Quattordicesima domenica del tempo ordinario B
Il vangelo di questa domenica ha il pregio di ripagarci in piccolissima parte di un grande silenzio che avvolge Gesù, in quella che – più o meno giustamente – viene chiamata “la vita nascosta del Signore”.
Di che cosa accadde durante l’adolescenza e la giovinezza di Gesù a Nazaret non sappiamo nulla. È Luca l’unico evangelista che dice qualcosa: in realtà non è niente di più di un solo versetto lapidario che riassume quasi una ventina d’anni: «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia, davanti a Dio e agli uomini» (Lc 3,52).
È chiamata “la vita nascosta di Gesù”, ma in realtà non c’è proprio nulla di intenzionalmente nascosto nella vita del Signore.
«Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?».
I nazaretani sapevano tutto di lui: conoscevano il suo carattere, i suoi passatempi, le sue amicizie; lì in mezzo c’erano i suoi cugini, i suoi amici di infanzia, i compagni dei giochi; tutti conoscevano la sua abilità nel lavoro; sapevano della sua pietà e della sua vita di preghiera.
La vita di Gesù a Nazaret non è per niente nascosta: è piuttosto una vita normale; se non vi scandalizza, potremmo dire “una vita banale”.
Non sappiamo nulla di quei giorni, perché in realtà non c’è nulla da sapere; c’è semplicemente la vita, quella parte della vita che non fa notizia, che non fa curriculum, ma che è la sostanza di una identità e di una personalità.
Le mani sono il simbolo di questa vita nascosta. I concittadini si meravigliavano «dei prodigi che uscivano dalle sue mani».
Sono le mani di un artigiano, mani abituate a lavori pesanti, ma sono anche le mani di un giovane che ha giocato, che ha accarezzato il grano correndo per i campi, mani che hanno benedetto, perdonato, guarito: sono le mani che hanno toccato il lebbroso, che hanno sollevato la fanciulla morta.
Sono mani che un giorno abbracceranno quella croce, su cui poi saranno inchiodate; sono le mani che entreranno nell’eternità, portando con le stigmate della passione, anche i segni del suo lavoro e della sua fatica.
È una considerazione preziosa per la nostra vita spirituale: la fede non ci trasporta in un mondo ideale, ma si gioca e si manifesta nel mondo concreto in cui viviamo; davanti a Dio, non contano solo le grandi date che fanno curriculum, ma anche e soprattutto conta la fedeltà quotidiana, feriale, nascosta.
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Gesù entra di sabato nella sinagoga del suo villaggio: proprio qui aveva imparato a leggere e a scrivere, avendo come libro di testo la Sacra Scrittura. Prende la parola. Non c’era niente di strano, in realtà. Era facoltà di chiunque che fosse istruito leggere e commentare la Legge e i Profeti.
Nella sinagoga una predica era giudicata buona, non tanto se era particolarmente originale, quanto piuttosto se era fedele, se si limitava a esplicitare il senso delle Scritture, con esempi legati alla vita e applicazioni concrete: chi parlava non doveva aggiungere nulla di suo.
Curiosamente, di quella predica l’evangelista non ci riferisce nulla: non sappiamo quale brano abbia letto e quali siano state le sue considerazioni. San Marco non omette queste cose per amore di sintesi, ma perché appaia ancora più chiaramente quale fu il vero contenuto del discorso.
Sì, perché quel sabato accadde che il predicatore valeva più della predica: quel sabato al centro della sinagoga di Nazaret non ci stavano neppure i venerandi rotoli della legge, ma la persona di Gesù.
Qui si mostra chiaramente che la Parola di Dio non è un libro, ma è la persona del Figlio di Dio fatto uomo.
La fede non è prima di tutto questione di dogmi o di insegnamenti morali, ma si misura nel personale incontro con la persona di Gesù. Da qui non si scappa.
La reazione dei presenti non tardò a farsi evidente. Iniziò una raffica di domande. Domande retoriche, sostanzialmente false.
“Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria…?”.
Tutte domande false, perché in realtà non aspettavano una risposta e oltretutto non vennero neppure rivolte all’unico che avrebbe potuto rispondere.
Sono le domande di chi crede di sapere tutto perché sa qualcosa; domande che non aprono, che non si mettono in ascolto, domande senza desiderio. Solo apparentemente sono domande.
Il vangelo dice letteralmente che questi compaesani di Gesù erano scandalizzati di lui. Eccoci: il problema non era ciò che diceva, tutti infatti lo ammiravano… il problema non era ciò che faceva, perché le folle erano impressionate dai suoi miracoli… Il problema era proprio lui, la sua persona.
«Si meravigliava della loro incredulità», dice il vangelo. Mai si dice, in tutta la Bibbia, che Dio si meravigli di qualcosa. A Nazaret, in casa sua, c’è la meraviglia amara di Cristo per quell’incredulità che gli impedisce di compiere miracoli.
Dove si mostra che colui che è l’onnipotente ha voluto rendersi del tutto impotente di fronte al nostro giudizio.
Gesù non compie mai miracoli per suscitare consenso e mettere schiena al muro gli indecisi, ma per confermare la fede di chi già crede in lui.
È stata la fede a guarire l’emorroisa; è stata fede a risuscitare la figlia di Giairo.
Venendo in mezzo a noi, uno di noi, Dio ha accettato di correre il rischio di essere rifiutato, escluso. Il giudice del mondo accetta di sottoporsi al nostro giudizio, spesso così indolente e superficiale.
Vorrei farvi riflettere ancora sul fatto che il motivo dello scandalo, ciò che impedisce di credere non sono i miracoli compiuti da Gesù e men che meno sono le sue parole. Per tutte queste cose, ieri come oggi, Gesù suscita ovunque ammirazione e simpatia.
Ma il Cristianesimo non è soltanto ammirare i suoi esempi e il suo messaggio, ma più di tutto è credere che Gesù Cristo è la Verità in persona, e che fuori di Lui tutto è polvere e ombra; che Lui è l’assoluto e tutto il resto è relativo.
Il Cristianesimo è essenzialmente Gesù Cristo, è credere nella sua identità divina, credere alla sua missione di unico e necessario Salvatore di tutta l’umanità.
Un po’ provocatoriamente mi verrebbe da chiedermi: ma di cosa si parla ormai in una qualsiasi riunione di una qualsiasi parrocchia o – nelle scuole – all’ora di religione? Forse si parla dei problemi del mondo, della droga, dell’aborto, dell’eutanasia, degli anticoncezionali, degli omosessuali. Temi veri, urgenti, senza dubbio.
Ma la morale cristiana senza Cristo è il funerale della vita. Le rinunce, che la morale impone, fatte per amore di Dio sono una gioia, ma fatte per amor di rinuncia sono un suicidio. La sottomissione per amor di Dio è comprensibile, ma la sottomissione per la sottomissione è ripugnante, è etica da caserma, è disciplina da reclusorio. Il bene si fa per amore o non si fa. Se lo si fa per forza, è ipocrisia, e se lo si fa per l’utile è egoismo.
“Senza il rapporto con Gesù Cristo, – ha detto il Papa in una delle sue prime omelie – senza la preghiera con Gesù Cristo, senza il servizio a Gesù Cristo, senza l’amore a Gesù Cristo, si smarrisce il cammino e si finisce inesorabilmente per camminare per un percorso non cristiano, dove le persone vanno dietro a idee a che sono senza Gesù Cristo”.
