Ventunesima domenica del tempo ordinario B
«Volete andarvene anche voi?».
La domanda che è appena risuonata nella lettura evangelica sembra letteralmente uscire dal libro scritto e rimbombare direttamente nel cuore di ciascuno di noi.
Se ricordate, questo capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, che oggi abbiamo concluso con questo passo così drammatico, si era aperto con il racconto della prodigiosa moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Una grande folla aveva cominciato a seguire Gesù, ma il Signore, dopo essersi sottratto alla loro illusoria incoronazione regale, ha cominciato a parlare chiaro, a rivelare in che cosa consiste sul serio la sua regalità: è la regalità non di chi ha successo e potere; è la regalità di chi serve, la regalità di chi offre la sua vita per gli altri.
A quella folla che sarebbe stata disposta a pagare il pegno di qualche dovere religioso da compiere per far parte di quel suo prodigioso regno che sazia gli affamati, Gesù risponde che c’è un’unica opera, un’opera che in realtà è Dio stesso a compiere nel cuore dell’uomo.
Il nostro compito non è fare qualcosa, ma arrendersi al suo amore, riconoscere Cristo come nostro pane della vita, cioè come il necessario, il bene, la verità, la forza e arrivare fino al punto di nutrirsi di lui – sì, nutrirsi di lui – per essere come lui, noi stessi il suo Corpo, il popolo di quelli che danno la vita.
Se inizialmente vedevamo ridursi il numero di quelli che componevano la folla, ora invece l’evangelista ci spinge a guardare proprio alla cerchia dei discepoli, a guardare in casa nostra.
Ora non sono più i Giudei che se ne vanno, con la loro ostilità e i loro dubbi, ma la mormorazione contro Gesù e contro le sue pretese viene dai discepoli stessi, cioè da noi.
«Questa parola è dura».
Bisogna proprio dire che questa espressione curiosa che esce dal cuore dei discepoli increduli è proprio una formula dogmaticamente molto precisa.
Una parola “dura” non perché enigmatica o difficile da comprendere, ma perché è concreta, reale, fisica: Cristo è Parola che si fa carne, Cristo è pane che si fa carne, Cristo dona la vita e diventa nostro cibo, vita della nostra vita.
Pretende troppo – sembrano dire i discepoli – è divisivo, richiede di essere l’unica sorgente della verità e del bene.
Noi eravamo anche disposti a spenderci per una giusta causa, magari per il riscatto del popolo oppresso, per i poveri, per la giustizia sociale, per compiere opere meravigliose… ma Gesù pretende di essere pane, pretende che quel pane sia in realtà la sua carne, la sua vita donata, il suo amore. E poiché si vive di ciò che si mangia, Cristo pretende di essere la nostra vita…
C’è un dettaglio che mi ha colpito molto ascoltando questo brano: l’evangelista sottolinea che Gesù sapeva «dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo».
Questa frattura, dunque, Gesù l’avverte dentro di sé, la sente come qualcosa che lo riguarda e lo ferisce intimamente, è una spaccatura che gli lacera il cuore.
La passione che il Signore soffrirà per noi sarà solo il culmine di una sofferenza che il Signore aveva già accettato nel corso di tutta la sua vita terrena: il rifiuto, l’incredulità, la durezza del cuore costituiscono il dramma che si consuma dentro di lui.
La nostra incredulità non è, come si suol dire, “affar nostro”, ma il Signore la sente come sua, la sente spaccargli il cuore.
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La parola di Gesù è “dura”, troppo difficile da accogliere e da mettere in pratica. Per questo c’è chi lo rifiuta e lo abbandona; oppure c’è chi cerca di “adattare” il suo vangelo alle mode e alle sensibilità dei tempi, finendo per snaturarne il senso e il valore.
Un esempio emblematico lo abbiamo appena ascoltato nella seconda lettura: è l’esempio di come le vie di Dio non sono le vie degli uomini, riguardo al tema concretissimo della sessualità, del matrimonio e della famiglia.
In questo brano dell’apostolo, tutto da rileggere e da meditare con calma, parla in modi differenti dello sposo e della sposa: oltre ad affermare la differenza e la complementarietà dei sessi (un tema decisamente scandaloso per la cultura contemporanea), arriva ad usare addirittura la parola “sottomissione”, che sembra una bestemmia per la nostra cultura; sottomissione, dice Paolo, là dove il mondo preferisce certamente di gran lunga possesso, piacere, affermazione di sé.
Ma siamo seri, fratelli! Se anche solo per un minuto, ipotizzassimo che queste parole di san Paolo sono semplicemente l’eco di una cultura ormai superata e di fatto inaccettabile, allora tutta intera la Scrittura diventerebbe di colpo assolutamente inaffidabile e inservibile.
O la accogliamo nella fede, oppure è tutta intera da buttare.
«Nel timore di Cristo – scrive per prima cosa l’Apostolo – siate sottomessi gli uni agli altri»: anzitutto c’è questo principio della sottomissione reciproca che è alla base della relazione tra gli sposi; non una sottomissione talebana, umiliante e degradante, ma la sottomissione “nel timore di Cristo”, cioè nella continua memoria di Lui, della sua vita interamente donata, della passione con la quale Cristo ha redento l’amore e ha salvato il mondo.
Reciproca sottomissione degli sposi significa ricordare che l’amore è sempre vocazione, è riposta ad una chiamata; è sempre docilità e obbedienza a un amore e a un bene più grande.
Reciproca sottomissione degli sposi significa che nell’amore rinunciare a se stessi e al proprio interesse, significa essere liberi davvero.
Poi, in un mondo che annulla le differenze tra maschio e femmina oppure che diversamente le enfatizza tanto da renderle tossiche, l’apostolo afferma con chiarezza che, nell’unico amore di Cristo, c’è un modo diverso per l’uomo e per la donna di amare e che proprio questa diversità – espressa qui quel “sottomettersi” e quel “dare la vita” – è la forza della famiglia.
Paolo rivela che ciò che unisce il marito e la moglie non è tanto una promessa reciproca di fedeltà: il vero collante del matrimonio è il sacrificio stesso di Cristo, che fa del suo amore una sottomissione totale, fino a dare la vita per la Chiesa sua sua sposa.
Il sì degli sposi non è una parola umana, ma è il sì stesso di Cristo rivolto al Padre, per la salvezza dell’uomo.
Per questo il matrimonio è sacramento, luogo di santificazione, dove sperimentare concretamente la passione, la morte e la risurrezione del Signore.
Si tratta certo di un ideale alto e difficile che richiede una continua risposta di fede illuminata, profonda e convinta.
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“Volete andarvene anche voi?”.
Quest’inquietante provocazione ci risuona forte nel cuore ed attende da ciascuno una risposta personale; è una domanda rivolta ad ognuno di noi.
Seguirlo riempie il cuore di gioia e dà senso pieno alla nostra esistenza, ma comporta difficoltà e rinunce perché molto spesso si deve andare controcorrente.
La risposta dell’apostolo Pietro è emblematica. Pietro non è certo il prototipo del credente irreprensibile, duro e puro, senza ombra e senza macchia; nel suo cuore ci sono certamente dubbi e incertezze, eppure non esita a rispondere:
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».
La stupenda professione di Pietro ci dice che per impegnarsi in un percorso di fede non è necessario aver capito tutto.
Infatti nel cammino cristiano non si arriva mai a capire tutto; ma, con tutti i nostri dubbi e le nostre fragilità, tornare a scegliere per Gesù, scegliere di rimanere nel numero dei discepoli, cioè nella comunità cristiana, partecipando alla sua vita – ci otterrà ogni volta la luce e la forza sufficienti per andare avanti.
Nei momenti della tentazione e della prova, nei momenti in cui avvertiamo sulla nostra pelle la lacerazione tra la cultura del mondo e la parola di Dio, ritorniamo a questa pagina evangelica.
Una pagina che oggi siamo assolutamente autorizzati anche a ribaltare, invertendo le parti.
Oggi anche noi possiamo guardare in faccia il Signore e domandargli: «Ci abbandonerai, Signore? Ci lascerai quando siamo soffocati dal dubbio? Te ne andrai quando brancoliamo nel buio, quando siamo lusingati dalle false illusioni, quando cadiamo nel peccato, quando precipitiamo dall’alto delle nostre presunzioni?».
E Gesù confermerà le parole di Pietro: «Sono il Santo di Dio: io non abbasso l’asticella di ciò che spero da ciascuno dei miei discepoli, perché credo fermamente che siete fatti per raggiungere l’altezza di Dio, per questo la mia Parola non è per la vita di un momento ma per la vita eterna! Non sei mai solo. Io sono l’acqua che ti lava dal male. Io sono il pane, il tuo cibo, la tua forza. Io ho dato tutto me stesso per te».
