la via del cielo

Abbiamo celebrato pochi giorni fa la grande festa della Assunzione al cielo della Vergine Maria e in questa domenica ascoltiamo nel Vangelo queste parole di Gesù: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo” (Gv 6,51). 

Colpisce questa corrispondenza che ruota attorno alla parola “cielo”. 

Con parole come “terra e cielo”, il vocabolario della nostra fede ricorre a un linguaggio simbolico per esprimere in modo figurato qualcosa che non può entrare mai del tutto nel mondo dei nostri concetti e delle nostre immagini.

Nel linguaggio della fede, troviamo spesso questa contrapposizione “terra/cielo”, ad esempio anche nel “Padre nostro”: «come in cielo, così in terra», dove terra è l’area di tutto ciò che è provvisorio, temporale, imperfetto, mortale, mentre cielo è l’area di ciò che è definitivo, eterno, perfetto.

Dunque Cristo è disceso dal cielo e Maria è assunta in cielo: la Madre è stata portata in quella dimensione dalla quale il suo Figlio era disceso. 

Anzi si può dire che proprio per questo il Figlio di Dio era disceso dal cielo: per aprire alla Madre – e con lei a tutta l’umanità – il passaggio verso il cielo, che è il passaggio dall’imperfetto al perfetto, dal provvisorio al definitivo, dal mortale all’immortale, dal temporale all’eterno.

Gesù dice poi chiaramente che il pane è realmente la sua “carne donata per la vita del mondo”.

Proprio da Maria, grazie alla sua fede e alla sua beata maternità, il Figlio di Dio aveva ricevuto quella carne, quell’umanità concreta e terrena nella quale ha potuto compiere il grande disegno di Dio.

L’Eucaristia non è solo “Corpo e Sangue”, ma “Corpo donato” e “Sangue versato”: l’Eucaristia rende presente qui e adesso per noi la vita di Cristo, la sua infaticabile carità, la sua parola, il suo perdono, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione.

C’è un inno medievale, forse di Papa Innocenzo III che poi è stato musicato da molti autori, fino alla genialità spirituale di Mozart: «Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine, Vere passum, immolatum in cruce pro homine»: (Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine, che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo).

Si realizza dunque una sorta di scambio: il Figlio di Dio scende alla terra, grazie la carne ricevuta da Maria; Maria sale al cielo – con il suo stesso corpo, anticipando il destino di tutti i redenti – grazie al sacrificio del Figlio, all’offerta pasquale di tutto se stesso per la nostra salvezza.

Le antiche Scritture prescrivevano in modo tassativo: «Nessuno si presenti a mani vuote davanti a Dio» (Fe 16,16).

Il Figlio si presenta al Padre offrendo ciò che aveva ricevuto da Maria, cioè quell’umanità che aveva fatto sua.

Così Maria (e dietro di lei, ciascuno di noi e tutta la Chiesa) si presenta al cospetto di Dio offrendo il dono stesso di Cristo: il suo corpo, il suo sangue, la sua anima, la sua divinità.

Ecco cosa significa partecipare con fede e con frutto all’Eucaristia che è il sacrificio di Cristo: «carne donata per la vita del mondo». 

Come a Maria, anche ad ognuno di noi Dio chiede di accoglierlo, di mettergli a disposizione il nostro cuore e il nostro corpo, la nostra intera esistenza – la nostra carne, usando il linguaggio del Vangelo – perché Dio possa avere continuare ad avere un Corpo in questa terra, quel suo Corpo che siamo noi, che è la sua Chiesa.

E come in Maria, nella misura del nostro “Eccomi”, avviene anche per noi e in noi questo misterioso scambio: riceviamo la vita del cielo, la vita divina da colui che ha assunto la nostra vita terrena.

L’Eucaristia è il mezzo, lo strumento di questo reciproco trasformarsi: chi mangia di questo Pane e vive in comunione con Gesù è salvato dal male e dalla morte eterna.

Per tornare al nostro vocabolario di fede, possiamo dire: l’Eucaristia è il vero ponte dal cielo alla terra, dalla terra al cielo. L’Eucaristia realizza la grande preghiera: «Come in cielo, così in terra».

* * *

Come abbiamo ascoltato, i Giudei – che rappresentano qui tutti noi nella lentezza e nella fatica di accogliere il dono della fede – rimangono scandalizzati di fronte a questa parola. 

Le parole che abbiamo ascoltato nel Vangelo sono la parte finale e decisiva del lungo discorso tenuto da Gesù a Cafarnao, dopo avere sfamato con il pane e i pesci migliaia di persone, sul monte, oltre il lago. 

È un discorso che evidentemente non è fatto per attirare consensi. Quella folla che voleva addirittura farlo re, viene ammonita da Gesù a non cercare solo quello che riempie per un attimo lo stomaco, perché Dio sta ora donando il suo Figlio come salvezza eterna.

Si tratta di accoglierlo, di credere in lui. Si tratta addirittura di «mangiare la sua carne e di bere il suo sangue, per avere la pienezza della vita». Parole scioccanti.

Gesù non era il Messia come lo volevano le folle, il Messia che conquista il potere del mondo. 

Gesù non cercava consensi per conquistare Gerusalemme; anzi, a Gerusalemme voleva andarci proprio per dare la vita per Dio e per il popolo. 

Quei pani, spezzati per migliaia di persone, non volevano provocare una marcia trionfale, ma preannunciavano l’Eucaristia, cioè il suo sacrificio sulla Croce: in esso viene espiato il grande male del mondo, comprese le colpe di ciascuno di noi; l’umanità ammalata di egoismo omicida, viene guarita attraverso il dono totale e senza riserve del Figlio di Dio.

Gesù fece quel discorso per disilludere le folle e, soprattutto, per provocare una decisione nei suoi discepoli. Infatti, molti di loro, da quel momento, non lo seguirono più.

L’Eucaristia è la questione seria della nostra fede di cristiani. Non abbiamo niente di più sacro in questa terra, niente di più decisivo se non questo “mangiare la sua carne e bere il suo sangue”.

Quando Gesù ci donò l’Eucaristia, la accompagnò con un comando: «Fate questo in memoria di me».  

Il comando contiene un primo un primo aspetto oggettivo che consiste nel ripetere il rito che lui ci ha consegnato – ed è quello che facciamo, soprattutto la domenica – ma c’è anche un aspetto soggettivo, personale, che consiste nel coltivare e custodire nel cuore la dolce memoria di Cristo e del suo amore.

È ancora la Vergine Maria che può aiutarci a comprendere e a vivere questo mistero: 

«Maria – scrive sant’Agostino – concepì il Verbo, prima con la mente (cioè nella profondità dell’anima, nei pensieri, nei progetti, nelle speranze), che con il corpo». 

Agostino aggiunge addirittura che a nulla le sarebbe valso portare Cristo nel suo grembo, se non lo avesse portato con amore anche nel suo cuore. 

Così anche noi, dobbiamo accogliere Cristo nella nostra anima profonda, per poterlo accogliere con frutto nel sacramento: che significa pensare a Cristo, avere lo sguardo rivolto a lui, fare memoria di lui, della sua vita totalmente donata, credere alla forza della sua parola. 

Riscopriamo la santità e la bellezza del Sacramento dell’Eucaristia: questa è la porta del cielo; qui realmente Dio discende a noi e qui troviamo la strada per passare dall’imperfetto al perfetto, dal provvisorio al definitivo, dal mortale all’immortale e questa strada è la carità con la quale Cristo ci ha donato.

Questa è davvero «la mia carne donata per la vita del mondo».

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