contro Babele

Dire “Pentecoste” significa dire “Pasqua in pienezza”, anzi è tutto il mistero della salvezza che raggiunge il suo traguardo e che porta il frutto sperato.

La caratteristica propria di tutte le feste del tempo pasquale è che non celebrano la memoria di un evento passato, ma che aprono alla contemplazione di ciò Cristo è adesso e per sempre: oggi e per sempre Cristo è il vivente, seduto alla destra del Padre. 

Anche la Pentecoste non è solo un evento verificatosi due millenni fa: è piuttosto la perenne effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa e sul mondo.

Una volta gli apostoli incontrarono un gruppo di fratelli che confessarono candidamente di non sapere neppure che esistesse uno Spirito Santo. Non è il caso ora di indagare quale sia la consapevolezza di ciascuno di noi, ma forse vale la pena di chiedersi che cos’è, anzi “chi è” lo Spirito Santo. Già il nome con cui ci è stato rivelato dice molto della sua identità. 

“Spirito – Santo”: è evidente che anche il Padre è “spirito” ed è “santo”. Così anche il Figlio, (il Verbo) è “spirito” ed è “santo”. 

Dunque la prima caratteristica della terza persona della Santissima Trinità è di non avere caratteristiche sue: Spirito Santo è proprio tutto ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune. 

Hanno in comune l’infinita perfezione, l’immortalità, la beatitudine; hanno in comune l’essere una cosa sola: Spirito Santo è l’amore del Padre e del Figlio, un amore così pieno e perfetto da fare del Padre e del Figlio non due “dèi”, ma un solo Dio. 

Spirito Santo è dunque l’unità di Dio, la comunione perfetta delle persone distinte. Spirito Santo è il segreto di Dio, la sua vita palpitante, quell’energia d’amore che tutto crea, tutto rinnova.

Per questo la Liturgia dice che lo Spirito porta tutto a perfezione, che guarisce ciò che sanguina, raddrizza ciò che è storto, scalda ciò che è gelido. 

Lo ricorda anche il numero della Pentecoste il 50. Il numero del tempo umano, il 7, moltiplicato per se stesso rappresenta tutte le potenzialità e le forze dell’umano e si ottiene il 49, un numero carente, un numero ferito, imperfetto: abbiamo bisogno dell’Uno che è Dio perché anche la nostra umanità giunga alla sua perfezione.

Per questo era necessario, però che il Verbo di Dio si facesse uomo; era necessaria la morte, la risurrezione e la celeste glorificazione di Gesù di Nazaret.

Tutto questo era necessario, perché un bicchiere screpolato non può contenere l’oceano, la perfezione di Dio non avrebbe potuto essere contenuta dal cuore umano.

La nostra cultura esalta molto l’uomo e le sue incredibili capacità creative, ma non dimentichiamo mai che l’umanità e ogni persona umana è sempre sempre segnata da un doppio limite: per quanto talvolta ci possiamo sentire onnipotenti, siamo semplici creature mortali e per di più siamo segnati dalle mille contraddizioni del peccato.

Il nostro cuore umano gretto e meschino non può contenere l’amore perfetto di Dio: perché la nostra mente scarsa e complicata, non può sopportare l’intelligenza soprannaturale di Dio.

Lo sappiamo fin dalla prima pagina della Bibbia: “In principio Dio creò il cielo e la terra”, riferisce all’inizio il libro della Genesi; poi aggiunge: “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. “Aleggiava”, stava come sospeso tra cielo e terra, senza possibilità di un contatto permanente.

La storia umana registra fin dall’inizio il tentativo dell’Amore di Dio di effondersi su di noi, di entrare in un mondo sul quale però non può stabilirsi in modo definitivo, perché è un mondo precario, imperfetto, instabile.

E tale era e continua ad essere la nostra umanità, segnata dal peccato, dalla morte, dalla incapacità di riconoscere il bene dal male, segnata anzi da una viscerale inclinazione verso il male.

Lo Spirito Santo non trova punti di appoggio per venire in mezzo a noi, per stabilire in noi la sua dimora.

Ecco allora l’ingresso nel mondo del Figlio di Dio fatto uomo: con Gesù è sorto dunque un uomo nuovo, un uomo santo e giusto. Per la prima volta su un uomo lo Spirito Santo scende e vi rimane stabilmente, come mai era potuto accadere nella storia della salvezza. 

Giovanni Battista rivela nel quarto vangelo che proprio questo sarebbe stato il segno per il quale lo avrebbe riconosciuto tra tanti: «Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo».

Con la sua predicazione, con la chiamata alla fede e con l’appello alla conversione, con i segni da lui compiuti e soprattutto con il dono totale della passione, morte e risurrezione, il Figlio di Dio entra in tutto ciò che è umano e così crea attorno a sé un popolo nuovo, il popolo dei redenti sul quale finalmente scende e rimane lo Spirito Santo.

Ecco perché la Pentecoste è il compimento, il frutto pieno della Pasqua e di tutto il mistero di Cristo. 

La santa umanità di Gesù è il punto di accesso nel mondo dello Spirito divino, è il punto di contatto tra il cielo e la terra, e tra la terra e il cielo.

Questa meravigliosa comunione che abbraccia il Padre e il Figlio e li rende un solo Dio, un solo Signore, ora si allarga e accoglie anche noi; noi che non siamo perfetti, noi che non siamo santi, noi che non siamo immortali.

Per mezzo del Figlio di Dio fatto uomo, ogni uomo può essere fatto Figlio di Dio: non lo diventiamo per una evoluzione naturale, o per una nostra capacità, ma per un dono immenso.

È un dono che ora ci è dato per quello che è possibile alla nostra cronica imperfezione. Non siamo ancora in grado di reggere questo amore e a questa luce sfolgorante.

Ma se è vero che la Pentecoste è il compimento del disegno di Dio, è altrettanto vero che Pentecoste è anche l’unica possibilità per l’umanità di realizzare le sue aspirazioni più vere e più profonde. 

È ancora la Scrittura che ci aiuta a comprendere. La narrazione della Pentecoste negli Atti degli Apostoli contiene sullo sfondo l’antica storia della costruzione della Torre di Babele. Ma che cos’è Babele? 

Babele è la descrizione di un regno in cui gli uomini hanno concentrato tanto potere da pensare di non aver più bisogno di un Dio lontano e di essere così forti da poter costruire da soli una via che porti al cielo per aprirne le porte e mettersi al posto di Dio. 

Ma proprio in questa situazione si verifica qualcosa di strano e di singolare. Mentre gli uomini stavano lavorando insieme per costruire la torre, improvvisamente si resero conto che stavano costruendo l’uno contro l’altro. 

Mentre tentavano di essere come Dio, correvano il pericolo di non essere più neppure uomini, perché avevano perduto un elemento fondamentale dell’essere persone umane: la capacità di accordarsi, di capirsi e di operare insieme.

Questo racconto biblico contiene una sua perenne verità; lo possiamo vedere lungo la storia, ma anche nel nostro mondo. 

Con il progresso della scienza e della tecnica siamo arrivati al potere di dominare forze della natura, di manipolare gli elementi, di fabbricare esseri viventi, giungendo quasi fino allo stesso essere umano. 

In questa situazione, pregare Dio sembra qualcosa di sorpassato, di inutile, perché noi stessi possiamo costruire e realizzare tutto ciò che vogliamo. Ma in realtà stiamo rivivendo la stessa esperienza di Babele. 

Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, di avere informazioni, di trasmettere notizie, ma possiamo dire che sia cresciuta la capacità di capirci o non è vero forse, paradossalmente, che ci capiamo sempre meno? 

Serpeggia invece tra noi un senso di diffidenza, di sospetto, di timore reciproco, rischiamo di essere addirittura un pericolo l’uno per l’altro! 

Dunque può esserci veramente quella unità, quella concordia alla quale ogni uomo aspira? E come è possibile raggiungerla? L’unità può esserci solo con il dono dello Spirito di Dio, il quale ci darà un cuore nuovo e una lingua nuova, una capacità nuova di comunicare. 

E questo è ciò che si è verificato a Pentecoste. In quel mattino, cinquanta giorni dopo la Pasqua, un vento impetuoso soffiò su Gerusalemme e la fiamma dello Spirito Santo discese sui discepoli riuniti, si posò su ciascuno e accese in essi il fuoco divino, un fuoco di amore capace di trasformare. 

La paura scomparve, il cuore sentì una nuova forza, le lingue si sciolsero e iniziarono a parlare con franchezza, in modo che tutti potessero capire l’annuncio di Gesù Cristo morto e risorto. A Pentecoste dove c’era divisione ed estraneità, sono nate unità e comprensione.

Dio vuole donarsi a noi. L’uomo è fatto per l’amore di Dio. Pentecoste è la realtà di questo incontro meraviglioso finalmente possibile.

La nostra vita personale è segnata da un conflitto interiore, da una divisione, tra gli impulsi che provengono dalla carne e quelli che provengono dallo Spirito; e noi non possiamo seguirli tutti.  

Non possiamo, infatti, essere contemporaneamente egoisti e generosi, seguire la tendenza a dominare sugli altri e provare la gioia del servizio disinteressato. Dobbiamo sempre scegliere quale impulso seguire e lo possiamo fare in modo autentico solo con l’aiuto dello Spirito di Cristo.

Ecco perché la Pasqua e la Pentecoste tornano ogni anno; ecco perché ogni settimana ritorna la domenica, con la  santa convocazione dell’Eucaristia, che ci trasforma a immagine di Cristo; ecco perché dobbiamo ogni giorno invocare il dono di Dio, che abbiamo ricevuto nei sacramenti della Chiesa, ma che si esprimerà in tutta la sua potenza solo quando Dio sarà tutto in tutti.

Il racconto della Pentecoste ci dice che Gesù prima di salire al cielo chiese agli Apostoli di rimanere insieme per prepararsi a ricevere il dono dello Spirito Santo. 

Ed essi si riunirono in preghiera con Maria nel Cenacolo nell’attesa dell’evento promesso. Raccolta con Maria, come al suo nascere, la Chiesa continua a pregare: «Vieni, fulmine dell’eternità datore di luce. Vieni, e illuminaci con lo splendore senza tramonto. Vieni, Acqua viva e ristoraci in mezzo all’ardore delle passioni. Vieni, perché lontano da Te non c’è gioia e pace. Vieni, perché con Te dappertutto è Regno dei cieli. Vieni, e imprimi nell’anima il Tuo volto simile al sole. Vieni, Consolatore, Spirito Santo, e abita in noi!». 

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