Santissimo Corpo e Sangue di Cristo B
«Questo è il mio Corpo. Questo è il mio Sangue».
La Chiesa ripete queste parole di Gesù ogni volta che rinnova il sacrificio eucaristico.
Le abbiamo ascoltate poco fa nel Vangelo in questa solennità del Corpus Domini, che ci offre la possibilità di ritornare al gesto compiuto da Gesù nel cenacolo, oggi nella prospettiva del pieno compimento della Pasqua, che abbiamo rivissuto nell’anno liturgico.
Forse vale la pena di mettere in evidenza alcuni aspetti che qualche volta sfuggono.
Quando Gesù pronunciò quelle parole nel Cenacolo, si stava rivolgendo ai discepoli: non solo agli undici che erano fisicamente con lui, ma – come ci suggerisce la preghiera di Gesù stesso in quella notte – anche a tutti coloro che avrebbero creduto in lui, cioè a noi, che eravamo ben presenti nel cuore del Signore, in quell’ora decisiva.
Voi non scandalizzate se vi faccio presente che proprio nel momento più sacro della Messa, cioè quando ripetiamo quelle parole di Gesù, c’è un errore di traduzione, che perdura nonostante tutto… (Portiamo pazienza, perché tradurre è la cosa più difficile del mondo…).
Secondo il Messale in italiano diciamo infatti: «Questo è il mio Corpo, offerto in sacrificio per voi». «Questo è il calice del mio Sangue, (…) versato per voi e per tutti».
“Offerto” e “versato” in grammatica, sono due participi passati, ma nel testo originale latino qui abbiamo due participi futuri, forma che in italiano non esiste e che quindi – per farlo sentire quel futuro – dovremmo tradurre più o meno così: «il mio Corpo che sarà offerto per voi» e «il mio Sangue che sarà versato per voi».
In effetti, è anche molto logico: quando Gesù consegnò l’Eucaristia ai discepoli non aveva ancora offerto la sua vita sulla croce.
Paradossalmente, proprio quell’errore di traduzione ci offre il pretesto per comprendere meglio che cosa accadde due millenni fa nel Cenacolo e soprattutto che cosa accade ora, quando celebriamo la Santa Messa.
Quando Pietro e gli altri apostoli ricevettero l’Eucaristia nel Cenacolo, ebbero la possibilità – anche se forse non ne furono completamente consapevoli – di partecipare in modo pieno, già in quel momento, al sacrificio che Cristo avrebbe compiuto il giorno dopo per la nostra salvezza.
L’Ultima Cena anticipò realmente il dono del Signore, perché questa è la forza speciale dell’Eucaristia: di rompere la barriera del tempo e di rendere accessibile qui e adesso – anzi ovunque e sempre – quello che accadde in un luogo lontano e in un tempo passato. L’Eucaristia è Cristo che dona tutto se stesso, qui e adesso.
Per questo il prete invoca sul pane e sul vino la potenza dello Spirito Santo: è ancora e sempre quell’Amore immenso di Dio che fa sì che questo pane diventi esattamente quel pane che Gesù diede agli undici e cioè il suo Corpo, la sua vita, interamente donata per la nostra salvezza.
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Ma è utile fare ancora un confronto tra l’Ultima Cena e la Santa Messa.
Nel Cenacolo, Gesù disse quelle parole ai discepoli: nella messa non è Gesù che parla, ma un prete e il prete non dice quelle parole ai fedeli (come a volte ci viene fatto di pensare, forse anche per via dell’orientamento dell’altare…).
Quando il prete dice: «Questo è il mio Corpo», «Questo è il calice del mio sangue», non si sta rivolgendo alla gente, ma al Padre Onnipotente: siamo nel cuore della Preghiera Eucaristica e – se Dio vuole -le preghiere si dicono a Dio e non agli uomini…: è il grande rendimento di grazie nel quale facciamo memoria davanti a Dio di tutte le meraviglie da lui compiute per la nostra salvezza: «È veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te; è nostro dovere; è fonte di salvezza».
Proprio in questo contesto di solenne rendimento di grazie, facciamo memoria davanti al Padre di tutto quello che il suo Figlio ha detto e ha fatto per noi: è proprio qui che si inserisce il racconto dell’Ultima Cena: «Egli, nella notte in cui veniva tradito, prese il pane, ti rese grazie con la preghiera di benedizione, lo spezzò, lo diede ai suoi discepoli e disse…».
Più profondamente, potremmo dire che non è solo il prete che dice quelle parole al Padre, ma è la Chiesa tutta, i discepoli di ogni tempo e di ogni luogo, che qui e adesso, per mezzo del prete, celebrano l’amore del Signore.
Voi sentite spesso nella liturgia la parola “memoriale”: si vuole esprimere il fatto che la nostra è qualcosa di più della semplice memoria: non è una commemorazione o una rievocazione: quando facciamo memoria di Cristo nello Spirito Santo, i fatti diventano attuali, qui e adesso.
Come dicevamo, per la forza dello Spirito, l’Eucaristia spezza la barriera del tempo: e come gli Apostoli nel Cenacolo per mezzo di quel pane e di quel vino furono coinvolti nel dono che Cristo solo il giorno dopo avrebbe offerto sulla croce, così anche noi, ogni volta che celebriamo la Messa, partecipiamo qui e adesso alla Pasqua del Signore.
Allora la Messa non è, come qualche volta si pensa, una ripetizione dell’Ultima Cena, ma – attraverso il gesto compiuto da Gesù nell’Ultima Cena – noi partecipiamo alla sua morte e alla sua risurrezione, cioè veniamo raggiunti da quel dono immenso della vita di Cristo che ha rinnovato il mondo; quel dono che è la sua vita interamente donata; quel dono che è il perdono dei nostri peccati; quel dono che la luce nelle tenebre della vita; quel dono che ci rende eterni con Cristo, una cosa sola con lui.
Dunque l’altare sul quale celebriamo la Messa non ricorda tanto la tavola del Cenacolo: l’altare semmai ricorda la Croce del Signore, ricorda il suo Sepolcro vuoto… ma in realtà l’altare ricorda anche la mangiatoia di Betlemme, ricorda le strade di Palestina, ricorda tutto quello che Gesù ha fatto per noi, perché l’Eucaristia è il Cristo tutto, donato qui e ora.
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Le letture che abbiamo ascoltato prima del Vangelo, ci aiutano a penetrare ancora il grande dono dell’Eucaristia.
«Questo è il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi»: ai tempi di Mosè, ai tempi della liberazione di Israele dalla schiavitù, Dio aveva stretto con il suo popolo un misterioso patto di sangue, un’alleanza di amicizia eterna.
In cambio Israele si impegnava a obbedire sempre ai comandi del Signore: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!»; «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».
Sappiamo bene che tutta la storia di Israele – a cominciare dal vitello d’oro – è la storia dei continui fallimenti di questo patto, per le mille cadute e le mille infedeltà di Israele, che sono anche le nostre cadute e le nostre infedeltà.
Ma Dio non ha mai rinnegato la sua fedeltà e, attraverso i profeti, aveva preannunciato che sarebbe venuto il tempo di una alleanza nuova, non scritta su tavole di pietra, ma una alleanza interiore, scritta nel cuore dei credenti, trasformati dal suo Spirito.
E fu proprio durante l’Ultima Cena che il Signore strinse con i discepoli e con l’umanità questa nuova alleanza, un nuovo patto di sangue, confermandolo non con sacrifici di animali come avveniva nel passato, bensì con il suo stesso Sangue, divenuto “Sangue della nuova alleanza”.
E questa nuova alleanza non sarà più fondata sulla inaffidabile obbedienza del popolo, ma sulla obbedienza di Cristo stesso, sulla sua fedeltà che è più forte di tutti i nostri peccati.
E infatti il brano della lettera agli Ebrei conferma: «Cristo entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna».
La Croce è pertanto mistero di amore e di salvezza, che ci purifica – come dice ancora la Lettera agli Ebrei – dalle “opere morte” dei nostri peccati e ci santifica scolpendo l’alleanza nuova nel nostro cuore, cioè trasformando giorno dopo giorno la nostra vita.
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Quando noi celebriamo la Messa, non ci inventiamo gesti spontanei, seguiamo un rito ben preciso, nel quale non abbiamo nulla da inventarci, perché ci è chiesto niente di più e niente di meno che obbedire al comando del Signore: «Fate questo in memoria di me».
E queste sono le azioni compiute da Gesù quella notte: “prese il pane e il vino”; “rese grazie”; “spezzò il pane” e “lo diede dicendo” che era (che è) il suo Corpo immolato e il suo Sangue versato”.
Così anche noi, alla presentazione dei doni, prendiamo il pane e il vino, separandoli dagli alimenti comuni e li deponiamo sull’altare; poi rendiamo grazie a Dio per tutto quello che ci ha donato nel suo Figlio, cantandolo tre volte Santo e facendo memoria soprattutto del sacrificio di Cristo sulla croce; poi spezziamo il pane per ricordare che il prezzo della nostra salvezza è il dono totale che Cristo ha fatto della sua vita; e lo riceviamo come Corpo dato e Sangue versato, con tutto il rispetto e la cura che sono necessari, perché non abbiamo niente di più grande, niente di più efficace, niente di santo in questo mondo che il Corpo e il Sangue del Signore.
La nostra non è una partecipazione quantativa, ma qualitativa: non è ripetendo meccanicamente la comunione, a volte senza pensarci, senza esaminare noi stessi, a volte distrattamente, senza una coscienza adeguata del dono che si sta ricevendo…
Qualche volta è molto meglio astenersi dal comunicare, che comunicare in modo indegno o superficiale. Magari possiamo cogliere l’occasione per ritornare all’ultima volta che abbiamo fatto la comunione, perché l’Eucaristia non è una presenza che scade dentro di noi: una goccia sola del sangue di Cristo, può salvare il mondo intero.
Io lo so che sempre più spesso, ci sono in mezzo a noi persone che non possono accedere alla Comunione, anche se lo desidererebbero molto: a loro vorrei dire che proprio questo desiderio è già un modo molto profondo e molto vero di partecipare all’Eucaristia, un desiderio che rinnova l’efficacia del dono che in passato abbiamo ricevuto e che resta sempre valido ed efficace in noi.
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In questa festa del Corpus Domini, la Chiesa ci ricorda con forza che il dono meraviglioso del Corpo e del Sangue del Signore non si esaurisce solo nella celebrazione della Messa, ma è un dono permanente che continua ad abitare in mezzo a noi nel tabernacolo, nell’adorazione eucaristica, in quei preziosi momenti di silenzio e di intimità che non devono mancare nella nostra vita.
E, se mi permettete, dobbiamo imparare ad avere cura non solo della nostra interiorità, ma anche dei gesti esterni della nostra fede, perché l’Eucaristia è Corpo che riceviamo con il corpo, per la salvezza dell’anima: la puntualità alla celebrazione, la cura dell’abbigliamento, la genuflessione toccando terra con il ginocchio, il raccoglimento, il rispetto della Casa di Dio e del tabernacolo; la bellezza del cantare, degli arredi, degli abiti, dei vasi sacri; l’evitare parole inutili, distrazioni, la dignità dei gesti, lo stare in piedi o seduti o in ginocchio.
Non è detto che chi fa queste cose automaticamente partecipi bene all’Eucaristia, ma è molto molto difficile che partecipi bene chi non si cura affatto di queste cose…
L’immagine in evidenza è un’opera di Raúl Berzosa
