nel nome del Padre…

Le feste che seguono la domenica di Pentecoste, costituiscono come una specie di appendice al tempo pasquale; sembra quasi che la Chiesa ci inviti a indugiare ancora con il cuore colmo di gratitudine e di stupore, per i grandi doni che abbiamo ricevuto dall’amore di Dio.

Come sapete, la Pentecoste rappresenta la pienezza della rivelazione della fede e il culmine dei doni di Dio: rivivendo nell’Anno Liturgico i grandi misteri della fede, nella memoria della Incarnazione del Verbo divino, della sua rivelazione al mondo come il Messia Salvatore, avendo rivissuto la sua Passione, Morte, Risurrezione e celeste glorificazione, noi abbiamo potuto finalmente conoscere il vero volto del Padre Altissimo, che nel suo Figlio ci ha detto tutto e ci ha dato tutto.

Quello Spirito Santo che avevamo visto scendere e rimanere su Cristo sulle acque del Giordano, a Pentecoste lo abbiamo visto scendere e rimanere sempre con noi, con le nostre povere vite.

Lui che è la Santità, la Purezza, la Vita, la Perfezione è sceso su di noi che siamo tutt’altro che santi, puri e perfetti; su di noi che siamo creature fragili e mortali.

Sì, non siamo una élite, non siamo il popolo dei primi della classe, non siamo i migliori e non necessariamente siamo più santi degli altri… ma siamo stati guardati con compassione, con misericordia, con tenerezza.

Lo Spirito di Dio può scendere e consacrare la nostra povera umanità, perché Cristo ha fatto suo tutto ciò che è umano, perché con il suo sangue ci libera continuamente dal peccato, ci guarisce e ci risana.

E così abbiamo visto che Dio, nel suo immenso amore per noi, non ci dona solo “cose”: protezione, custodia, forza, salvezza… Dio ci dona se stesso: lo Spirito Santo è Dio stesso che si dona a noi.

Così dalla cima di questa altissima montagna che è la rivelazione pentecostale, la prima meraviglia che possiamo contemplare è il volto stesso di Dio: non il Dio che ci immaginiamo, non il Dio delle nostre fantasie o delle nostra paure; ma il Dio come è in se stesso, Dio come si è rivelato: il Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

Non attraverso un corso di teologia; non attraverso la rivelazione di un pacchetto di dogmi; non attraverso qualche speculazione mistica, ma dalla concretezza della storia nella quale ha voluto entrare, noi abbiamo potuto conoscere il volto di Dio: ci è stato rivelato che Dio è uno (e non c’è altri al di fuori di lui); e ci stato rivelato al tempo stesso che Dio è trino (il Padre, il Figlio, lo Spirito).

Dio resta sempre un mistero che ci eccede (e non può che essere così) e tuttavia possiamo conoscerlo, anzitutto attraverso il suo Figlio che è diventato umanamente accessibile e in lui conosciamo il Padre e lo Spirito Santo.

Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono uno, perché amore: l’unità creata dall’amore è più unità di un’unità puramente fisica. Il Padre dà tutto al Figlio; il Figlio riceve tutto dal Padre con gratitudine; lo Spirito Santo è il frutto di questo amore reciproco del Padre e del Figlio.

In genere i Cristiani dell’Oriente hanno un linguaggio e un vocabolario più pregnante per descrivere i misteri della fede, ma per una volta, con un certo orgoglio, noi cristiani latini possiamo vantare la creazione di un vocabolo che è in grado di dare luce a questo mistero: mentre i greci usano la parola “Triade” che si può usare anche in altri contesti, noi latini usiamo la parola “Trinità”, che pare sia uscita dalla genialità di Tertulliano; una parola che si può usare solo per parlare di Dio, perché modellata sulla parola “unità”, ma contiene in se stessa il riconoscimento delle tre persone distinte che sono un solo Dio.

Sì, oggi, raggiunta la cima altissima della rivelazione pentecostale, possiamo dire di conoscere molto più rispetto ad Abramo e a Mosè che cosa significa che Dio è uno. Dio è uno non perché è un monolite freddo e isolato nella sua assoluta perfezione: ma è uno perché è abbraccio, è famiglia, è comunità: Dio è comunione di persone distinte.

Per questo non c’è traccia in Dio di egoismo e di male, perché amando se stesso, Dio continua a essere dono, dono purissimo e gratuito.

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La liturgia ci ha offerto oggi gli ultimi versetti del vangelo secondo Matteo, che contengono le consegne lasciate da Cristo mentre ascende al Padre.

È commovente rilevare come nel momento solenne in cui vengono inviati, vengono chiamati non “apostoli” ma “discepoli” e oltretutto si evidenzia che sono undici e non dodici.

Questo ci ricorda che per quanto abbiamo un insegnamento e una rivelazione da portare al mondo, nessuno di noi è maestro, ma uno solo è colui che invia, uno solo è colui che insegna, uno solo è colui che salva. E noi (la Chiesa) siamo il popolo degli “undici”, un popolo ferito dai nostri stessi limiti, ma comunque il popolo che lui continuamente guarisce e invia al mondo come strumento di salvezza.

Le parole di Gesù, contengono quella che è divenuta la formula battesimale e che noi ripetiamo frequentemente iniziando e concludendo, con il segno della croce la nostra preghiera.

Riprendo le parole di una catechesi di Giovanni Paolo II. Questa formula contenuta nel vangelo di Matteo «rivela chiaramente lo Spirito Santo come Persona, perché lo nomina con le altre due Persone in modo identico, senza suggerire nessuna differenza in proposito: “il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo”. 

Tale associazione è resa ancora più stretta dal fatto che la frase parla del nome di questi Tre, prescrivendo di battezzare tutte le genti “nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito”. 

Nella Bibbia, l’espressione “nel nome di” non si adopera normalmente che per riferirsi a delle persone.

Il battesimo cristiano ci mette in rapporto personale con le tre Persone divine, introducendoci così nell’intimità di Dio. 

E ogni volta che facciamo il segno della croce, ripetiamo l’espressione evangelica per rinnovare la nostra relazione con il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo». (Catechesi del 29 agosto 1990).

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Credo proprio che come eredità più preziosa di questo percorso di fede che abbiamo compiuto e stiamo compiendo con l’anno liturgico, ci resta proprio il segno della croce, che è il gesto fondamentale della preghiera cristiana e che oggi dovremmo riscoprire in tutto il suo valore.

È la prima consegna che abbiamo ricevuto dalla Chiesa prima ancora di essere stati battezzati: le parole che lo accompagnano contengono il cuore della nostra fede: la Trinità appunto; il gesto (la croce) rievoca che l’incontro con Dio per noi è un fatto, un fatto reale, nudo e crudo come solo la croce può esserlo, ma fonte perenne di vita e di salvezza.

Scriveva Romano Guardini: «Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. 

Raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, corpo e anima, ti raccoglie, ti consacra, ti santifica. 

Perché? Perché è il segno della totalità ed è il segno della redenzione. Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce Egli santifica l’uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. 

Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera affinché rimanga qui in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell’atto della benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell’anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa».  (R. Guardini, Lo spirito della Liturgia).

Noi leghiamo il segno della croce con la professione di fede nel Dio Trinità – Padre, Figlio e Spirito Santo. Così diventa ricordo del battesimo, in modo ancora più evidente quando lo accompagniamo con l’acqua benedetta. 

Ogni volta che ci facciamo il segno della croce rinnoviamo il nostro battesimo; Cristo dalla croce ci attira fino a se stesso e fin dentro la comunione con il Dio vivente. 

Il battesimo e il segno della croce, che lo rappresenta e rinnova, sono un’opera di Dio: Dio non è più il Dio sconosciuto; ha un nome. Possiamo chiamarlo, e Lui chiama noi.  

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