), ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini».

Ripensando con quel Salmo all’ascesa dell’Arca di Dio versa la città di Dio, Paolo riconosce che la vera arca di Dio è proprio il Signore Gesù; la vera intronizzazione è la sua ascensione al cielo; e che i prigionieri del suo corteo trionfale sono in realtà i suoi stessi discepoli, uomini catturati non con catene, ma con i lacci dell’amore; e che proprio salendo al cielo assicura la perenne effusione dello Spirito, elargendo i suoi santi doni.

“Colui che discese – prosegue Paolo – è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose”.

Come avete notato, l’apostolo sente il bisogno di assicurare che quel Signore che ascende nella gloria del cielo è proprio lui, Gesù di Nazaret, il figlio di Maria, il rabbì che tanti avevano conosciuto, che aveva camminato in mezzo a noi e che era stato condannato e crocifisso.

Ha quasi dell’incredibile: uno di noi, uomo come noi, fragile e mortale come noi, uno che è nato, è cresciuto, ha vissuto, lottato, sofferto; uno che è passato attraverso la morte più atroce che raccoglie tutte le sofferenze e le morti umane, è entrato nell’eternità di Dio: in Gesù l’essere umano è entrato in modo inaudito e nuovo nell’intimità di Dio; l’uomo trova ormai per sempre spazio in Dio. 

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Ma se Paolo sente la necessità di dire “colui che è asceso è lo stesso che è anche disceso”, nella cristianità del nostro tempo forse c’è un forte bisogno di dire con forza anche il contrario: “colui che è disceso è lo stesso che è anche asceso”.

Oggi i teologi, i pastori, i catechisti hanno molto sulla labbra la parola “incarnazione”; dicono sempre parole come “la logica dell’incarnazione”, che vorrebbe essere un invito alla concretezza, a incarnare la nostra fede nella coerenza della vita. Che è vero, ci mancherebbe…

Ma quanto ci sarebbe bisogno oggi di parlare anche e soprattutto della “logica dell’ascensione”!

Non dimentichiamo che il mistero cristiano, cioè il contenuto e il senso della nostra fede nella sua interezza, senza censure, è mistero di discesa e ma anche e soprattutto di ascesa, di incarnazione e di ascensione.

Il Figlio di Dio non si è fatto uomo per aggiungere un cadavere in più ai nostri cimiteri; non è disceso dal cielo per farci essere semplicemente più umani, come spesso si sente dire e non senza un po’ di verità.

Molto, molto di più! Il Figlio di Dio è disceso dal cielo per aggrappare a se una moltitudine di uomini: quei prigionieri di cui parlava san Paolo e che in realtà sono gli uomini liberati dalle prigioni del peccato e della morte.

Il Figlio di Dio è disceso dal cielo per portarci tutti in cielo, per portarci nell’abbraccio del Padre.

Il cristianesimo non è la religione del mondo migliore. Il cristianesimo è la via del paradiso! L’incarnazione è per l’ascensione! A Natale abbiamo celebrato Cristo come è stato una volta e come non sarà mai più (cioè bambino a Betlemme): oggi celebriamo Cristo come è sempre e per sempre; e oggi celebriamo noi stessi, come siamo chiamati ad essere, cittadini del cielo, figli di Dio per mezzo di lui.

Maria Santissima che ha partorito alla vita mortale il Figlio di Dio che è disceso dal cielo è la Madre della Chiesa e accompagna con la sua potente preghiera il nostro faticoso cammino verso il cielo.

La Madonna di San Luca è colei che indica la via: domani sera anche fisicamente ci porterà verso l’alto, per ricordarci che sarebbe uno sventurato quel pellegrino che si perde ad annusare i fiori e si dimentica qual è la meta del suo cammino.

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