la Chiesa è donna

La liturgia di questa domenica ci offre una pagina evangelica ricchissima e commovente, con l’incrocio di due storie per certi aspetti contrapposti e per altri convergenti: 

  • una donna matura e una fanciulla; 
  • La folla che gioca un ruolo ambivalente: per la fanciulla fu un problema perché rallentava il passo di Gesù, per la donna fu invece l’opportunità di nascondersi e passare inosservata; 
  • Giairo è forse una delle personalità più in vista nel villaggio, mentre la donna resta totalmente anonima e sconosciuta, anche se il fatto che il Vangelo riporti i suoi ragionamenti intimi potrebbe far pensare che abbia poi reso testimonianza nella comunità cristiana; 
  • In entrambi i casi, il vangelo sottolinea l’importanza del contatto, cioè della relazione con il Signore: Gesù prende la fanciulla; la donna emorroissa, mentre tutta la folla schiacciava Gesù, lo vuole invece toccare: un contatto che è cercato, voluto, reciproco. Questo è un aspetto importantissimo, perché in entrambi i casi Gesù, attraverso questo contatto – voluto o no -, avrebbe contravvenuto alla legge mosaica, caricandosi dell’impurità delle due donne.
  • entrambi le donne sono accomunate dal numero 12 (12 anni di età e 12 anni di malattia), il numero che simboleggia il Popolo di Dio (sapete che Israele era fondato sulle 12 tribù dei figli di Giacobbe) ma significa anche la totalità del tempo (12 sono i mesi dell’anno tanto solare quanto lunare).
  • Al centro di tutto, quasi a reggere tutto il quadro, domina la frase detta da Gesù: «Non temere, continua ad avere fede».

Insomma tanti aspetti che ci inducono facilmente a passare da una lettura semplicemente cronachistica di questi episodi drammaticamente incrociati a una lettura profondamente spirituale, che ci coinvolge e ci riguarda tutti, giovani e meno giovani.

Partirei dal fatto che le due protagoniste del vangelo appartengano al sesso femminile. Nella tradizione biblica, il popolo dei credenti è spesso identificato con la donna. 

Tanti dettagli ci inducono a pensare che l’episodio ci parli in realtà della Chiesa, cioè riguardi tutti noi, il popolo dei credenti. Le due “figlie”, l’anziana e la giovane, esprimono dunque la condizione nella quale si può rispecchiare la vita di ogni credente. 

La figlia di Giairo raffigura chi è agli inizi del cammino di fede. Notate che, dopo averla risvegliata dalla morte, Gesù comanda che le sia dato da mangiare: possiamo vedere qui chi ha ricevuto il battesimo che fa risorgere e deve essere condotto, attraverso il nutrimento dell’Eucaristia, alla maturità della fede. 

L’emorroisa, invece, soffriva di perdite di sangue e questo la poneva in una condizione di “morte sociale”. Secondo la legge mosaica, le donne durante il loro ciclo, erano considerate impure: tutto ciò che toccavano diventava impuro; dovevano astenersi dal contatto con il marito e con ogni altra persona; non potevano partecipare alla preghiera in comune e neanche in famiglia; non potevano neppure servire, preparare un pranzo o toccare gli oggetti di casa. 

La donna in questione si trovava da dodici anni in questa condizione permanente. Una donna che non poteva essere sposa, che non poteva essere madre, che non poteva essere amica, che non poteva essere se stessa. Era una specie di lebbrosa senza campanello, una morta vivente.

Questa donna, dunque, rappresenta il credente che ha perso la vitalità della fede, che è caduto nel peccato, che talvolta cerca soluzioni ai suoi problemi da chi invece è interessato solo alle sue risorse materiali, se non addirittura da ciarlatani, passando da delusione a delusione, e finendo per peggiorare la sua solitudine e la sua confusione, ogni volta che si illude di aver trovato una facile soluzione.

Mi sembra dunque che tutti noi possiamo vederci raffigurati in qualche modo da un aspetto o dall’altro delle due donne: sia chi vive nell’entusiasmo degli inizi di un cammino spirituale, sia chi rischia invece di rimanere prigioniero delle tante delusioni, delle proprie cadute e fragilità.

* * *

Il fatto che la condizione di ogni credente sia rappresentata da una donna, ci richiama una di quelle frasi icastiche del Papa, quando dice: “La Chiesa è donna” e forse vale la pena di rifletterci.

Nella Chiesa la posizione privilegiata non è la posizione del vescovo o del prete.

Sì, è vero, da un punto di vista prettamente sociale sembra che il vescovo e il prete abbiano l’autorità, il comando, la rappresentanza; godano di una posizione di prestigio e abbiano una importanza speciale. Ma questa è una visione distorta della realtà. 

Forse ho già raccontato l’episodio a cui ho assistito con il cardinale Caffarra, quando incontrava gli adolescenti della professione di fede e una ragazzina, in modo piuttosto impertinente, gli chiese perché le donne non possono essere prete. Il Cardinale le rispose a tono: “Perché il sacerdozio nella Chiesa è un servizio e la donna non può essere serva; la donna nella Chiesa è regina!”.

Noi dobbiamo veramente liberare la nostra mentalità da considerazioni che sono puramente sociologiche, per non dire politiche.

Purtroppo la nostra cultura attuale, con l’idea della promozione della donna tende invece a livellarla sull’uomo, finendo per frustrare il suo carisma specifico, la sua meravigliosa differenza.

Il brano del vangelo di oggi, rimette al centro di tutto la vera questione che è quella della fede, cioè della relazione con Cristo.

Se guardassimo alla Chiesa veramente nella fede e non come se fosse una realtà puramente sociale, capiremmo facilmente che la posizione di privilegio non è quella di chi predica; la posizione di privilegio è quella di chi ascolta (come ricorda anche il brano di Marta e Maria); la posizione di privilegio non è di chi da la comunione, ma di chi la riceve; non di chi guida, ma di chi si lascia condurre; non di chi corre il rischio di sbagliare imponendo una obbedienza agli altri, ma di chi non sbaglia mai, obbedendo.

Ecco lo sguardo nuovo che è necessario ritrovare nella Chiesa: il vero privilegio, quello che ti rende possibile contemplare realmente il volto radioso dello Sposo non è quello di essere apostolo, vescovo o prete; è quello di essere discepolo, è quello di custodire il silenzio, di lasciarsi condurre, è quello di fare spazio nel cuore alla parola del Signore e desiderarlo sopra ogni cosa, come la sposa desidera lo sposo.

Mi dilungo un poco su questa questione, per dire che – per quanto possa sembrare assurdo – in fin dei conti il vero privilegio della donna nella Chiesa, è quello di non essere prete e proprio per questo di poter essere modello per tutti i credenti – preti compresi – del fatto che ciò che più di tutto conta nella Chiesa è cercare Cristo, amarlo come lo sposo che ti ha tirato fuori dal fango, ti ha lavato dal peccato, come colui che ha fatto di una sguattera la Regina.

E dico anche a me stesso, una volta di più, che c’è bisogno di vescovi e di preti che si ricordino di essere pecore prima di essere pastori: in questo anche noi abbiamo bisogno soprattutto di imparare dalle donne, dalle donne che sono sempre la maggioranza nelle chiese, dalle donne piene di fede semplice e schietta, che conoscono il piacere di ascoltare la voce di Cristo e di godere dei suoi doni di grazia.

Ma che cosa è la meraviglia della vita cristiana, se non il fatto che là dove il mondo ti condanna, Cristo può sempre risollevarti?

Che cosa è la meraviglia della vita cristiana se non di sapere che anche quando i fatti della vita, per non dire i tuoi stessi errori, fanno morire tutte le relazioni che contano, Cristo guarisce e restituisce la vita?

Che cosa è la meraviglia della vita cristiana se non di sapere che basta anche solo sfiorare il lembo del mantello di Cristo perché esca da lui una potenza di guarigione e di speranza?

Che cosa è la meraviglia della vita cristiana se non avere la possibilità – come la donna emorroissa -di avere qualcuno a cui «dire tutta la verità»? La verità dei nostri limiti, delle nostre fragilità, la verità del niente che siamo… tutta la verità… e senza essere condannati, ma guariti?

La provvidenza ha voluto regalarci oggi una perla del Vangelo: passano i secoli, passano le culture e passano le lingue, ma oggi è risuonata e risuona come una bomba la parola di Gesù, esattamente come è uscita dalla sua bocca. «Talitha kum!».

Risorgi e smetti di essere una bambinuccia: è arrivato il tempo delle nozze. Il tuo sposo è il Figlio del Re, che fra tutte le principesse ha scelto la tua anima, la figlia di nessuno e ha dato la vita per te.

Risorgi ancora, Chiesa di Dio, sguattera divenuta Regina: sei fatta di terra e di fango, ma il Figlio dell’Altissimo ha dato la vita per renderti adorna di ogni bellezza e santità.

Risorgi anima credente, non temere di unirti a Cristo, che è sposo fedele e non tradisce. Sia lui stesso il tuo nutrimento e la tua forza, per affrontare il cammino della vita.

Giovane o vecchia che sia la tua anima: «Talithà kum».

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