Diciassettesima domenica del tempo ordinario B
Vi siete accorti che la lettura evangelica di questa domenica proviene dall’evangelista Giovanni: lasceremo per alcune settimane il vangelo secondo Marco, proprio nel punto in cui anche Marco avrebbe riferito l’episodio della cosiddetta moltiplicazione dei pani.
Soprattutto nel Vangelo di Giovanni che non racconta l’istituzione dell’Eucaristia durante l’ultima Cena, questo episodio possiede una forza del tutto speciale, che ci porta a riflettere in particolare sul mistero dell’Eucaristia, cioè del sacramento della vita di Cristo interamente donata per la nostra salvezza.
Ci sono anche, nel racconto che abbiamo appena ascoltato, alcuni indizi che portano a fare una lettura decisamente eucaristica dell’episodio: anzitutto il riferimento alla festa vicina della Pasqua, che celebrava il passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della terra promessa e che con la morte e la risurrezione di Gesù diventerà il passaggio dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita.
Si allude poi alla traversata del Mare fino all’altra riva (che ci ricorda il passaggio del Mar Rosso); poi si parla di un monte, che facilmente richiama il Sinai, dove si compì il patto di alleanza tra Dio e il suo popolo.
Viene poi descritto un vero e proprio banchetto, che richiama il rito della cena pasquale di Israele; purtroppo la nostra traduzione riferisce così il comando di Gesù: «Fateli sedere». Più letteralmente sarebbe “Fateli sdraiare” o “fateli stendere”. Non è un dettaglio da poco.
Gli Israeliti sapevano fin troppo bene dalla loro storia, che cosa significa essere schiavi e, da schiavi, vedevano i banchetti dei dominatori, degli uomini liberi, i quali se ne stavano comodi non su delle sedie, ma stesi sui loro divanetti, appoggiati sul gomito, per celebrare le loro feste.
Stare sdraiati per mangiare è proprio la prerogativa dei signori, degli uomini liberi, mentre gli schiavi a malapena hanno un posto per nutrirsi.
Nel rituale della cena pasquale ebraica è ancora oggi previsto che alcuni dei brindisi rituali debbano essere eseguiti tenendo la faccia appoggiata su un gomito poggiato sulla tavola, proprio per richiamare la posizione del banchetto “dei signori”, perché la Pasqua è per Israele il memoriale perenne di quella liberazione che si rinnova in ogni generazione.
Tutti questi elementi, dunque, ci servono a inquadrare meglio il racconto e a comprendere il passaggio che si realizza nell’Eucaristia dalla Pasqua dei Giudei alla Pasqua di Cristo.
Il cuore pulsante del racconto sono quelle semplici azioni compiute da Gesù che comprendiamo subito essere la sostanza del rito eucaristico e che riconosciamo subito: «Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede…», passaggi nei quali possiamo facilmente intravedere l’architettura fondamentale della Messa.
Tutto il racconto del Vangelo di Giovanni è proiettato verso l’ora in cui Gesù avrebbe dato la vita per noi: “la sua ora”.
E come l’antico Israele, appoggiando il gomito sulla tavola, aveva la coscienza che nella celebrazione della Pasqua si rinnovava per tutte le generazione l’ora della liberazione dalla schiavitù, molto di più noi cristiani, sappiamo che nel rito dell’Eucaristia – che fa di ogni domenica e di ogni giorno la Pasqua di Cristo – l’ora di Gesù diventa anche la nostra ora.
Seguendo i riti di Israele, Gesù recitò sul pane e sul vino la preghiera di lode e di benedizione, ringraziando Dio per le grandi opere del passato ma, in quella notte del tradimento, rese grazie anche per il proprio innalzamento che si realizzerà mediante la Croce e la Risurrezione: “Questo è il mio Corpo dato in sacrificio per voi. Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio Sangue”.
Niente e nessuno può cancellare dal cuore del credente la memoria delle terribili sofferenze affrontate da Gesù nella sua Passione.
Celebrando l’Eucaristia nell’ultima Cena, il Signore anticipò in modo misterioso la sua morte, accettandola nel suo cuore e trasformandola da tremendo frutto dell’ingiustizia umana in una azione di amore immenso.
Quello che, visto dall’esterno, è solo violenza gratuita e brutale, grazie al gesto eucaristico di Gesù, si trasforma nell’atto di un amore che si offre totalmente.
Da sempre gli uomini in qualche modo aspettano nel loro cuore un cambiamento, una trasformazione del mondo. Con Cristo accade questa trasformazione che è in grado di rinnovare veramente il mondo e innesca una catena di trasformazioni fino alla rinnovazione del mondo: la violenza si trasforma in amore e quindi la morte in vita.
Trasformando la sua morte violenta in dono di vita per amore, Gesù vince dal di dentro la morte stessa: la sua risurrezione è quasi una conseguenza logica e un segno questa vittoria dell’amore sulla morte.
La morte, l’ingiustizia e il peccato non possono essere più l’ultima parola.
Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni, a cominciare dal pane e dal vino che diventano realmente il suo Corpo e suo Sangue.
E questa catena di trasformazioni non finisce qui, anzi è qui che deve cominciare appieno. La violenza è trasformata in amore. Il pane e il vino sono trasformati in Carne e Sangue di Cristo. L’Eucaristia ci viene donata affinché noi stessi veniamo a nostra volta trasformati.
Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei di Cristo. E questo accade, non automaticamente, tra mille lentezze e contraddizioni, di giorno in giorno, di domenica in domenica.
Se la Chiesa ci dice con forza che l’Eucaristia è il cuore della domenica, non è per fare del moralismo o per salvare una tradizione.
Da quando il mattino di Pasqua prima le donne e poi i discepoli videro il Signore, capirono che ormai il primo giorno della settimana – la domenica – diventava il Giorno del Signore; il giorno che ricorda l’inizio della creazione, la festa della luce, diventa il giorno della grande trasformazione di tutte le cose.
Il nostro tempo un po’ complicato registra una grande dimenticanza di Dio. E sembra che tutto vada avanti ugualmente anche senza di lui. Ma allo stesso tempo registriamo anche un grande senso di frustrazione, di insoddisfazione per tutto e per tutti.
L’Eucaristia invece cercata, voluta, attesa, accolta, celebrata, vissuta, è la grande forza di trasformazione della vita e del mondo: qui non solo il pane diventa Corpo, ma la morte diventa vita, il peccato viene perdonato e diventa amore, l’umanità dispersa diventa comunità.
Se tutti coltiviamo nel cuore il desiderio di una profonda trasformazione del mondo, noi dobbiamo credere con tutte le forze che l’Eucaristia è il vero motore di questa trasformazione: qui il pane è trasformato in Corpo di Cristo; qui l’odio brutale è trasformato in dono d’amore; qui il nostro cuore indurito può trovare la forza di trasformarsi in vita che si dona.
