Diciottesima domenica del tempo ordinario B
La prima cosa che ho notato, riascoltando le letture di questa domenica è che purtroppo nella traduzione corrente del brano di Esodo è scomparsa l’interpretazione etimologica del nome “manna”, che ha sempre fatto tanto sorridere.
«Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «(Man hu?) Che cos’è?», perché non sapevano che cosa fosse».
In effetti, pare che questo inciso “Man hu?” sia stato eliminato dal testo, perché piuttosto tardo; per di più non si tratta di ebraico classico, ma piuttosto di una espressione aramaica, il dialetto popolaresco usato dalla gente comune e correntemente parlato ai tempi di Gesù.
Tuttavia resta profonda questa suggestione di interpretare la parola “manna” con una domanda, la più banale e allo stesso tempo la più essenziale di tutte le domande: «Che cos’è?».
Tra l’altro ricordo di avere trovato, in qualche chiesa di montagna, questa misteriosa domanda “Man hu?”, proprio sulla porta del tabernacolo.
Fa molto pensare questo pane che ha per nome una domanda, tanto più se ricordiamo al contesto che è fatto di lamenti e di mormorazioni del popolo contro il Signore.
Ferisce non poco e ci spinge a guardarci dentro quel grido degli Israeliti: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà».
Improvvisamente il popolo non si ricorda più della schiavitù egiziana che non resta neppure sullo sfondo, ma che semplicemente evapora di fronte al ricordo della pentola.
È la domanda di un popolo che non sa cosa farsene della libertà, un popolo sempre pronto a lamentarsi se le cose non vanno come vorrebbe; il popolo del “si stava meglio quando si stava peggio”.
È soprattutto un popolo che si fida solo delle proprie percezioni immediate e non vuol sapere di affidarsi a Mosè, uomo di Dio, e anzi mormora anche contro l’Altissimo.
È una situazione molto simile a quella descritta dalla pagina evangelica: in fondo anche qui il popolo è costretto a domandarsi cosa fosse quel pane di cui si era nutrito sul monte, pane che non era uscito da un forno, ma che si era moltiplicato nella mani di Gesù.
Una ricerca però subito smascherata dal Signore che conosceva bene il motivo del loro entusiasmo: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati»; in altre parole, “avete badato a quanto vi dice lo stomaco e non avete ascoltato il cuore”.
Nei pani condivisi sul monte non avete visto un segno, ma un interesse immediato; sapete vedere l’attimo, ma non riconoscete il disegno.
Certo Gesù non nega le necessità immediate, anzi: era stato dalla sua compassione per la folla che era nato il prodigio della moltiplicazione dei pani, ma proprio quella stessa compassione spinge ora il Signore a ritrarsi perché possa affiorare nel loro cuore la vera domanda: Man hu? Chi è Gesù?
Il Signore vuole aprire ad un orizzonte dell’esistenza che non è semplicemente quello delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, della carriera.
Gesù parla di un cibo che non perisce, che è importante cercare e accogliere: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’Uomo vi darà».
Ancora una volta, smascherando anche la nostra povertà spirituale, la folla sembra disposta a fare quello che lui vuole, pur di avere in cambio ancora quello che si aspetta, la pancia piena: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?».
Quante e quali preghiere dobbiamo dire per avere la grazia? Che benedizione speciale bisogna chiedere? Da quale prete misterioso dobbiamo andare? In quale lingua dobbiamo pregare? Quali digiuni e quali penitenze dobbiamo fare? Dov’è quel posto speciale dove accadono i miracoli?…
Se notate, la folla era prima tornata a cercarlo sul monte dove era accaduto il fatto e poi, con grande sorpresa, lo ritrovano a Cafarnao, più precisamente nella sinagoga. Il luogo sembra già essere una risposta alla domanda su quali opere è necessario compiere: bisogna tornare alla Casa della Parola di Dio, bisogna tornare alla fede.
La risposta di Gesù è chiara: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Il centro dell’esistenza, ciò che dà senso e ferma speranza al cammino spesso difficile della vita è la fede in Gesù, l’incontro con Cristo.
Anche noi domandiamo: «cosa dobbiamo fare per avere la vita eterna?». E Gesù dice: «credete in me». La fede è la cosa fondamentale.
Certo rifletteremo direttamente sull’Eucaristia quando sentiremo Gesù dire nelle prossime domeniche “Il pane sono io”, il pane è “la mia carne per la vita del mondo”. Ma prima di arrivare lì, occorre riflettere sulla prima affermazione fondamentale: “Io sono il pane”; “Il pane di Dio è colui che discende dal cielo e da la vita al mondo”.
Per poter comprendere e vivere con frutto “il pane sono io”, bisogna ricordare che “io sono il pane”, cioè io sono l’indispensabile per vivere, io sono colui che sostiene la tua vita.
Non si tratta di seguire un’idea, un progetto, ma di incontrare Gesù come una Persona viva, di lasciarsi coinvolgere totalmente da Lui e dal suo Vangelo. Gesù invita a non fermarsi all’orizzonte puramente umano e ad aprirsi all’orizzonte di Dio, all’orizzonte della fede.
Mosè aveva dato ad Israele la manna, il pane dal cielo, con il quale Dio stesso aveva nutrito il suo popolo. Gesù non dona qualcosa, dona Se stesso: è Lui il «pane vero, disceso dal cielo», Lui, la Parola vivente del Padre; nell’incontro con Lui incontriamo il Dio vivente.
L’opera da compiere dunque è la fede, la fiducia in Dio e nel suo progetto di salvezza.
Il Signore ci invita a non dimenticare che se è necessario preoccuparci per il pane materiale, ancora più fondamentale è far crescere il rapporto con Lui, rafforzare la nostra fede in Colui che è il «pane di vita», che riempie il nostro desiderio di verità e di amore.
Oggi la nostra Chiesa bolognese ricorda uno dei suoi compatroni, San Domenico, fondatore dell’Ordine dei Predicatori.
In questi mesi è possibile visitare nel coro della sua basilica la tavola della Mascarella: era proprio la tavola del primo convento bolognese dei domenicani sulla quale accadde il miracolo del pane.
A quella fraternità di uomini dedicati al servizio della Parola di Dio, era venuto a mancare il cibo per il nutrimento terreno e la preghiera del Santo ottenne pane abbondante portato da due angeli.
Qualcuno vi ha dipinto sopra il Santo Frate, circondato dai suoi fratelli. È il primo ritratto di Domenico. E con il suo sguardo amoroso ci ricorda che chi cerca la verità che è Cristo e la serve con tutto se stesso, non resterà privo del sostegno della Provvidenza.
