Sedicesima domenica del tempo ordinario B
«Ebbe compassione di loro».
Gesù alza lo sguardo verso la folla che lo insegue. L’evangelista riferisce che mentre Gesù con i Dodici stavano compiendo una delle loro numerose traversate del Mar di Galilea, la folla intuisce la direzione che la loro barca sta prendendo e li insegue, compiendo a piedi il giro del lago, fino addirittura a precederlo.
«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose».
Il Vangelo registra uno struggimento, una immagine di grande tenerezza, quasi una percezione fisica, materna, del desiderio che muove Gesù verso le folle, che è la sostanza di quello stesso amore disinteressato che lo porterà fino alla Passione e alla Croce.
Ma vorrei attirare la vostra attenzione sulla inattesa conclusione. C’è una gran folla che si sposta sulle rive del lago per precedere l’arrivo di Gesù: in mezzo a loro tanta povera gente, molti malati, gente vessata dal male. Quale dovrebbe essere la prima reazione di Gesù verso questa folla di gente che lo assedia?
Saremmo tentati di pensare a qualche miracolo, alla soluzione di problemi impellenti, alla guarigione dalle malattie, alla rassicurazione davanti alle ansie e ai problemi della vita.
Gesù invece – dice il Vangelo – «si mise ad insegnare loro molte cose».
Dunque, quel sentimento di tenerezza quasi materna che Gesù prova per quella folla, in mezzo alla quale ci siamo anche noi, con i nostri bisogni, i nostri dubbi, le nostre richieste, si scioglie in un insegnamento abbondante.
Sì, Gesù conosce il nostro vero bisogno, molto più di quanto noi stessi siamo in grado di esprimerlo. Abbiamo bisogno della parola di Dio – della verità dei suoi insegnamenti – come il pane e più del pane: ecco qui davvero il pastore che, come suggerisce il salmo che abbiamo cantato tra le letture, dona al gregge quello che sa essere il bene del gregge, anche quando le pecore istintivamente sembravano aspettarsi altro.
Forse anche oggi il gregge fedele di Cristo sta vivendo la tentazione di pensare che la verità in fondo è un falso problema, che la verità non esiste, che ognuno ha le sue opinioni, che è giusto che ciascuno decida con la sua testa (se non addirittura con la sua pancia) quello che è bene e quello che è male, quello che è vero e quello che è falso.
Gesù conosce bene che il nostro cuore ha invece anzitutto bisogno di verità, ha bisogno di certezze, ha bisogno di lui e per questo, prima di donare se stesso come cibo (lo vedremo domenica prossima con la moltiplicazione dei pani e dei pesci), il Signore dona se stesso come parola di verità, come insegnamento da accogliere, come verità per la vita.
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Ma torniamo un poco indietro, verso la prima parte del brano evangelico che ci ha raccontato il rientro dei Dodici da quella prima missione alla quale erano stati mandati da Gesù.
Se non ho visto male, questa è l’unica volta che san Marco usa la parola “apostoli” che significa mandati, inviati. Altrove li chiama sempre i Dodici. Proprio il significato di questa parola, “i mandati”, fa emergere un curioso bisticcio di concetti che abbiamo già registrato domenica scorsa: «Gli apostoli (cioè i “mandati”) si riunirono attorno a Gesù». Il loro titolo di “mandati” li porta lontano, in missione, il verbo invece, “si riunirono”, li porta vicino, attorno a Gesù.
Il vangelo insiste su questa idea che è un aspetto decisivo della vita di ogni credente: è la storia delle nostre vite, delle nostre diverse vocazioni, tutte accomunate dal fatto che ci è stato dato un Vangelo da condividere con il mondo.
Ma ogni missione deve prevedere sempre un ritorno, un ritorno a Gesù. Non si tratta tanto di un momento di verifica – anche se penso che dovremmo imparare a fare di tanto in tanto nei nostri ambienti ecclesiali – perché qui non si fa il minimo cenno ai risultati, ai frutti raccolti, alle adesioni, al numero delle conversioni e ai prodigi compiuti.
Il Vangelo non si sofferma sui risultati: i Dodici piuttosto gli riferirono tutto quello loro che avevano fatto e quello che loro avevano insegnato: in definitiva gli restituiscono quello essi che avevano condiviso e quello che avevano donato, che poi in fondo è Cristo stesso, la sua identità, la sua missione di salvezza.
Il Signore incoraggia i discepoli a tornare a lui, a trovare riposo in lui, come canta il salmo 61: «Solo in Dio riposa l’anima mia». Il riposo del credente non sta nell’evasione, in quello che alla lettera “di-verte” cioè in ciò che sposta dal proprio asse di vita: il vero riposo è in colui che ci ri-centra, in colui che è il centro, il cuore, il motore pulsante della nostra vita.
Le parole riferite da Marco, riecheggiano quelle che Matteo riferisce più ampiamente: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro». Dove quella stanchezza e oppressione è la fatica di chi sente sul cuore il peso dei propri limiti e delle proprie fragilità e sa bene che nessuna osservanza, nessun attivismo di carità o di religione, nient’altro che non sia una relazione personale, cordiale, profonda con il Signore Gesù potrà mai guarire.
Questa chiamata all’intimità con Gesù Cristo, segna per i discepoli e per tutti noi un punto di svolta.
La vita spirituale comincia sempre con il comando di Gesù: «seguitemi», cioè “venite dietro a me”; che in pratica vuole dire “calcate le mie orme”, “prendetemi come esempio”, “fate quello che faccio”, “non fate quello che io non faccio».
È un passaggio essenziale, ma non è ancora tutto. Dopo il «seguitemi» dell’inizio, ora c’è «venite a me», dove Gesù non è più solo un esempio, ma la meta, l’approdo del nostro cammino.
Gli esempi, li possiamo ammirare e seguire finché vogliamo, ma restano sempre fuori di noi e a noi tocca il compito di tentare il più possibile di assimilarli.
Gesù però non si offre più solo come esempio, ma come presenza, che scalda il cuore, che illumina la mente, presenza che guarisce, che ristora, che nutre, che da forza e risolleva.
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Un’ultima osservazione. Se ricordate, fino a questo momento, l’evangelista Marco non ha fatto altro che raccontarci dei fallimenti di Gesù, respinto in molte città, a cominciare dalla sua, e spesso incompreso non solo da parte dei suoi nemici, ma anche anche dai suoi amici più intimi. E nei suoi insegnamenti, Gesù mette spesso le mani avanti dicendo che anche i discepoli nel mondo avranno la loro bella dose di rifiuti e di incomprensioni.
In questo brano, invece, in modo del tutto inaspettato, senza che avessero programmato nulla di simile, anzi quando cercavano piuttosto di appartarsi, vediamo invece la folla che li insegue da ogni parte: vengono da tutte le città, correndo a piedi, mentre loro in barca fanno la traversata del lago.
Verrebbe da concludere che il vero successo della missione dei Dodici non sta tanto nelle cose che dicono e che fanno: la vera fecondità della missione è il ritorno a Gesù.
Anni fa, andavano di moda alcuni slogan che ispiravano la vita pastorale indicando quelle che di volta in volta dovevano essere le priorità della comunità: “ripartire dagli ultimi”, “ripartire dai poveri”, “ripartire dai giovani”… secondo me oggi dovremmo dire piuttosto “ripartire dagli adulti”…
Ma senza bisogno di analisi sofisticate, il Vangelo dice in modo cristallino: “ripartire da Cristo”, riferire tutto a lui, verificare ogni cosa nella relazione con lui. Dovremmo avere il coraggio di provarci.
