Decima domenica del tempo ordinario B
Dopo aver rivissuto con la quaresima e il tempo pasquale, gli eventi centrali della nostra fede, riprendiamo con questa domenica il filo della narrazione dell’evangelista Marco, alla cui scuola prevalentemente ci mette il corrente anno liturgico.
Ritroviamo Gesù in casa. Verosimilmente è la casa di Pietro e di Andrea a Cafarnao. Quella casa sembra essere diventata ormai il riferimento abituale per l’incontro con il Maestro. In quello che dovrebbe essere il luogo dell’intimità – la casa – c’è invece molta confusione, un sacco di gente, tanto che non hanno neanche il tempo di mangiare.
Sono tutti lì attorno a Gesù e attorno a questa casa. Sembra che il brano voglia aiutarci a capire chi realmente è dentro e chi sta invece fuori, al di là della sua collocazione formale nello spazio.
Ci sono i parenti di Gesù, che in modo molto mediterraneo vengono chiamati “i suoi”, e che vogliono portarlo via, giudicando inopportuno quello che stava facendo.
Ci sono poi gli scribi, che erano addirittura venuti da Gerusalemme per esaminarlo.
Il vangelo propriamente dice che gli scribi erano “scesi” da Gerusalemme: al di là della sua collocazione geografica, per la città santa si usano sempre nella Bibbia i verbi salire e scendere, perché Gerusalemme è la casa di Dio, è il luogo della sua presenza.
Forse in questo caso, l’uso del verbo “scendere” da Gerusalemme, sottende una certa ironia: provenivano dalla Casa di Dio, dal cuore della fede, oppure scendevano dall’alto del loro orgoglio e della presunzione di non aver bisogno di maestri?
Notate che non vengono citati i discepoli. C’è invece la folla. Una folla complicata, ambigua. In mezzo a tanta gente, c’era forse chi era solo in cerca di un miracolo; oppure chi era attratto solo dalla curiosità di conoscere un personaggio sempre più famoso, ma alla fine del brano, per ben due volte si dice che la folla stava seduta, dunque si era messa in posizione ricettiva, si era messa in ascolto. In mezzo alla folla seduta, dunque, senza posizioni di privilegio, c’erano anche i discepoli.
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Vediamo anzitutto i parenti: prima definiti (come abbiamo già rilevato), i “suoi” e poi specificati: sua madre e i suoi fratelli. Non credo sia necessario dilungarsi molto per ricordare che il termine “fratelli” ha un uso molto estensivo nella cultura biblica: viene usato non solo per indicare i figli degli stessi genitori. È ampiamente documentato nella Bibbia il suo utilizzo per i figli dei fratelli dei genitori, cioè i cugini; ma anche per indicare amici o alleati; addirittura per i colleghi, i compaesani e per i compagni di fede.
In ogni caso qui si tratta della cerchia delle persone in mezzo alle quali Gesù è cresciuto. Vengono dal villaggio di Nazareth sulle colline, ad almeno una giornata di cammino.
Soprattutto nella cultura del Mediterraneo, non esiste un legame più forte che quello del sangue e della parentela: è quasi la sorgente della propria identità. La nostra cultura così individualista non ci consente di comprendere quanto sia forte e costitutivo questo richiamo e, conseguentemente, quanto sia fortemente provocatoria e, per certi aspetti, rivoluzionaria l’affermazione di Gesù: «Ecco mia madre e i miei fratelli!», detto in riferimento a quanti stavano seduti attorno a lui, per ascoltarlo.
Come ho detto, mi sembra che il problema centrale di questo brano evangelico è cercare di capire se siamo con lui o siamo contro di lui; se siamo veramente “suoi” o gli siamo estranei; se siamo “dentro” o se siamo “fuori”; se ascoltiamo la sua chiamata oppure lo “mandiamo a chiamare”; se vogliamo seguirlo oppure vogliamo che sia lui a seguire noi.
L’appartenenza alla vera famiglia di Gesù non comporta privilegi: i “suoi” secondo la carne e il sangue – come vediamo – non ne fanno ancora parte; gli scribi, i professionisti delle Scritture nemmeno, perché pensano di poter giudicare tutto, perfino lo Spirito di Dio, bestemmiando.
Il brano immediatemente precedente al nostro, conteneva l’elenco dei dodici apostoli e si concludeva con il nome di Giuda “il quale lo tradì”.
Ora vediamo che non possiamo buttare addosso solo a Giuda la responsabilità del tradimento, perché alla sua chiamata a seguirlo si contrappongono la contro-chiamata dei “suoi” e quella degli scribi.
I “suoi” sembrano essere mossi dal cosiddetto buon senso e dai buoni sentimenti e lo vogliono sequestrare, ritenendolo incapace di curare i propri interesse.
Gli “scribi”, che dovrebbero essere i cercatori della verità di Dio nella sua Parola, mostrano che per loro è vero solo ciò che è utile a mantenere le loro certezze, falso ciò che le mette in discussione: a loro non interessa di servire solo la verità, ma di servirsi abilmente della verità per confermare le proprie posizioni.
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Soffermiamoci proprio sull’accusa degli scribi: «Costui è posseduto da Beelzebùl». Letteralmente questo nome significa, il “signore delle mosche”, cioè il signore di ciò che è sporco, putrefatto, mortifero e indica qui certamente satana.
Con una certa ironia, Marco dice che Gesù risponde a questa accusa parlando “con parabole”, perché le parabola erano destinate proprio a quelli che non capivano; erano come dei messaggi facilitati riservati a quelli che non potevano altrimenti arrivarci e comunque un tipo di insegnamento diverso da quello che Gesù riserva a quelli che sono veramente i “suoi”.
È evidente che gli esorcismi compiuti da Gesù sono il segno della sconfitta di satana e non della sua vittoria. Ma resta l’accusa. Una bestemmia, dice Gesù.
E il Signore, con un linguaggio insolitamente severo, mette in guardia tutti riguardo alla bestemmia che “non sarà perdonata in eterno”: la bestemmia contro lo Spirito Santo.
Perché “contro lo Spirito Santo”? Perché accusavano Gesù di essere mosso dallo spirito del male; quindi chiamavano “male” ciò che è invece il “Bene assoluto” – cioè l’amore di Dio – pur di sostenere la propria posizione e il proprio interesse.
Sembrerà strano, ma la tentazione più insidiosa e mortifera per l’uomo consiste proprio nel chiamare bene il male e male il bene.
Non ci accorgiamo forse, fratelli, di quanto sia attuale e provocatoria questa parola di Gesù? Di quanto siamo tentati anche noi di chiamare bene anche ciò che è male e peccato, pur di poterci attribuire la buona fede, pensare di essere giusti, presumere di avere ragione, non essere disposti a cambiare?
Non mi attarderò a fare esempi, ma non lo vediamo concretamente, nella nostra vita personale e sociale, quanto subiamo il fascino di questa tentazione: di adeguare la definizione di bene in base al nostro sentimento del momento, in base alla convenienza o al modo di fare della maggioranza, senza curarci della Parola del Dio a cui diciamo di appartenere?
Chiamare bene il male. Ma anche chiamare male il bene. Con quanta facilità oggi registriamo, nei comportamenti sociali, questa tendenza certamente satanica a definire superati, se non addirittura cattivi o perfino disumani anche gli elementi basilari dei comandamenti di Dio?
Ma perché non può esserci perdono per questa “bestemmia contro lo Spirito Santo”?
Perché questo è un mondo che non cerca misericordia… è un mondo che pretende invece approvazione. È chi ritiene di essere nel giusto, che non vuole essere perdonato di nulla!
Il perdono che Dio offre e che Cristo incarna con il dono di tutta la sua vita è ampio, pieno, totale, ma condizionato a una sola, unica esigenza: di riconoscerne il bisogno.
Compito di Dio è perdonare. Compito dell’uomo è chiederlo il perdono.
E questo non perché Dio sia puntiglioso, ma perché ci ama e rispetta la nostra libertà.
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Presente molto discretamente ai margini del racconto è anche la Vergine Maria, che viene citata alla fine del brano, insieme ai fratelli di Gesù.
Sappiamo bene che Maria da principio era passata dal legame del sangue al legame nello Spirito. Maria ha concepito nel suo seno, perché prima aveva già accolto il seme della Parola, custodendolo e lasciandolo crescere, nella sua anima.
Dal Nuovo Testamento noi sappiamo che questa donna silenziosa e fedele fu proprio la protagonista di questa ricomposizione della famiglia di Gesù: tra quelli che erano “i suoi” per nascita e quelli che erano “suoi” per la fede.
L’ultimo cenno che farà la Bibbia riguardo a Lei, ci consegna l’immagine della Vergine che nel cenacolo tiene uniti discepoli e fratelli nell’attesa dello Spirito Santo.
Insieme a Maria, ascoltiamo dunque dalle labbra di Gesù la promessa di diventare suoi fratelli e sorelle, dunque figli di Dio, se ascoltiamo la sua parola e cerchiamo di compiere la sua volontà.
