Diciannovesima domenica del tempo ordinario B
«Si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”».
L’affermazione di Gesù è netta: “Io sono il pane”, significa “Io sono l’indispensabile”, “Io sono ciò che ti sostiene in vita, sono la tua forza, la tua energia”.
Quella affermazione però mette in crisi la folla che comincia a mormorare contro di lui.
Verbo antipatico, il verbo “mormorare”, anch’esso drammaticamente presente nella memoria storica dell’antico Israele, la memoria di un popolo che viene meno nella speranza e troppe volte è disposto a barattare la sua libertà e la sua dignità, in cambio di una pancia piena.
“Io sono il pane”: Gesù chiede – e anzitutto offre – una relazione personale con lui. Come non ci si scalda a guardare la foto di un falò; come non ci si sfama a guardare un programma di ricette; come non si comunica a guardare la messa su internet o in tv… Gesù chiede un incontro reale, anche fisico, una relazione vera, personale, profonda.
Chiede non di essere semplicemente parte della nostra vita, ma ci offre di essere lui stesso la nostra speranza e la nostra vita.
Il popolo mormora. È disposto ad accollarsi il fastidio ritenuto comunque necessario di qualche osservanza religiosa, come Mosè comanda, ma non è disposto a cedere a Gesù il primato del cuore.
Affermando di essere il pane, Gesù offre e chiede una intimità inaudita; offre e chiede che ci nutriamo di lui: Gesù non è solo un messaggio da accogliere, ma una persona da amare, una persona nella quale confidare, uno volto che illumina, una persona che diventa addirittura cibo, una relazione insostituibile.
Agli occhi della folla, Gesù si sta allargando in maniera insopportabile: pretende di essere disceso dal cielo; pretende di essere come e più della manna con la quale Mosè aveva sfamato Israele… e invece è semplicemente e banalmente uno di noi.
Gesù un uomo comune, uno di cui conosciamo tutto, qualcuno o qualcosa di come già visto.
Questo drammatico momento della verità nella narrazione evangelica ci spinge a guardare con molta attenzione e anche con molto realismo alla nostra vita di credenti.
Anche per noi esiste una insidia, drammaticamente amplificata dalla cultura in cui viviamo, di ambire ad un cristianesimo senza Cristo. Ci sembra così tanto più accessibile o come si dice oggi “inclusivo”.
Secondo i parametri della cultura dominante, Gesù in fondo è divisivo, non tutti lo riconoscono come Signore, non tutti credono che oggi sia vivo: i più lo pensano come un uomo del passato, un grande certamente, ma morto e sepolto. Ci sono altre religioni, altre credenze e poi ci sono tanti che non sono neppure interessati a una religione.
Sì, è vero: moltissimi sono disposti a qualche “opera da compiere”, perfino nel nome di quel Gesù. Dell’eredità e dell’insegnamento di Gesù ci sono tante cose che si possono salvare salvare: i suoi appelli alla fratellanza, all’uguaglianza, alla giustizia sociale, l’attenzione agli ultimi, ai poveri, agli emarginati, per non parlare del perdono, della non violenza, perfino dell’amore per il nemico…
Chi non subisce il fascino di questi valori così alti e così nobili?
Ma Gesù non chiede anzitutto “opere da compiere”, chiede che ci arrendiamo all’unica “opera di Dio”, cioè che lo accogliamo come nostro pane, come pane che dona la vita vera, la vita eterna.
E di fronte alla mormorazione, al fastidio della folla per questa pretesa assurda di Gesù, lui fa una delle affermazioni tra le più inquietanti di tutta la Scrittura:«Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato».
A pensarci bene, questa frase è una bomba. Forse possiamo dare la colpa al caldo, se nessuno di noi ha reagito con forza, ma queste parole sembrano essere la negazione di tutte le nostre più profonde convinzioni, la contraddizione di tutte le cose più sacrosante in cui la nostra cultura vuole che crediamo: noi che idolatriamo tanto la nostra libertà… la nostra presunta capacità di autodeterminazione… per venire improvvisamente a scoprire che “nessuno può venire a Cristo, se non è attirato dal Padre”.
Molti Padri della Chiesa hanno sofferto molto per queste parole e hanno cercato di comprenderne il significato profondo: e ci hanno insegnato che per entrare davvero con il cuore e con la mente in questo mistero, occorre abbassare la guardia, abbattere il muro delle nostre presunzioni, lasciarsi amare da Dio, riporre davvero in lui la nostra fiducia.
Gelosi come siamo della nostra autodeterminazione, ci siamo convinti che la libertà è la possibilità di fare quello che ci pare, la possibilità di disporre della vita per noi stessi.
Gesù invece ci rivela che pensare alla libertà come alla facoltà di fare quel che ci pare, non fa altro che chiuderci nella schiavitù dell’interesse.
La libertà invece è la incredibile possibilità che ci è data di raggiungere una altezza perfino superiore alle nostre possibilità umane, cioè l’altezza stessa di Dio; non però attraverso l’orgoglio o l’affermazione di noi stessi, ma arrendendoci – verrebbe quasi da dire “passivamente” – all’opera di Dio in noi.
Sarà sant’Agostino che in modo straordinario scioglierà il mistero di questa “attrazione” che non annulla la libertà ma che anzi la esalta.
Dio ci attira, sì, ma non come delle marionette o dei pupazzi telecomandati; Dio ci attira con la forza e la soavità del suo amore; Dio ci attira offrendoci il suo perdono e la sua misericordia; Dio ci attira donandoci luce e calore nelle difficoltà della vita.
L’amore è l’unica forza che è allo stesso tempo libera e irresistibile. Libera perché non c’è amore senza decisione, e irresistibile perché è esattamente ciò per cui siamo fatti: amare ed essere amati.
«Tu ci ha fatti per te – canterà Agostino nelle Confessioni – e il nostro cuore non trova pace, fino a quando non riposa in te».
La libertà non è la possibilità di fare quello che mi pare, ma l’opportunità che ci è donata di essere ciò per cui siamo fatti, non meno che figli di Dio.
Attrazione non è costrizione: nessuno è costretto a mangiare questo pane. Ne mangia solo chi ha cura della propria fame, chi accetta di ricevere un dono dall’alto, chi non si basta, chi continua a cercare.
In questi giorni, il calendario dei santi ci aiuta con figure meravigliose nelle quali risplende concretamente il vangelo: san Lorenzo, il diacono che si lasciò bruciare vivo e fu capace di fare perfino dell’ironia per testimoniare il suo amore per Cristo; santa Chiara d’Assisi, che scelse la povertà di Cristo e la preghiera come tesoro per la sua vita.
Uomini e donne che liberamente si sono lasciate attirare a Cristo dall’amore di Dio Padre, scoprendo che la libertà è vera quando ci fa assomigliare a Cristo nel dono di noi stessi.
