Quindicesima domenica del tempo ordinario B
La pagina evangelica di questa domenica ci riporta al primo invio missionario dei Dodici.
Non dimentichiamo che siamo reduci da una batosta, il fallimento di Gesù nella sua Nazaret, con l’amara e drammatica incredulità di quelli che avrebbero dovuto essergli i più vicini.
Nonostante i fallimenti, nonostante l’opposizione di chi rema contro, la missione di Gesù non viene meno, anzi, il Signore rilancia decisamente.
Attiro la vostra attenzione su un movimento apparentemente contraddittorio: «Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due». C’è un movimento doppio, dicevo apparentemente contraddittorio, di Gesù che li chiama verso di sé e allo stesso tempo li manda a due a due.
Già alcuni capitoli prima, quando l’evangelista aveva riferito della costituzione del gruppo dei Dodici, in mezzo al gruppi di tutti quelli che lo seguivano, si trovava ancora più esplicita questa contrapposizione: «Ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli».
Fisicamente sembra impossibile che si possa allo stesso tempo stare con lui e anche andare in missione, ma nella realtà spirituale profonda, noi tutti, nella varietà delle nostre vocazioni di consacrati, laici, celibi, sposati, vecchi, giovani, troviamo qui la chiave per ripensare alla nostra vita di credenti.
Il Vangelo sembra dirci che non saremo veramente al nostro posto nella vita, se vivremo separati da lui e allo stesso tempo è vero anche che non saremo veramente uniti a lui se non staremo al nostro posto nella vita e nella missione.
Non sei veramente al tuo posto nella vita di prete, o di laico o laica, nella famiglia, nella comunità, nella società, nel lavoro, nella politica, se il tuo cuore non resta accanto al Signore, ma allo stesso tempo non siamo veramente uniti al Signore, se non stiamo al nostro posto nelle responsabilità della vita.
In realtà, Gesù sta preparando i suoi discepoli al fallimento: è molto concreto il rischio di non essere accolti e non essere ascoltati come discepoli di Cristo. È quanto è appena accaduto a Gesù; è quanto accadrà nella pagina immediatamente successiva a Giovanni Battista.
Di fronte a questo rischio, il discepolo non deve avere mai la presunzione di voler “salvare il Vangelo”: di ricorrere cioè a mezzi ed espedienti umani nel tentativo di rendere il Vangelo più accettabile da parte di persone e di culture.
L’evangelizzazione non è anzitutto un problema di mezzi e di strategie.
Non abbiamo un prodotto da piazzare. Non ci servono tecniche di comunicazione o mezzucci di persuasione.
La missione è un appello “a convertirsi”: non è il Vangelo che si deve adattare all’uomo, ma l’uomo al Vangelo.
Il Vangelo deve restare puro: dunque neanche la polvere dei piedi di un mondo ostile lo deve inquinare.
Non finiremo mai di riflettere su questo punto, in un epoca in cui in modo molto ambiguo – anche in molti ambienti “nostri” – si presenta la riforma della Chiesa come una specie di “umanizzazione del cristianesimo”, quando invece si tratta di salvare il mondo, ordinandolo al Regno dei cieli.
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Uno degli aspetti forse più curiosi di questo invio dei Dodici è l’equipaggiamento.
Se andiamo a vedere come viene descritto in passi analoghi negli altri evangelisti, scopriremmo che non esiste affatto concordanza. In Marco si ammette l’uso del bastone e dei sandali. Un altro evangelista nega il bastone, un altro non ammette i sandali.
La verità è che Gesù non vuole mettere una divisa ai suoi discepoli e neppure dare dei precetti ai quali sottomettersi, come aveva fatto Mosé consegnando le norme della Legge divina.
Il particolare look che qui Gesù richiede ai discepoli, corrisponde molto in realtà ai requisiti che le Antiche Scritture prescrivevano per la cena pasquale.
Si legge nel libro dell’Esodo: «Ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la pasqua del Signore!» (Es 12,11).
La Pasqua dunque deve essere il nostro vestito, cioè il vero stile del credente: che significa la coscienza di essere di passaggio, ma anche la coscienza e la gioia profonda di essere un popolo di liberati, di essere sottratti a un destino segnato di schiavitù e di morte.
Chi celebra la Pasqua sa che la libertà non è qualcosa di conquistato, ma di ricevuto in dono.
Chi celebra la Pasqua sa di non essere un perfetto, ma un perdonato; sa di non essere un santo, ma un santificato; di non essere un giusto, ma un giustificato; chi celebra la Pasqua sa di non essere un vivo, ma un risuscitato.
Questo mi sembra significhi in verità quel “prendere il bastone e calzare i sandali”, per essere nel mondo presenza di Cristo.
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Ma vorrei tornare ancora su questo “andare” nel mondo, allo stesso tempo “rimanendo” con Cristo, che trova una luce speciale e concretissima nell’esempio dei Santi: le loro memorie nel calendario, sono altrettante pagine di Vangelo incarnate. I Santi sono i nostri fratelli maggiori che ci aiutano oggi a vivere questo andare nel mondo, rimanendo sempre vicini a Cristo.
Pochi giorni fa abbiamo festeggiato san Benedetto abate e padre dei monaci, uno dei grandi patroni d’Europa al quale l’intera civiltà occidentale è debitrice di ispirazione e di esempio.
È celebre e prezioso il motto “Ora et labora”: il segreto – sembra dire – è tenere uniti il lavoro e la preghiera come le due dimensioni di un’unica vita. Bisogna dire che questo motto, che pure ha avuto tanta fortuna, in realtà non esiste da alcuna parte, nel testo della regola benedettina.
Invece il grande patriarca ha dato questa chiarissima indicazione: «Nihil amori Christi præponere», niente anteporre all’amore di Cristo. In tutto quello che fai, anche nel lavoro o nell’attività apparentemente più esterna, vivi tutto nella relazione con Cristo.
La coscienza di essere un popolo di salvati, di scampati alla rovina. La gioia e la fierezza di chi dalla polvere è stato sollevato alla gloria per mezzo del sangue del Redentore: questa è la nostra identità, questa è la nostra missione.
Il 13 luglio ricorre la memoria della nostra Santa Clelia Barbieri. C’è un fatto incredibile che riguarda la brevissima vita di questa santa 23enne. A causa delle soppressioni volute dal governo massonico del regno d’Italia, Clelia non ha mai visto in vita sua una suora o una monaca.
Eppure ha avvertito in maniera così limpida la sua vocazione pur non avendo mai avuto esempi concreti, da diventare in breve tempo nel suo villaggio delle Budrie un riferimento per tutti, anche per tanti adulti, uomini, che si mettevano alla scuola di questa ragazzina, “operaia della vita cristiana” e la chiamavano “madre”.
Quando morì di TBC le trovarono piegata sul cuore una lettera scritto da lei stessa: “Una memoria io volio scriverla per averla sempre in memoria”. Clelia parla di una “inspirazione granda” ad amare Dio. è proprio la risposta a quella consegna fondamentale di Gesù: ad andare alle responsabilità della vita, custodendo come centro di tutto l’amore per Cristo.
Poi ancora, e termino, il 14 luglio ricordiamo San Camillo. Siamo nel ‘500, Camillo era un soldato di ventura, alto due metri, con il vizio del gioco, che ogni volta che possedeva qualche soldo gli faceva perdere tutto.
Rimasto ferito, era stato costretto a mendicare anche le cure mediche, fino a quando la grazia di Cristo toccò il suo cuore. Camillo fondò un ordine religioso per la cura fisica e spirituale dei malati.
Un testimone ha riferito di averlo visto una notte stare in ginocchio vicino ad un povero infermo che aveva delle piaghe infette così puzzolenti che non era possibile stargli vicino a causa del fetore.
E Camillo, profondamente convinto di essere accanto al suo amato Signore Gesù Cristo, in ginocchio vicino al volto di quell’uomo sembrava impazzito dall’amore e lo pregava: “Signore mio, cosa posso fare per servirti?”.
Sono esempi antichi, ma sempre veri di che cosa significa quell’andare e restare: essere chiamati da Gesù per restare sempre con lui e insieme andare con gioia in quel posto della vita nel quale possiamo servire il suo Regno.
