la tempesta del sentire

Dodicesima domenica del tempo ordinario B

Non è molto difficile comprendere che la tempesta di cui ci parla il vangelo, vuole alludere alle tempeste della vita, che inevitabilmente capitano nell’esistenza del credente e anche della stessa comunità ecclesiale.

L’episodio evangelico è ambientato in realtà non nel mare, ma nel lago di Tiberiade, che molto spesso viene citato nei Vangeli – non senza una certa enfasi – come “mare di Galilea”: era in fondo l’unico specchio d’acqua che, si può dire, conoscessero bene, fonte di lavoro e di vita per molti Galilei, anche se non mancavano le insidie e i pericoli.

Il lago in se non è vastissimo; è composto dalle acque del fiume Giordano che si allargano nella spaccatura di una faglia tettonica, per poi riprendere il suo corso verso il mar Morto. Circondato dai colli, il lago si trova in una depressione, a 208 metri sotto il livello del mare e a sua volta è estremamente profondo: le masse d’aria roventi dei deserto che scavallano i monti circostanti possono non dirado provocare  improvvisi cambi del tempo che talvolta si concentrano tutti in un solo punto, lasciando tranquillo il resto dell’area.

Potremmo dire che il vangelo oggi ci mette di fronte ai due grandi campi di forza che ambientano la nostra esistenza: da una parte i guai e i problemi della vita, che a tratti possono assumere proporzioni che paiono insormontabili, come una tempesta; e dall’altra la forza dell’amore di Cristo che non è una forza naturale, ma divina, trascendente; agisce anche sul cosmo ma – in se stesso – l’amore di Cristo non appartiene a questo mondo e non può essere compreso nei ragionamenti umani.

I problemi della vita, invece, li comprendiamo benissimo. Che cos’è infatti la paura se non il più breve dei ragionamenti? La paura fa scattare in modo istantaneo, una reazione di fuga davanti a ciò che è avvertito come pericolo.

La presenza e l’opera di Dio nella nostra vita, invece, vanno riconosciute e accolte nell’umiltà della fede.

Terminata una lunga giornata con la folla, con la parabola del seminatore e quelle del seme (che abbiamo ascoltato domenica scorsa e che restano sullo sfondo), Gesù invita i discepoli a passare dall’altra parte del mare: c’è qualcosa di non facilmente spiegabile in questa traversata che in modo molto inconsueto comincia di notte, quando sarebbe il momento di cercare un rifugio tranquillo piuttosto che l’avventura. 

E la traversata non consiste solo in uno spostamento geografico, perché andranno a sbarcare nel paese dei Geraseni, territorio pagano, infestato dal diavolo.

C’è una fede iniziale, evidente nei discepoli che – il vangelo lo dice con una espressione curiosa – «lo presero con sé, così com’era, nella barca»…. Forse vuole dire semplicemente che partirono così, senza troppi preparativi, ma questo versetto resta fortemente provocatorio: bisogna “prendere Gesù così com’è…!”

Fede iniziale dei discepoli, dicevamo, che però sembra somigliare molto a quel terreno sassoso dove cade il seme della parabola: alla prima difficoltà mostra di non avere radici; o al seme caduto in mezzo alle spine, soffocato dalla paura e dai problemi della vita.

E forse è proprio questo il senso dell’esperienza così forte che il Signore vuole fare vivere ai discepoli: avevano lasciato la folla, avevano deciso per lui, avevano goduto dell’insegnamento riservato solo ai suoi, ma ora quella parola deve diventare vita. 

Anche Gesù che dorme sembra essere la rappresentazione visiva di una di quelle parabole: quella del seme che nella solitudine e nel buio della terra, mentre il padrone dorme, germoglia spontaneamente; oppure quel granellino di senapa, il più piccolo e indifeso che però diventa rifugio e protezione per molti.

È stato notato che Gesù si trovava in quel momento nel punto più pericoloso di tutti.

Il vento schiacciava la barca verso il basso; dalla profondità delle acque si alzavano onde enormi che inevitabilmente riempiono la barca: la poppa è il punto più basso, il punto che affonda per primo.

Sarà quel che sarà, ma sta di fatto che quando la tempesta si scatena, Gesù dorme… 

I suoi lottano per sopravvivere, sono sull’orlo della disperazione, e Gesù dorme… 

L’acqua ha invaso la barca, la fine sembra vicina, e Gesù dorme… dorme comodo su un cuscino…

Commentava a proposito il cardinale Biffi: «Il sonno del Signore durante le nostre tempeste è un mistero che va ben meditato. Sembra disinteresse, ma è in realtà desiderio di provare e di rendere più forte la nostra fede.  Sembra indifferenza di fronte alle nostre pene, ed è un modo più alto di manifestare l’amore. L’amore per noi del Signore che dorme, mentre il male spadroneggia sul mondo, è la cosa più difficile da capire ed è la cosa più importante da credere, se non vogliamo far naufragio sul serio, vittime della nostra poca fiducia».

Il gesto così solenne compiuto da Gesù di alzarsi addirittura in piedi – come lascia intendere l’evangelista – e calmare il mare in tempesta con la sola forza della sua parola è chiaramente segno della signoria di Cristo sulle potenze negative e induce a pensare alla sua divinità: «Chi è dunque costui – si domandano stupiti e intimoriti i discepoli -, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» (Mc 4, 41). 

“Chi è Gesù?”. Questa domanda potremmo dire è il filo conduttore di tutto il vangelo e solo alla fine, nel momento della sua morte in croce troverà una risposta esplicita sulla bocca del Centurione pagano. 

Ma non possiamo dimenticare, allo stesso tempo, che anche per quel Gesù che adesso dorme tranquillo sul cuscino, verrà il momento della paura e dell’angoscia: quando arriverà la sua ora, Gesù sentirà su di sé tutto il peso dei peccati dell’umanità, come un’onda di piena che sta per rovesciarsi addosso a Lui. 

Quella sì, sarà una tempesta terribile, non fisica, ma spirituale. Sarà l’ultimo, estremo assalto del male contro il Figlio di Dio.

Gesù sperimentò questo dramma in se stesso in maniera lacerante, specialmente nel Getsemani, prima dell’arresto, e poi durante tutta la passione, fino alla morte in croce. 

I Vangeli della Passione mettono in luce il dramma interiore che colpì Gesù, molto più di qualsiasi violenza fisica. 

In quell’ora, Gesù da una parte fu un tutt’uno con il Padre, pienamente abbandonato a Lui; dall’altra, in quanto solidale con i peccatori, fu come separato e si sentì come abbandonato da Lui. 

Non so voi, ma io non riesco a togliermi dalla mente quelle sue ultime parole: «Dio mio, Dio mio», che dicono tutta la sua confidenza e amorevolezza; e «perché mi hai abbandonato?», parole che urlano il dramma interiore di chi sapeva senza sentire: sapeva che Dio era con lui, ma sentiva solo il buio, la disperazione e la morte attorno a sé.

Il dramma di Gesù crocifisso è il vero martirio del credente di ogni tempo e di ogni luogo: la distanza che a volte pare incolmabile tra il “sapere” e il “sentire”: io “so” che Dio è mio rifugio e mio salvatore; io “so” che Dio ha un disegno di bene sulla mia vita; ma “sento” tanta solitudine e paura; “sento” una fede tiepida e senza sapore.

Lo avevano preso così com’era perché “sapevano” di potersi fidare, ma di fronte alla tempesta “sentono” solo la loro paura.

«Maestro, non ti importa che moriamo?». Questa preghiera dei discepoli non passerà agli annali della spiritualità cristiana: non verrà citata come esempio dai grandi maestri dell’orazione cristiana, ma è la preghiera che ottiene il miracolo. 

Dice insieme tutto il terrore del pericolo e la fiducia in colui che non smette di essere “Maestro”; proprio come la preghiera di Gesù che nell’ora delle tenebre urla la solitudine del suo sentire, ma si rivolge con fiducia al “Dio mio, Dio mio”.

La fede vede oltre, dove gli occhi non vedono, dove i sentimenti non arrivano. È la meravigliosa lezione del vangelo di oggi.

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