prima le orecchie

«Εφφαθα! Effatha»: così come è uscita dalle labbra di Gesù, questa parola attraversa il tempo e giunge fino a noi. 

“Apriti!”: la parola di Gesù non è mai semplicemente la traduzione fonetica di un pensiero; Gesù non è un opinionista, o un commentatore. La parola di Gesù ha la forza di modificare la realtà, come quando Dio disse “«Sia la luce!» e la luce fu…”; o come quando di un pezzo di pane disse: «È il mio corpo donato per voi». 

La parola di Gesù non è un concetto, ma un fatto che trasforma la vita. È sempre con questa coscienza che dovremmo accogliere la parola del Signore.

Ma vale la pena di notare una serie di dettagli in questo racconto che si riveleranno estremamente significativi per la nostra vita spirituale.

Anzitutto le coordinate geografiche che l’evangelista evidenza in modo dettagliato. Tiro, Sidone, Decapoli sono tutti luoghi estranei alla Terra Promessa di Israele, sono terra pagana, terra di confine, separare dalle promesse di Abramo.

Dunque appare chiaro che, con l’avvento del Figlio di Dio, non esistono più una “Terra Santa” e una terra profana; meglio, con Gesù, tutta la terra diventa “santa”, perché tutta abitata dalla presenza di Dio: il vero santuario è l’uomo stesso e – badate – non l’uomo santo, perfetto e giusto, ma l’uomo nella verità dei suoi limiti e del suo bisogno.

Se poi qualcuno volesse verificare su una cartina geografica, si accorgerebbe che l’itinerario seguito da Gesù ha qualcosa di inspiegabile. Sarebbe come dire che da Firenze il Signore viaggia per Roma passando per Rimini: è un itinerario che non ha spiegazioni razionali, un percorso apparentemente inspiegabile, imprevedibile. 

Ma chi sa leggere le cose in profondità, vede che quel cammino di Gesù nella realtà più profonda è una linea diritta, certa, chiarissima. Gesù aveva un obiettivo molto determinato. Voleva andare incontro all’uomo, a quell’uomo, in quel luogo e in quel momento.

Gli incontri di Gesù non sono mai casuali. E quella era esattamente la strada che doveva essere percorsa, per potersi trovare lì e per incontrare il sordomuto.

Il Vangelo dice poi che alcune persone – che restano anonime – portarono a Gesù il sordomuto. Quegli accompagnatori restano anonimi perché ciascuno di noi possa riconoscere in essi l’amore e l’amicizia di chi ci ha portato e ancora ci porta a Gesù: la famiglia, la comunità, i gruppi, quella comunità più estesa che è la santa Chiesa. E restano anonimi anche perché possiamo riflettere sull’importanza di esserlo a nostra volta per i nostri amici.

Ad una traduzione un po’ più precisa, l’uomo che viene portato davanti al Signore non è in realtà un sordo-muto, ma è “sordo-balbettante”. 

Non è un dettaglio da poco.

Questa persona ha evidentemente le potenzialità per parlare, ma non può farlo perché – non udendo – non conosce l’articolazione dei suoni; non sentendo i suoni, non può riprodurli per comunicare. 

L’uomo è creato per Dio, creato per essere in relazione con colui che è la fonte dell’essere, della pace e della gioia… ma di fatto è incapace, con le sue sole risorse umane, di costruire questa relazione.

È l’esatta fotografia della nostra condizione spirituale. Ognuno di noi porta nel cuore un desiderio, una speranza, che è infinitamente più grande della nostra capacità sia di comprenderla che di realizzarla. 

Abbiamo un desiderio di vita, di pace, di relazione, di bene, di verità, ma ogni giorno ci scontriamo con l’incapacità di essere all’altezza dei nostri sogni.

Scusate la frivolezza di un ricordo proprio piccolo. Un esempio di cui mi vergogno un po’ ma che forse può servire. Un giorno, tanto tempo fa, mi trovavo al Louvre, proprio davanti alla Gioconda. Un sacco di gente si fermava in silenzio a contemplare questo capolavoro assoluto della storia dell’arte, mentre io – neanche fossi Mr. Bean – avevo banalmente da litigare con una mosca che non mi dava pace. E dentro di me pensavo: possibile che questa mosca non riesca a capire la bellezza davanti alla quale si trova?

Può sembrare un’idea assurda, ma se ci pensate… qual è il motivo per cui una mosca o una capra o una scimmia non sanno apprezzare un’opera d’arte? Perché non hanno la parola e, senza la parola, non possono decifrare i codici della bellezza e della grandezza.

Ecco, noi spesso – troppo spesso – non riusciamo a riconoscere e decifrare i segni di quell’amore che ci ha creati e che ogni giorno ci salva, perché siamo come mosche davanti alla Gioconda, perché non abbiamo le parole, perché siamo incapaci di ascoltare e quindi di dire a noi stessi e agli altri il bene per il quale siamo fatti.

La complessa gestualità di Gesù, che sembra quasi rimodellare come uno scultore le orecchie del sordo con le sue dita e con la saliva, allude alle prime pagine della Bibbia, nella Genesi, quelle che raccontano la creazione dell’uomo, quando Dio si mise a manipolare l’argilla e vi soffiò il calore umido del suo alito vitale. 

Anche l’esclamazione della folla “Ha fatto bene ogni cosa” ricorda il racconto della creazione: “E Dio vide che era cosa buona”.

Tutto questo ci aiuta a capire che lasciarsi incontrare davvero da Gesù costituisce per ciascuno una vera ri-nascita, una nuova creazione, una ripartenza.

Lasciarsi incontrare da Gesù e lasciarsi da lui tirare fuori dai suoni inutili che ci circondano costantemente, da un mondo di chiacchiere e di opinioni senza consistenza, dalle preghiere che forse ci compiacciono ma non oltrepassano il cielo… significa realmente farsi riscrivere i connotati, rinascere come creature nuove, con nuove potenzialità. 

È meraviglioso che Dio possa fare di un mucchietto di argilla un essere umano, ma è ancor più strabiliante che Dio possa fare della miseria di ciascuno di noi, addirittura un figlio di Dio. 

Ancora vorrei farvi notare che nell’intervento di Gesù c’è un ordine preciso: prima Gesù tocca le orecchie – che sono due – e poi tocca la bocca, che è una. Significa che è molto più prezioso quello che entra, rispetto a quello che esce, perché per poter parlare, è necessario prima ascoltare. 

Anche il vangelo di domenica scorsa ci aveva messo in guardia. Mentre noi saremmo così tanto preoccupati di essere spontanei, di tirare fuori quello che abbiamo dentro, Gesù ci aveva rivelato che dentro noi abbiamo solo il marcio, e che per poter guarire veramente bisogna prima portare nel profondo del cuore la forza risanante della sua grazia. «È dal di dentro, cioè dal cuore degli uomini che escono i propositi di male».

Mi sembra che questo sia un tema di grande attualità. Incontro spesso giovani incapaci di formulare un pensiero, incapaci di verbalizzare i loro sentimenti, o anche solo le loro paure o i loro desideri. Persone che comunicano a monosillabi o che affidano alle emoticon di una tastiera la comunicazione della loro interiorità.

Siamo così inondati di stimoli, suoni, immagini, informazioni, ma stiamo perdendo la capacità di ascoltare. Anche il tristissimo episodio che ha sconvolto la nostra città rivela l’incapacità di verbalizzare, di avere le parole giuste da dire a noi stessi, agli altri, a Dio. 

Quanto è prezioso questo momento, in cui scopriamo colui che ci apre la mente e il cuore; da Cristo impariamo il vocabolario della verità e dell’amore; da lui impariamo a verbalizzare anche i nostri bisogni più profondi. Non si può realmente pregare, se prima non si impara ad ascoltare.

Il Signore cura per prime le orecchie e solo dopo la bocca, perché per dire parole buone, vere, giuste, autentiche, le parole che toccano veramente il cuore di Dio e dei fratelli, occorre prima di tutto ascoltare, accogliere la sua parola.

Quello di cui leggiamo nel libro sacro, è un fatto che accade ancora, qui e ora, perché questa parola divina “Effatá” risuona ancora nel nostro cuore. 

“Effatá”: il prete che ci ha battezzato ha ripetuto per ciascuno di noi questa parola ri-creatrice di Gesù, subito dopo il nostro battesimo, toccandoci con le dita le orecchie e le labbra. 

Con il battesimo è iniziato per noi un cammino: un percorso che ha bisogno di essere coltivato per diventare parola, non chiacchiera, per diventare addirittura una nostra parola che abbia la forza di bucare il cielo e arrivare a toccare il cuore di Dio nostro Padre.

Il Signore, che apre gli orecchi e scioglie il nodo della lingua al sordomuto, dischiuda il nostro cuore, e ci dia sempre la gioia di ascoltare la sua Parola, il coraggio di annunciare il suo Vangelo, la capacità di parlare di Dio e di parlare con tutti sempre nella verità e nell’amore.

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